Visualizzazione post con etichetta Dal chiasso alla parola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dal chiasso alla parola. Mostra tutti i post

mercoledì 14 gennaio 2015

Dal chiasso alla parola / 6. Cos’è questo silenzio?

Nel 2014 è uscito La gemella H di Giorgio Falco. Di questo scrittore abbiamo scritto su questo blog quattro anni fa, a proposito della sua racconta di racconti L'ubicazione del bene, riportando un brano dal racconto omonimo in cui è descritto un interno domestico dei nostri giorni. Le parole di Falco ci avevano colpito, in quel caso, per la precisione con cui fotografavano il rapporto fra bambini e adulti, un tema che, come sanno i lettori di questo blog, ci sembra centrale, e sul quale pertanto, è necessario mettere in luce e far conoscere le voci, a nostro parere, più interessanti. 
In La gemella H, romanzo di levatura eccezionale (qui una bella intervista allo scrittore sul romanzo, la sua costruzione e le sue diverse fonti), quell'infallibile strumento di osservazione che è la prosa di Falco si concentra per alcune pagine su una bambina, una delle due protagoniste del romanzo, che ha un ritardo nel linguaggio, osservata attraverso il prisma di diversi punti di vista. Leggendole mi sono posta molte domande. Quali sono le parole e i gesti che ogni giorno plasmano un bambino? Quali gli sguardi che gli sono rivolti, le mani che lo toccano, i silenzi che lo educano? Quali gli oggetti testimoni delle sue giornate? Quali i muri, le case? Chi sono i medici che lo curano, con quali parole? Chi siamo noi? Di cosa siamo fatti? E chi sono i nostri genitori, i nostri fratelli, le nostre sorelle? La gemella H è uno di quei libri che consente con estrema precisione di mettere a fuoco quale sia la funzione della letteratura, il potere conoscitivo che rende la parola un mezzo di indagine centrale per la comprensione di quanto ci riguarda e ci circonda, nel presente e nel passato. Ringraziamo Giorgio Falco per averci permesso la pubblicazione del brano.


Chi incomincia a parlare? Helga, lei è precoce in tutto, sono suoi i primi tentativi e vocalizzi, apre la bocca, la chiude attorno a mu, mu, mu, si ascolta compiaciuta, immersa in suoni consonantici e vocalici, muove braccia, busto, le gambe da seduta, parla il corpo intero, sorride davanti al volto di sua madre. Una sera, Helga mi guarda e dice, mut-ti, mut-ti, e infine strilla, mutti, mutti, mutti, mia madre arriva in stanza con lo strofinaccio sulla spalla, dài, ripetilo Helga, mutti, mutti, Hans, ascolta, mutti, mutti, Hans, Helga dice mamma, dice mamma. Mia madre dovrebbe sapere che mutti non significa mamma per Helga, mutti è solo un tentativo meccanico, l’aggrapparsi a un’estensione, alla vertigine sul vuoto di se stessa. Resto in silenzio, seduta sul mio letto, non voglio ancora diventare prigioniera del linguaggio, ma conservare muta l’immagine di mia madre, di mia sorella, di mio padre assente; lui, se arriva, lo fa solo per i momenti che vorrebbe eccezionali, quando tutta la noia dell’esistenza muore e resta la malinconia del meglio, l’esatta percezione dell’irripetibile. Mio padre davanti a me, per estorcere la prima parola alla gemella muta, la faccia casalinga scavata, diversa da quella mattiniera in redazione, le prime rughe agli angoli della bocca.


Il cavalluccio di legno nitrisce su una pedana con le rotelle, ascolto le conquiste di mia sorella, wasser, straße, haus, blume, milch, brot, zeit. Ho ventiquattro mesi, accumulo in silenzio le parole. Un giorno mia madre dice, vieni Hilde, scendi dal cavalluccio, andiamo dal dottor Rosenfeld. Perché apri la bocca solo per mangiare? A tavola prendi il cibo infilzato dalla forchetta, non devo nemmeno agitarlo in aria come una cosa viva, ti avvicini e sento il rumore dei tuoi piccoli denti sul ferro. Usciamo dalla villetta, c’è anche Helga, mia madre a ogni passo si trasforma, a dieci metri da casa è già la signora Hinner, risponde ai saluti delle vicine, le donne dietro le finestre puliscono passando panni sopra i vetri, si muovono a scatti, come marionette manovrate da fili invisibili, sembrano molto distanti dai vetri, perdute, in un altro mondo. Maria Zemmgrund mi porta dal medico perché sono una bambina nata strana.


Il dottor Rosenfeld ha lo studio nel centro di Bockburg. Mio padre vorrebbe che mia madre cambiasse medico. Maria, Rosenfeld è un ciarlatano da fiera di paese, arriva da fuori. Se non ti piace il dottor Ziegler prendi il dottor Köhler, il dottor Rammer, il dottor Preis, scegli chi vuoi, sono tedeschi, medici figli di medici, le loro famiglie vivono a Bockburg, da generazioni: dimentica Rosenfeld, non fare il contrario di ciò in cui credi. Il dottor Rosenfeld si chiama Hans, come mio padre. Avrà quarant’anni, ne dimostra almeno dieci in piú. Indossa panciotto nero e camicia bianca, cravatta nera a pois rossi. Gli occhi rimpiccioliti quasi scompaiono dietro le lenti spesse e tonde. La barba rossiccia odora di tabacco anche a due metri di distanza, la peluria copre la pelle piena di sfoghi, forse dovuti a un’alimentazione sbagliata, a un eccesso di vino durante serate accanto al fuoco.


