Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

25 dicembre 2009

Post sconclusionato di Natale

Ho scritto questo post la sera del 21 novembre scorso.
La casa della mia infanzia non ha odore, se non il mio ed io non sono in grado di isolarlo.
La casa della mia infanzia profuma di affetto, di mamma, di tempi andati, di persone che non ci sono più. Qui ritrovo i miei paesaggi, certe foto....avverto con stupore l'odore dei vestiti che indosso, sono miei ma sanno di altrove.
Tornare è dolce e amaro allo stesso tempo. Cambiano i visi e cambiano i luoghi, qualcuno è morto, qualcuno è nato, una nuova rotatoria, la cioccolateria...
Torno sempre più di rado e il tempo non basta mai. Mi chiedo se riuscirò mai ad abituarmi a questo sdoppiamento di luoghi, di affetti, di volti....
I volti, già........il tempo solca i visi con il suo scorrere incessante e tornare di tanto in tanto rende i giorni di assenza leggibili sui volti.
C'è ogni volta un pezzo di me che ritrovo, qui. Nonostante la mia ritrosia, tornare è terapeutico. Certi posti non mi appartengono più eppure sono incastonati nella mia identità, sono parte di me, che mi piaccia o no.
Oggi è stato un giorno speciale, ho rincontrato lei dopo anni di lontananza. Anche lei vive fuori, le nostre vite per certi versi si somigliano molto. Il nostro pomeriggio insieme è volato in un soffio, sento che non ci siamo raccontate che un millesimo di noi eppure abbiamo parlato per ore. E' come se dovendo riempire un pozzo profondissimo, io abbia iniziato a gettarci dentro minuscoli sassolini di ghiaia, uno alla volta....non so quando finirò e se riuscirò a chiuderlo, quel pozzo. Abbiamo condiviso tanto e mi piace pensare a tutto quello che ci sarà concesso di dividere ancora. Era tanto che non abbracciavo un'amica con tanto affetto, ritrovarsi è stato intenso. Ho riavuto per qualche ora i miei quindici anni, i miei diciotto anni, anche i miei vent'anni....ma il bello è stato soprattutto averne 25. Sono tornata a casa illudendomi di rincasare per cena come tanti anni fa e di poter replicare domani, e dopodomani, come ai vecchi tempi, come quando sarei andata a dormire per svegliarmi l'indomani e andare a scuola con il motorino, con una certa sollecitudine ché era sempre tardi. Invece no, domani saluto tutti, i miei vestiti perderanno di nuovo il loro odore per ritrovarlo chissà quando....ma oggi è stato speciale per il significato che quest'incontro ha sulla mia vita attuale, per l'oggi, per il qui e ora. Il passato mi è scivolato tra le dita mentre pensavo ad altro, il presente è qui sotto i miei piedi: se mi giro, vedo le mie impronte ancora fresche. Voglio vivere questo presente e non lasciarmi sfuggire le cose che contano.
E rieccomi qui, oggi. Di nuovo odore di casa, di mamma. Di nuovo i miei vestiti che ritrovano il loro odore. La mia identità recupera un pezzo smarrito. Siamo arrivati per pranzo, proprio oggi che è Natale e la famiglia non può che riunirsi. C'era una punta di amarezza nella voce di mia madre, ieri sera. E anche nella mia: magari le sarebbero piaciute le mie seppie in zimino con il riso all'egiziana. Quelle con i pomodori maturi e senza funghi, che profumano di mare e di cumino...

03 dicembre 2009

Essere o non essere

Sarà che si avvicinano il Natale, la fine dell'anno, le lucine, l'allegria forzata, i magnamagna e i compracompra. Sarà che le succitate cose da un po' di tempo a questa parte mi mettono addosso una malinconia indescrivibile.
E un senso di vuoto. Sarà che in questi giorni trovo infinitamente entusiasmante la mia torta di mele che profuma di cannella e la corsetta al parco con i merli che sfruscano mentre tutt'intorno l'autunno avvampa in mille sfumature di colore. E il corso di arabo, ovviamente. Leggiucchio, scribacchio e mi sembra di essere tornata bambina.
Sarà che ancora non mi riprendo completamente, che passo ore a fissare la porta, che non mi sento più al sicuro in casa mia, che non so più cosa siano l'inviolabilità e l'intimità garantite da quattro mura, un tetto e una stramaledetta porta.
Sarà per tutto questo e pure per la telefonata di oggi. Una tizia che mi chiama tremila volte dottoressa, che cerca di adularmi lodando eccessivamente la mia carriera universitaria e che mi invita alla presentazione dei master dell'azienda per la quale lavora. Tace sulla trafila di stage inconcludenti che mi si profila davanti, vuole vendermi la solita aria fritta. E a caro prezzo, certo.
Sarà per tutto questo che sentendo l'appello di Napolitano a non andar via mi sono detta, vabbè vediamo cos'ha da dire il Presidente. Non ho trovato che la solita retorica vuota, però. Il perché io dovrei restare non è noto. Possiamo far crescere l'Italia.....forse se avesse detto dobbiamo, mi sarei fermata a riflettere. Dobbiamo significa che io devo rimanere qui a mettere le mie conoscenze e le mie capacità al servizio del mio Paese, perché io valgo qualcosa e qualcuno è pronto a riconoscerlo. Ammesso che io abbia capacità e conoscenze, certo. E significa soprattutto che io devo farlo per la mia patria, per il suolo su cui sono nata e la gente che ci abita. Ma possiamo è diverso. Datemi una leva e solleverò il mondo. Senza leva non sollevo un bel niente.
Inutile dire che invece mi fermo a riflettere sulla lettera di Pier Luigi Celli. Mi ci ritrovo, tristemente e senza sforzi:
[...]Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.[...]
[...]il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.[...]