 Mia madre si lamenta di me, il dottor Rosenfeld non mi guarda, fissa Helga, cosí posso abbandonarmi, libera di vedere la parete alle spalle del medico: un orologio con le lancette segna l’ora che non so leggere, accanto a una pergamena in cui probabilmente è scritto nome e cognome del dottore, data di nascita, anno e specializzazione della laurea in medicina, la firma di qualche vecchio docente ora prossimo alla pensione o deceduto. Vicino all’attestato sono appesi quattro disegni del corpo umano. Uno scheletro mi guarda senza occhi, la smorfia tramutata in sorriso. Il dottor Rosenfeld si avvicina a Helga e dice, Hilde, bambina cara. Helga piagnucola, non riesce a ribattere, dottore, sono Helga, dice solo, mutti, allunga le braccia verso mia madre, mutti, no, dottore: lei è Helga, il problema è Hilde.



I genitori sono troppo ansiosi, signora Hinner. Non vorrebbero mai problemi. Le questioni sui gemelli cominciano nella Bibbia. «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà piú forte dell’altro e il maggiore servirà il minore». I gemelli sono molto spesso in competizione tra loro nella mitologia classica, lí è quasi naturale che uno dei due contendenti soccomba, a volte in modo tragico, per fini tutt’altro che ignobili: salvare gli abitanti di una città assediata, fondare una nuova comunità. Il conflitto tra gemelli è una costante che attraversa i secoli, quasi un cliché, come lo scambio di persona che induce al riso nella commedia degli equivoci: io stesso mi confondo ancora tra Hilde e Helga. C’è nei gemelli la volontà di affermazione del singolo, la ricerca di un’identità precisa, di un’autonomia che annulli il terrore di perdersi nell’equivalente, nella copia gemellare. Io credo alle affinità e alle differenze, signora Hinner, sebbene alcune comunità, quando nascono i gemelli, ammazzino uno dei due. È un caso limite, certo. Motivi forse simbolici, pratici, talvolta economici, questo accade in altri periodi storici, o in altre civiltà: non nella Germania del 1935.


Una difficoltà di apprendimento può capitare, signora Hinner, non sia schiava del desiderio di avere copie identiche. Le gemelle non sono bambine singole, che imparano il linguaggio tramite lo scambio con la madre, il padre o i nonni. Le bambine singole hanno come modello gli adulti, i fratelli o le sorelle piú grandi. Helga e Hilde sono primogenite e, in particolare nel caso di Hilde, il modello di riferimento è Helga. È probabile che le gemelle comunichino, magari a bassa voce, in sua assenza, utilizzando una lingua intima, di parole inventate, lingua che usano per comunicare solo tra loro, escludendo il mondo attraverso questo legame fortissimo, che tuttavia le assorbe in misura diversa: Helga comunica con gli adulti, Hilde è chiusa in se stessa, partecipa tramite Helga. Sí, signora Hinner, anche lei è un modello, lei è il modello, tuttavia non sta sempre nella camera delle bambine, avrà una sua vita, immagino. D’accordo. Lei dice di passare quasi tutto il suo tempo con le gemelle, anche se fosse cosí, è impossibile concedere le stesse attenzioni a entrambe. Inoltre può darsi che una gemella necessiti di maggiori cure rispetto all’altra, magari proprio colei che noi escludiamo senza rendercene conto. Anche a parità di attenzioni, lei crede di parlare a due bambine, in verità le tratta come un’unica persona: è plausibile che Helga sia velocissima nel rispondere alle sue sollecitazioni, mentre Hilde, sopraffatta da Helga, preferisca nascondersi dietro la rapidità della sorella. Vero, Hilde?


Già, non rispondi, ma io, Hilde, non sono Helga o tua mamma. Signora Hinner, lei dovrebbe condividere un piccolo momento con sua figlia, un luogo, un compito specifico: leggere una fiaba, un libro illustrato, sistemare il giardino, i bambini amano mettere le mani nella terra, dovrebbe lavare la verdura e preparare qualcosa da mangiare. Hilde, sai come si fa lo strudel? Tutto ciò non significa escludere Helga, che a sua volta avrà altri spazi solo con lei, signora Hinner. Alcune gemelle incominciano a esprimersi dopo i due anni di età, tuttavia quando iniziano sono precise, come se lo facessero da mesi. Non si limitano a usare solo sostantivi, buttati nel discorso come giocattoli con cui scoprire il mondo. Niente verbi all’infinito, cantilene dei bisogni primari o aggettivi storpiati. Non si preoccupi, signora Hinner, Hilde vuole solo essere indipendente anche da lei, ma apprende, ne sono certo, custodisce le parole, è gelosa, e il giorno in cui arriverai a mille, Hilde, tornerete qui tutte e tre insieme, e le ripeterai. Piuttosto, signora Hinner: come va la sua tosse?


Hilde, cos’è questo silenzio? Vuoi vivere senza la tua lingua madre? Non ami la tua lingua o non ami tua madre? Oppure non ti senti amata da lei? La sfidi attraverso il mutismo? È solo tua madre, sebbene tu non voglia dire mutti. Il tuo silenzio è filiale. Come se la prima esperienza attorno al capezzolo fosse la cosa piú importante, l’eterno esordio dell’umanità, la riscrittura continua dell’universo. Hilde, credi cosí tanto nella relazione con tua madre, unica forma di verità, da sentire vacuo tutto ciò che verrà dopo. Ti sbagli. Incomincia a parlare. Non è cosí fondamentale la prima parola, esiste già, è nel luogo che ti ostini a proteggere, giunge lí prima di te, ma tu immagini di esserne l’autrice. Verranno altre parole e saranno eredità di secoli, di vite differenti, parole sopravvissute o portate qui con mezzi che nessuno ricorda: cavalli affaticati, carovane, pergamene arrotolate nelle tasche assieme al tabacco, gambe di legno, impronte di ubriachi nel terriccio, copertoni, cingoli di carri armati, onde radiofoniche.


Cerchi di salvarti, di salvare tua madre, i tuoi cari, tu hai il terrore di perderli, tutti. In fondo, vorresti allearti con tua madre, per poter ribadire, noi, noi, noi, lo spaventapasseri invisibile che sorregge le nazioni, gli eserciti, le famiglie. Hilde, tu sopporti la dolorosa superficialità di tua madre, ti rimproveri, quando ti accusa di essere una bambina sbagliata e cattiva, taci e aumenti il senso di colpa, l’ostilità, sei sempre piú convinta della tua scelta se osservi la stolta grettezza di nonna Christa, di nonno Michael, lo sguardo annebbiato di zio Peter, la crudeltà dei giorni festivi, i codici sociali, nonna Rosie rinchiusa in un mondo immaginario, modulato su un canovaccio in cui lei è la signora indiscussa di Bockburg, vive alla fine del XIX secolo ed è amica intima di una statua – Sissi imperatrice d’Austria – ma utilizza un frigorifero del 1930: come dare torto a nonno Herbert, se passa tutta la sua vita nella penombra?
Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima.


E allora, Hilde, sei disposta a cambiare alleato. L’alleato è tuo padre. Dieci anni prima di quella frase, sei nel 1935, a Bockburg, lui distante, immerso nella carriera, spinto dall’ambizione personale e da tua madre, che vuole anche altro, ignori cosa, neppure lei lo sa. Hilde, dovresti accettare tuo padre, intendo padre in ogni aspetto, tutto ciò che Hans Hinner rappresenta, per aggredire tua madre, sminuirla, separarti da lei, dalla tua gemella Helga. Trattieni da troppo tempo parole che ritieni sacre. Sei sopraffatta dal senso di responsabilità, non vorresti mai iniziare farfugliando due sillabe. Ma quel tempo non esiste piú da molto. Tua madre è Maria Zemmgrund. Maria Zemmgrund è la signora Hinner. È solo tua madre. Accogli tuo padre, Hans Hinner, direttore del giornale di Bockburg, il settimanale diffuso in tutta la zona sud di Monaco. Hilde, accetta di perdere qualcosa di piú della tua prima parola. Per questo motivo, all’età di 735 giorni, ripeti: Mutter.

Le immagini di questo post, autoritratti di bambini di quattro anni, provengono dall'archivio Early Childhood Center, Psychology Department, presso Sarah Lawrence College, che raccoglie i lavori realizzati durante i laboratori artistici organizzati dal Centro, nei quali bambini in età prescolare sono invitati a esprimere idee e pensieri attraverso l'uso di materiali diversi.


lunedì 26 maggio 2014

Dal chiasso alla parola/ 5. Parole come semi

Per tutto il mese di giugno, la libreria Radice-Labirinto ospiterà  le tavole di Marina Marcolin per le poesie di Silvia Vecchini, Poesie della notte, del giorno e di ogni cosa intorno. E tutto il mese di giugno sarà dedicato dalla libreria alla poesia. Il programma della giornata di sabato, 31 maggio, Semi e parole, è ricchissimo: si comincia alle 10 e si finisce alle 18 e 30. Lo trovate qui. Alle 16.30, del 31, vi segnaliamo Il desiderio è un seme, laboratorio per bimbi dai 6 anni, a cura di Marina Marcolin e Silvia Vecchini.

Mi piace partire dall’inizio.
E secondo me l’inizio sta nel fatto che da piccola ho avuto qualche difficoltà a parlare. In prima elementare, tanto per fare un esempio, mi misero accanto a una bambina molto più spigliata di me. Io le dicevo una cosa all’orecchio e lei parlava al posto mio. È andata avanti così per un po’.

Se poi dovevo dire qualche cosa di molto importante, la cosa si complicava. Ho il preciso ricordo di quando, scoperto il registratore, pigiavo il tasto REC in camera mia, parlavo, pigiavo il tasto STOP, riavvolgevo con il tasto REW e poi portavo il registratore in cucina, dai miei, spingendo il tasto PLAY e scappando via mentre loro ascoltavano il mio messaggio in differita. Certo, era anche un gioco. Ma non del tutto.

Che cosa c’entra questo con i laboratori di scrittura e di poesia che svolgo con i bambini?
Poco per gli altri, molto per me.
Scrivere, tirar fuori le parole, spesso non è facile. Anche per i bambini che invece sarebbero così generosi nel condividere i propri pensieri. Scrivere a volte somiglia troppo a un compito.
E poi, quando i laboratori sono una tantum e non tracciano un percorso, può esserci un po’di imbarazzo. Quindi, i bambini hanno tutte le ragioni per partire in sordina o con sospetto.
E allora, innanzitutto, quando incontro i bambini a scuola, in biblioteca o in libreria, mi piace accoglierli in modo che si trovino a loro agio.

Schizzo di Marina Marcolin, durante la lettura-laboratorio
presso Libreria Cuccumeo, Firenze, 13 aprile.

Se è possibile, non scriviamo a un tavolo. Se si sta all’aperto è ancora meglio. Di solito offro sempre colori, matite, acquerelli, pennelli, in modo che possano anche disegnare mentre aspettano l’idea giusta o che tutti abbiano terminato l’attività.

Mi piace aprire l'incontro con una lettura, spesso con un libro illustrato. Da quando ho scoperto Dentro me, utilizzo questo viaggio misterioso come l’augurio di scoprire, durante la scrittura, qualche cosa di noi che ancora non sappiamo. Che si tratti di un orco, una nuvola, una roccia o un arcobaleno.
Per il laboratorio su Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno ho scelto di preparare una tenda, un rifugio provvisorio, di quelli che i bambini approntano in casa con coperte, cuscini, seggiole. Nel libro c’è una poesia dedicata a questo gioco e partiamo proprio da lì.
In questo luogo riparato, intimo, facciamo conoscenza e iniziamo a leggere. Poi propongo loro un’attività con dei piccoli oggetti: può essere un oggetto a loro particolarmente caro e che chiedo loro di portare da casa, ma anche un oggetto casuale che troviamo svuotando le tasche, oppure un piccolo gioco pescato tra quelli che ho portato io da casa.
Naturalmente non chiederò loro di scrivere una poesia.
Do a ciascun bambino un balloon ritagliato in modo che possano far parlare l’oggetto, sentire la sua voce.


In questa fase, il fatto di stare un poco scomodi, di scegliersi la propria posizione, di non far troppo caso agli scarabocchi, alle prime frasi lasciate a metà, è un sollievo. Scriviamo innanzitutto per noi. Non sarà perfetto, ma proprio per questo andrà benissimo.
In poco tempo, scendiamo un po’ più nel profondo e ci concentriamo su un’emozione in particolare.

Cosa sente, cosa prova, cosa pensa o cosa vorrebbe fare l’oggetto che ci è toccato in sorte?
Proviamo a scrivere anche quello. Se abbiamo tempo, passiamo dalla prosa ai versi. Eliminiamo parole, concentriamo il tutto, proviamo a sentire la musica dei suoni e delle pause.
Dopo aver assegnato uno stimolo alla scrittura, si lavora in silenzio, ci si aspetta e poi si condivide liberamente. C’è chi scalpita e chi frena. Alla fine tutti o quasi lo fanno.
Ma la cosa interessante non è quasi mai il prodotto della scrittura (anche se i bambini scrivono spesso cose straordinarie) quanto il clima che si crea nel cercare di scrivere.
L’oggetto fa da schermo ma i bambini raccontano se stessi.
Dentro questo tentativo, in quell’attenzione concentrata, in quel silenzio ricco di possibilità, mentre scegli la strada da prendere per dire qualcosa di tuo, sta il divertimento e l’occasione.

La scrittura è un esercizio di libertà e insieme un esercizio di riconoscimento perché quello che scrivi ti rappresenta. E farlo insieme, iniziare per gioco, avere qualcuno che ascolta e ti ringrazia per quello che hai condiviso, ai miei occhi è come dare a ciascuno un registratore perché lo faccia scendere giù, dentro, possa premere REC, catturare qualcosa, fosse anche una frase che gli somiglia e riportarlo fuori. Pigiare insieme PLAY e sentire che effetto fa.
Il prossimo appuntamento con Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno sarà a Carpi il 31 maggio all’interno dell’iniziativa Semi e Parole.

Per questo incontro, io e Marina Marcolin (che disegnerà e guiderà i bambini nella parte dedicata all’illustrazione dei testi) abbiamo preparato una tenda e un’attività speciale. Ci saranno fili d’erba, fiori, chiocciole, api, sassi, coccinelle. E parole come semi.

Si parla sottovoce, si scrive come viene
si dice un poco, il resto si trattiene.
Va bene stare scomodi,
è solo per provare,
tirar fuori le parole
non sai mai come fare.
Ci vuole un apriscatole,
una chiave a stella,
poi basta una frase
e sei proprio tu, sei quella.




Le immagini di questo post, realizzate da Teresa Porcella, sono state prese durante l'incontro del 13 aprile scorso, presso la libreria Cuccumeo, a Firenze: una lettura-laboratorio con Silvia Vecchini e Marina Marcolin, a partire dal libro Poesia della notte, del giorno, di ogni cosa intorno.

Gli altri post della rubrica Dal chiasso alla parola li trovate qui:
Dal chiasso alla parola/1. Carla Melazzini
Dal chiasso alla parola/2. Il bianco che resta sulla carta
Dal chiasso alla parola/ 3. Nell'aula silenziosa della mente
Dal chiasso alla parola / 4. Nel grande mistero


Locandina dell'incontro, Libreria Cuccumeo, Firenze, 13 aprile 2014.

mercoledì 2 maggio 2012

Dal chiasso alla parola / 4. Nel grande mistero

Una buona ragione per assegnare i Nobel per la letteratura è quella, molto concreta, di fare uscire dall'ombra della fama settoriale (o nazionale o dell'area linguistica) talenti eccezionali, perché i lettori di tutto il mondo ne possano godere. È accaduto nel 1996 con la Szymborska, autrice poco prolifica che si è guadagnata fama eterna con duecento liriche (o almeno così narra il mito) - e sia lode eterna agli attempati accademici di Svezia che sembrano così rigidi, grigi e istituzionali, e invece hanno l'occhio lungo e vispo -, e con tanti altri scrittori.
Nel 2011, è stata la volta del poeta svedese Tomas Tranströmer (in Italia edito da Crocetti). Claudio Magris, che nel 2004 gli ha assegnato il Premio internazionale Nonino, definisce la sua “una poesia orfica che esorta l'ineffabile”. Oggi qui, però, parliamo di Tranströmer per la sua breve, e imperdibile, autobiografia d'infanzia e adolescenza I ricordi mi guardano pubblicata da Iperborea che ha il merito di traghettare fino alle nostre sponde mediterranee perle sconosciute della cultura nordica.


Tranströmer, che nella vita ha esercitato la professione di psicologo presso un carcere minorile e in un ufficio di collocamento statale, mette mano ai suoi ricordi infantili con misura e capacità di sintesi. In meno di ottanta pagine, dà conto al lettore della complessa età infantile, e della giovinezza, vedendone in trasparenza la profondità e ricchezza da fondale marino. E, in otto laconici capitoli, dall'acqua tersa della memoria porta alla luce scintillanti campioni di memoria e vita interiore che a chi legge fanno l'effetto di vere e proprie illuminazioni. D'altra parte, come si legge nella breve e bella nota di Fulvio Ferrari: «Significativamente questo breve libro di ricordi si conclude con la scoperta, da parte del Tranströmer liceale, della metrica classica, della capacità della forma di elevare il banale al sublime, di rilevare gli abissi di senso che si nascondono dietro le apparenze del quotidiano, abissi che una lingua non poetica non è in grado di circoscrivere e tantomeno di afferrare.» Convinti come siamo, insieme a Kipling (fra i tanti), che i primi anni della vita umana rappresentino un momento di importanza centrale nella formazione dell'identità (idea alla base della collana Anni in tasca, narrativa e graphic), ci sembra necessario segnalare questo libro a chi coltivi la medesima idea. Sono stata molto incerta sul brano da scegliere, per offrire un saggio della scrittura e della tonalità emotiva di questo libro. Alla fine mi sono risolta per questo, dedicato ai musei.




Più o meno ogni due domeniche andavo al museo di Storia Naturale. Prendevo il tram fino a Roslagstull e facevo gli ultimi chilometri a piedi. La strada era sempre un po' più lunga di quanto non pensassi. Ricordo benissimo queste spedizioni, tirava sempre vento, il naso gocciolava, gli occhi lacrimavano. Non ricordo invece nessun percorso inverso, è come se non fossi mai tornato a casa, ma solo andato, in un perenne pellegrinaggio pieno di aspettative, moccioso e lacrimante, verso il colossale edificio babilonico.
All'arrivo ero salutato dagli scheletri degli elefanti. Quasi sempre andavo direttamente al reparto «vecchio», con i suoi animali imbalsamati già nel Settecento, in parte impagliati in modo piuttosto rozzo, con le teste gonfie. Eppure c'era in quel luogo una magia particolare. I grandi ambienti artificiali con i loro modelli di animali realizzati con eleganza, al contrario, non mi attiravano – era un forma di illusionismo, roba da bambini. No, doveva essere chiaro che non si trattava di animali vivi. Erano imbalsamati, erano al servizio della scienza. La scienza cui mi sentivo vicina era quella di Linneo: scoprire, raccogliere esaminare.



Il museo veniva esplorato da cima a fondo. Mi soffermavo a lungo fra le balene e nel reparto di paleontologia. Poi arrivava il reparto dove mi trattenevo di più: gli invertebrati. Non avevo mai contatti con nessun altro visitatore. In effetti non ricordo nemmeno che ce ne fossero, di visitatori. Gli altri musei che mi capitava di visitare – il Marittimo, l'Etnografico, il Tecnico – erano sempre pieni di gente. Il museo di Storia Naturale, invece, sembrava aperto solo per me.
Un giorno mi imbattei in un mio simile. No, non un visitatore, un professore o qualcosa del genere. Lavorava al museo. Ci incontrammo nel reparto degli invertebrati, si materializzò improvvisamente fra le vetrine, quasi piccolo come me di statura. Borbottava fra sé. Intavolammo subito una conversazione sui molluschi. Era così distratto o privo di pregiudizi che mi trattava come un adulto. Era uno di quegli angeli custodi che ogni tanto apparivano nella mia infazia e mi sfioravano con le loro ali. La conversazione portò al permesso speciale di accedere a un reparto non destinato al pubblico. Ricevetti un sacco di buoni consigli su come imbalsamare i miei animaletti e rifornito di provette che sembravano far parte di un'attrezzatura veramente professionale.
Collezionai insetti, e soprattutto scarafaggi, dagli undici anni fino, più o meno, ai quindici. Poi furono gli interessi concorrenti a prevalere, soprattutto artistici. Che malinconia che l'entomologia dovesse cedere loro il posto! Volli convincermi che fosse qualcosa di temporaneo. Di lì a una cinquantina d'anni avrei ripreso a collezionare.



L'attività cominciava in primavera, ma naturalmente era soprattutto d'estate che fioriva, nell'isola di Runmarö. Nella casa di campagna, dove non avevamo che pochi metri quadri per muoverci, c'erano barattoli di vetro con insetti morti e una teca per le farfalle. E sopra ogni cosa aleggiava un odore di etere che fluttuava anche intorno alla mia persona, visto che avevo sempre in tasca un barattolo di quel prodotto insetticida. […]
Ero sempre fuori in perenni spedizioni. Una vita all'aria aperta senza il minimo interesse salutistico. Non avevo ovviamente alcun punto di vista estetico sulle mie prede – si trattava di Scienza – ma senza rendermene conto feci molte esperienze di bellezza. Mi muovevo nel grande mistero. Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi.
Una frazione di frazione di quel mondo l'avevo catturata e appuntata nelle cassette che posseggo ancora. Un mini museo segreto cui raramente rivolgo il pensiero. Ma sono sempre lì, gli insetti. Come se aspettassero il loro momento.


Le immagini di questo post sono del fiammingo Jan van Kessel, (Anversa, 1629-1679), appartenenti alla serie Insects and fruit.

venerdì 13 gennaio 2012

Dal chiasso alla parola/ 3. Nell'aula silenziosa della mente

Nel 2006, Giordana Piccinini mi propose di scrivere la recensione di un libro per la rivista “Hamelin. Storie Figure Pedagogia”. E mi spedì Infanzia di Nathalie Sarraute. Lo lessi subito. Si trattava di una autobiografia di infanzia e raccontava la storia del formarsi di una identità e di una lingua. Mi piacque immensamente e accettai la proposta. La recensione, dal titolo La battaglia delle parole, uscì sul numero 16 della rivista. Oggi ve la propongo in lettura. La trovate qui.
Credo che la storia del modo in cui nella nostra mente, nel nostro corpo, cominciano a formarsi le parole e con esse cominciamo a orientarci nel mondo, nominando e dando significati, coincida per tutti, non solo per la Sarraute, con la nascita della coscienza e, quindi, dell'identità. Ripercorrere la vicenda delle proprie parole, potrebbe rappresentare per tutti la possibilità di accesso a significati vitali per la comprensione della propria esperienza e storia, significati spesso non affiorati alla luce, perché smarriti, negati, occultati, censurati. Accedervi non è facile. La psicoanalisi ci insegna ad addentrarci nella foresta del senso smarrito lasciando cadere una scia luminosa di parole-ciottolo, via via che si spofonda nel buio, per ritrovare la strada di sé. Ci insegna con questo a riconoscere la potenza della parola, la sua capacità salvifica, ma insieme anche la sua forza distruttiva.
Nathalie Sarraute, scrittrice rigorosissima, lucidissima, ha avuto la tenacia e il coraggio di raccontare la vicenda privata e crudele delle parole che l'hanno costruita. La battaglia serrata fra la lingua degli adulti e la lingua in formazione dei bambini. Una battaglia invisibile e sanguinosa, combattuta fra le quattro mura della quiete domestica e, da queste, dissimulata.
Vi assicuro che vale la pena di leggerla.

giovedì 10 novembre 2011

Dal chiasso alla parola/2. Il bianco che resta sulla carta

Il primo libro di poesie che mi è stato regalato, si intitolava Cinque lire di stelle. L'autore era Federico García Lorca. Il donatore fu mio padre. Il libro era una raccolta di filastrocche, nenie, ninnananne, canzoncine. Era il 1970. Avevo otto anni. La cosa che mi fece più impressione di quel libro che mi parve fonte inesauribile di delizie (potete leggere alcune di queste poesie, cliccando sulle immagini), fu il bianco delle pagine. E, dentro quel bianco, il modo in cui vivevano le parole. Il modo in cui ci abitavano, come fosse uno spazio sterminato, luminoso, silenzioso. Sembravano fatti l'uno per le altre. Parole che usavo senza pensare, come ponte, conchiglia, bambina, luna, sera, olive, acqua, cotone, imponevano di ascoltare. E, nell'ascolto, crescevano, prendevano corpo, voce.


L'impressione era quella di sentirle per la prima volta. Mi sembrarono una specie di miracolo quel silenzio e quello spazio con dentro quelle parole. Lì, si respirava: c'era aria, luce, libertà. Una limpidezza che consentiva di capire e di vedere. Fu un'esperienza così forte che determinò una sorta imprinting a vita.


La prima conseguenza fu una plaquette poetica autoprodotta, con tanto di rilegatura, indice, copertina e biografia dell'autrice. La seconda, una ricerca costante di parole che mi restituissero quell'esperienza. Ancora oggi, i libri prediletti li riconosco così: quando le parole fanno tacere tutto il resto, quando il loro silenzio crea lo spazio del pensiero, quando la loro luce diventa chiarezza di visione.
L'ultima, in ordine di tempo, questa primavera, una poesia, che descrive questa esperienza.

Il bianco della pagina
insegna alla bambina
il formicaio delle parole
lo sporgere del rigo
sull’abisso dei significati
la luce chiara del senso, del sentire
le dice  so di te da molto prima che nascessi
le dice  benvenuta.



Un libro che parla di poesia e ragazzi, letto alcuni giorni or sono, dedica un intero capitolo al bianco della poesia, mostrando con grande intelligenza cosa possa significare un simile incontro per un lettore molto giovane. Il libro si intitola Perlaparola. Bambini e ragazzi nelle stanze della poesia, l'autrice è Chiara Carminati (un nome in linea con poesia e bianchezza; Nomen est homen, dicevano i latini). Chiara è autrice di altri libri dedicati alla poesia e ai ragazzi di cui abbiamo parlato qui. In queste pagine, riprende il filo del discorso iniziato e lo approfondisce, per offrire altri strumenti a chi, insegnante, genitore, educatore, bibliotecario desideri fomentare la poesia.

Nell'Ingresso del libro, dal titolo Brevi note per fomentatori di poesia, l'autrice, infatti, spiega:

"Trovo molto bella la parola fomento. Nella nostra lingua è un po' in disuso, ma in spagnolo viene utilizzata correntemente per indicare le attività di avvicinamento al libro e alla lettura: fomento de la lectura. In italiano il termine corrispondente è promozione, che però risulta più freddo e legato a una logica di consumo. Nel suono della parola fomento invece si legge una fiammata improvvisa, un calore di fiato, un segnale di fumo fatto per essere visto da lontano. Fomento ha in sé la fame, il nutrimento del fuoco.
Più che un manuale, una cassetta per gli attrezzi, questo libro vuol essere uno strumento per il fomento della poesia. Una raccolta di proposte per far scattare la scintilla, e di spunti per alimentarla. Si rivolge a chi, per passione o per professione, si occupa di bambini e ragazzi, nell'idea che la poesia sia il mezzo più potente per esplorare e far esplorare le risorse del linguaggio e che l'acquisizione di queste risorse sia fondamentale per la costruzione di una personalità creativa e l'espressione di un pensiero libero."


La Quinta stanza poetica immaginata da Chiara si intitola Scolpire il silenzio. E così si annuncia:
"Dove se guardi bene, vedi la poesia, perché va a capo; dove il bianco scrive e il silenzio suona e chi corre si ferma in uno spazio calmo; dove le parole si sporgono sul bordo di un precipizio e il lettore vorrebbe sapere come va a finire."

È qui, infatti, che si parla del bianco che circonda la poesia e che alla poesia è consustanziale. Da questa stanza così speciale, vi riporto alcuni brani.



"Tengo un libro aperto nella mano destra e uno nella mano sinistra. Entrambi sono rivolti verso di loro. Quale dei due è un libro di poesie? chiedo.
Loro sono distanti, non possono leggere le parole. Loro possono solo vederle nella pagina. Loro sono tre classi di seconda media nella sala di una biblioteca, e assistono a un incontro sulla poesia con un misto di scetticismo e curiosità che è quasi commovente.
Rispondono unanimi: il libro di poesia è quello a sinistra.
E da cosa l'avete capito, visto che non potete sapere se parla di stagioni o di lacci delle scarpe, né se esprime sentimenti o descrive un frigorifero? Esitano un attimo. È perché non arriva in fondo, rispondono. Perché lo scritto è più corto della pagina. Perché va a capo.
La poesia va a capo. Frena il flusso delle parole prima di arrivare al margine della pagina. Dichiara la propria autonomia espressiva rispetto alle regole della scrittura, stabilendo una prima identità formale che è fatta di niente, di bianco, di vuoto: la poesia è scritta in versi, e i versi vanno a capo.
Ma i versi sono fatti solo dalle parole, o anche dalla loro assenza?
«La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta» dice una celebre frase di Paul Claudel, quasi a provocare l'attenzione del lettore su ciò che non c'è, che non si vede, ma in qualche modo si ascolta come si ascolta il silenzio. Gli spazi bianchi, quel vuoto di carta e di voce in cui galleggiano le parole dopo essere emerse con lentezza o prepotenza, sono silenzi.
È un vuoto che non è vuoto, anzi è pieno di suono che echeggia, di vita e respiro, di presenza."



"Negli edifici frequentati da molta gente, esiste uno spazio identificato come luogo sicuro da raggiungere in caso di incendio: viene chiamato «spazio calmo». Non è un luogo di riposo, come il nome potrebbe far pensare. Non è neppure un semplice luogo di attesa passiva, poiché è dotato di tutte le strumentazioni necessarie per far fronte al pericolo delle fiamme e cercare una via di salvezza. Contro la frenesia e l'ansia di consumo, la poesia è il nostro spazio calmo di lettori. Poiché non chiede di essere divorata, ma assaporata: ci impone un tempo di lettura più lungo e disteso, uno spazio calmo in cui prenderci cura delle parole."



"Guillevic chiama la poesia scultura del silenzio: proprio come se le parole emergessero a forza di scavare nel bianco, che continua a circondarle. Ma il bianco resta la materia prima. Mi piace l'immagine della scultura anche perché richiama il monumento, come se le parole della poesia fossero l'opera eretta per celebrare i suoi silenzi.
La definizione di Guillevic ricorda l'immagine contenuta nel Tao Te Ching: le pareti del vaso sono fatte d'argilla, ma è il vuoto al suo interno a renderlo utile. Le parole delle poesie ci parlano, ma sono i bianchi dei versi a farcele ascoltare fino in fondo. Cosa succede in quei bianchi? Di cosa si colmano, per chi li ascolta?


Nelle pause si ascoltano i suoni. Risuonano le ultime sillabe e ne traggono vantaggio le rime, che così evidenziate stringono legami più forti all'orecchio. Ma echeggiano più a lungo tutte le parole in fine verso, anche quando non sono in rima. Protese sul bordo del precipizio, si caricano così di maggior peso nel gioco dei significati."



venerdì 14 ottobre 2011

Dal chiasso alla parola/1. Carla Melazzini

Quest’estate, fra i libri portati in vacanza, alcuni sono stati oggetto di letture particolarmente appassionate e partecipate. Uno di questi si intitola Insegnare al principe di Danimarca, di Carla Melazzini.
Carla Melazzini è stata ideatrice e insegnante del Progetto Chance, vera e propria scuola impegnata a svolgere il programma per la licenza di terza media per giovani che hanno abbandonato la scuola, operante nella periferia orientale di Napoli, a Barra, Ponticelli, San Giovanni Teduccio. Come si legge nel libro a proposito di questo progetto pedagogico: “I ragazzi vi si iscrivono volontariamente – è quasi un arruolamento civile. La distinzione fra le varie discipline è spesso sconvolta. Oltre agli insegnanti ci sono educatori e genitori «sociali». Vi si realizzano molte attività pratiche e attorno a quelle esperienze si impara a leggere, scrivere e far di conto.” Qui trovate un’intervista sul progetto a Marco Rossi Doria, autore del bel libro Di mestiere faccio il maestro.
Non è facile dire perché questo libro che tratta dell'esperienza di insegnamento maturata nel corso di Chance, sia tanto forte, coinvolgente e sconvolgente: l’esperienza che riporta e la voce che la riporta poco si prestano a semplificazioni, in qualche modo ne precludono ogni tentazione. La complessità dei problemi, l’esercizio del dubbio, la pratica della critica, il rifiuto di soluzioni facili e di riflessioni consolatorie, sono costantemente in primo piano. La gravità dei vissuti dei ragazzi coinvolti nel progetto, il degrado dell’ambiente da cui provengono impongono all’autrice un rigoroso e severo rispetto della verità, anche la più scomoda, contro ogni retorica da parte di chi, su opposti versanti, a questo progetto, anche molto avversato, ha prestato attenzione. E infatti numerosissime sono le riflessioni, a volte impietose, sulle motivazioni e sulle modalità di intervento da parte di chi, anche con le migliori intenzioni, si impegna in questi ambiti. Costantemente, poi, è analizzato l’atteggiamento degli adulti, in particolar modo dei docenti, nel rapporto coi ragazzi, la loro reale capacità di insegnamento, andando alla radice di quel che questo significa, e di quel che significa una relazione educativa. Carla Melazzini mette la parola al centro di tale relazione: la parola come strumento fondamentale di ricerca di senso e di significati. Non solo: al come usare le parole, all’uso che si fa del linguaggio, vera e propria cartina di tornasole delle reali intenzioni, dei pregiudizi, dei luoghi comuni, degli ideologismi, rivolge una continua attenzione nel libro, che proprio per questo, oltre che per i contenuti didattici, è tanto straordinario.
Con le sue parole, per questa ragione, inauguriamo una rubrica alle parole destinata: speculare e gemella di quella dedicata alle immagini. Lo facciamo con un brano tratto da un capitolo che ha un titolo emblematico e bellissimo: Dal chiasso alla parola, che prendiamo a prestito per questa rubrica (frasi evidenziate in nero a cura della redazione).

The Alphabet from n9ve on Vimeo.

Dal chiasso alla parola
Raramente ci chiediamo quale forma
venga imposta alla realtà quando le
diamo la veste di un racconto.
J. Bruner, La fabbrica delle storie

Alla domanda quale sia la parte più significativa del Progetto «Chance» per i docenti, si potrebbe rispondere che esso offre all'insegnante l'opportunità inestimabile di ripartire dal grado zero della parola.
È come se, nel momento in cui il ragazzo viene invitato a siglare volontariamente un nuovo patto educativo con persone di cui si fida, una esperienza dolorosa di fallimenti e rifiuti gli fornisse la legittimazione a fondare il patto su una sfida: la parola non è un diritto acquisito, ma si deve conquistare insieme: alunno e docente.
Per l’alunno è un processo quasi primario, nel quale la parola viene fatta emergere dal silenzio, dal chiasso, dal gesto che traduce senza mediazioni simboliche emozioni profonde.
Per il docente è una riconquista del senso delle parole, perché il ragazzo non è disposto ad accettare parole che siano prive di significato per lui.
Non è facile per un docente accettare di essere zittito, ma se riesce a sostenerlo, si apre un percorso educativo molto ricco per entrambi.
Nel primo anno di Chance il laboratorio artistico e quello linguistico costituiscono i cardini della porta che apre la via a un percorso di costruzione dell'identità attraverso la scoperta di significati.
Nel libro citato all'inizio, Bruner afferma che «creiamo e ricreiamo l’identità mediante la narrativa», che «il sé è un prodotto del nostro raccontare», e che «la creazione del sé avviene dall’esterno verso l’interno tanto quanto in senso contrario».
Un laboratorio dei linguaggi, verbali e non, deve dunque essere uno spazio predisposto con cura e amore perché vi possa avvenire il passaggio dal silenzio e dal chiasso alla parola e poi alla narrazione rispecchiata e condivisa che costruisce identità.
Raccogliendo la sfida che i ragazzi ci lanciano all’inizio, cerchiamo di guidarli a costruire una narrazione di sé che acquisti grammatica e sintassi senza perdere originalità, calore e verità.

The Alphabet 2 from n9ve on Vimeo.

La ri-conquista delle storie per i docenti
Al termine dei primi tre anni siamo riusciti finalmente a parlare delle nostre pratiche didattiche. C’è una soddisfazione generale per questa esperienza, e insieme circolava la domanda: «Perché non si è fatto tre anni fa?» Chiediamoci: «Si poteva fare tre anni fa?» La risposta è no; si è fatto adesso perché c’era un’esigenza generale di farlo e il senso di poterlo fare ora, e non senza una grande ansia, che nella fase preparatoria ha rischiato di paralizzare la situazione.
Perché tutta questa ansia e tutto questo tempo? Ancora una volta realizziamo quanto siamo simili ai nostri ragazzi e il nostro percorso sia simile al loro, nei tempi e nei modi: solo dopo tre anni ci siamo sentiti sufficientemente sicuri di avere fatto cose buone, tanto da poter ammettere le nostre debolezze e lacune e da affrontare il il confronto in campo aperto. Confronto con chi? Con noi stessi, con tutti gli altri colleghi, con il fantasma della scuola che ci portiamo dentro.
Anni fa ci siamo detti che Chance avrebbe scosso e ridefinito la nostra identità di insegnanti, e non ci immaginavamo quanto: qualcuno ha retto all’urto, qualcuno ha eretto difese, tutti abbiamo continuato a chiederci: «Ma io sto facendo l’insegnante o sto solo aiutando dei ragazzi ad acquistare un minimo di fiducia in sé e nella vita attraverso la relazione personale che ho stretto con loro?» Se oggi ci siamo messi al lavoro per migliorare il nostro modo di essere insegnanti è perché ci siamo convinti che quello che abbiamo fatto è scuola vera.
In questi giorni ci siamo messi a lavorare attorno a dei tavoli che all’inizio erano vuoti; le consegne non erano chiare e c’era molta ansia; poi sono comparsi dei fogli con riflessioni scritte a mano, una scheda di lavoro, la descrizione di un percorso; via via che la discussione e il confronto si accendevano, uscivano cose sempre nuove, come dal cilindro di un mago, pezzi di temi, fotografie, copioni teatrali, giornali, e tutto veniva buttato sopra un mucchio che diventava sempre più alto. Che succedeva? Scambio e restituzione reciproca, che ci aiutava a capire meglio le stesse cose che abbiamo fatto in questi anni con i ragazzi, col loro mondo interno prima di tutto, e con le loro conoscenze.
Siamo stati d’accordo di chiamarla didattica della parola, dove la parola non è un dato, ma una conquista: a partire dal silenzio, dall’urlo, dal gesto, dal chiasso.
Da quel mucchio sopra al tavolo è emerso un repertorio abbastanza vasto di tecniche e strumenti che abbiamo usato per conquistare spazi alla parola (che è il percorso caratterizzante il primo livello di Chance).
In questo repertorio di pratiche, nel quale non è possibile scindere relazione personale e didattica, abbiamo identificato dei nuclei fondanti. Il primo è quello che abbiamo concordato di chiamare: insegnare significa dare significato alla parola (e a tutte le attività che se ne servono). Se il significato, per essere tale, deve essere condiviso da insegnante e alunno, ne deriva il corollario della reciprocità, nella relazione personale come nella didattica: che significa accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita appunto, della significanza.
Un’acquisizione importante di queste giornate di lavoro è stata scoprire, attraverso l’analisi e il confronto dei materiali e delle esperienze, quanta reciprocità ci sia anche in quel nucleo centrale della didattica della parola che è la pratica della restituzione: non solo noi restituiamo ai ragazzi le loro voci, immagini, emozioni, traducendole in parole strutturate, ma loro ci restituiscono continuamente, arricchendoli, i significati delle esperienze che facciamo insieme. Per questo, il lavoro di ricordo e inventario che abbiamo appena iniziato a fare è doveroso non solo per noi, ma innanzitutto per non perdere la ricchezza di questa restituzione, che in definitiva è ciò che ci ha convinto di essere insegnanti veri.