06 novembre 2009

Era venerdì

Si capisce già dall’alba che è venerdì. L’adhan risuona nell’aria con più vigore.
L’insolito silenzio del traffico lascia udire la loquacità del mare più degli altri giorni.
Tarda mattinata, tempo di dohr, l’adhan risuona di nuovo, stavolta scoppiando nell’aria in mille voci.
In pochi minuti le strade si svuotano, scompaiono anche i pescatori con le loro strane reti da maneggiare stando immersi fino alla vita. Si fermano anche le ruspe poco più in là. Nella quiete si avverte distintamente l’eco dei sermoni mentre dalle case circostanti arriva profumo di cibo e di panni stesi al vento del mare.
Poi d’un tratto la vita riprende a fluire, ma più pacatamente e più ordinatamente del solito. Fino a quando si odono, sempre più vicini, grida festanti e clacson impazziti: il venerdì si portano i mobili nella casa degli sposi. Cuscini, coperte, divani, pentole, armadi, peluche, tavoli, specchi, pouf, armadi, cassettiere….tutto sistemato in bella mostra su grossi camion che procedono festanti fino all’abitazione degli sposi, con decine e decine di persone sopra, festanti anch’esse. E’ quasi impossibile contarli, ne passano a centinaia, fino all’imbrunire.
Di venerdì capita che ti serve un idraulico. E lui viene, nel giro di venti minuti, malgrado Alessandria abbia nove milioni di abitanti e il venerdì è un giorno festivo. Da queste parti fare l’idraulico è un mestiere come tutti gli altri, gli idraulici sono operosi ed esperti, lontani anni luce dai nostri inafferrabili nababbi. Lavorano un pomeriggio sano per pochi euro e poi baciano i soldi. Si ha voglia di lavorare, qui.

18 ottobre 2009

Ordinaria follia

A te.
Ordinaria follia è l’oggetto che hai scelto per riaffacciarti nella mia vita proprio quando ne avevo più bisogno, Dio solo sa quanto. Ed è il titolo di questo post che si scrive da solo, dettato dal turbinìo indomabile della memoria.
Forse ordinaria follia è solo tutto il tempo che sono rimasta a languire nella nostalgia di te, di noi, come paralizzata dalla paura di un tuo rifiuto. Sono stata sciocca a pensare che la mia nostalgia non potesse essere anche tua. Ho preferito aggrapparmi ai ricordi, a quello che riuscivo a captare di te dalle pieghe della mia memoria, per conservare qualcosa di te e non perdere almeno quello.

Ordinaria follia è stato rileggere i miei diari tutti d’un fiato, pensare a tutto quello che abbiamo condiviso, sentirmi come se fosse ancora tutto in quel modo, percorrere le tue parole con il dito, sopraffatta dalla malinconia ed accettare che tu non fossi più partecipe della mia vita.
Ordinaria follia è stata quando ho messo il tuo nome su Google, ho trovato il tuo profilo su Facebook e guardando quella foto sull’erba mi sono chiesta chi te l’avesse scattata.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che mi sono addormentata pensandoti e poi ti ho sognata. E’ stata quando ho desiderato di farti gli auguri al compleanno e quando, pur avendo la certezza che stessi soffrendo, non sono riuscita a fare nulla per manifestarti la mia vicinanza.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che avrei voluto chiamare casa tua per chiedere un tuo recapito o semplicemente tue notizie. E non ho avuto il coraggio di farlo.

Ordinaria follia è desiderare di abbracciarti forte, rispondere con le mani e il cuore che tremano alle tue email, avere mille cose da dirti e non sapere mai da dove incominciare…

Ordinaria follia sarebbe perderti ancora, lasciarti scivolare via di nuovo. Fa cose strane il tempo. Cose spesso inspiegabili. E ordinaria follia è stato anche lasciarlo agire indisturbato.
Parlare con te è sempre un camminare piacevolmente in bilico tra la memoria di un passato che non ci appartiene più - ma che è stato nostro - e un futuro che forse non pensavamo potesse prendere questa piega, ma che sarà parimenti nostro, in qualche modo strano.
Ordinaria follia è quel nodo che mi blocca ogni volta...forse ci sono cose che si possono solo sentire nell'anima. E questa è la stessa sensazione che provavo quando avevo fretta di inviarti quell'email per farti sapere che c'ero e non riuscivo a scriverti nient'altro...

04 ottobre 2009

Chiedo venia, ma scrivo dalla postazione internet della biblioteca di Alessandria e non trovo gli accenti, gli apostrofi e le lettere accentate.
Questo post e per me, per quando dovro tornare a vivere in apnea. Sara sconclusionato e scritto di fretta, e come un frullato dei miei pensieri e sa di buono.
Voglio ricordare questi giorni pieni di luce, di calore umano, di assenza assoluta di nuvole e pregiudizi. I miei genitori sono a dir poco strabiliati dal grado di civilta degli egiziani, dalla loro educazione, gentilezza e disponibilita. Giorni di tepore umano e atmosferico. Di cielo luminoso che brilla negli occhi felici della gente, paga di un poco che rasenta il niente.
Giorni in casa mia, finalmente tutta arredata e finita, di mobili di legno pesante decorati il giusto. Giorni profumati di mare, di adhan che va a rompersi nel cielo e nel mio cuore accarezzandolo come se fosse miele.
Giorni di famiglia, bambini cresciuti, posti vecchi e posti nuovi, stupore, meraviglia, ma anche rammarico e certe volte disappunto.
Giorni di traffico impazzito, di gabbiani e barchette di pescatori. Di taxi gialli e neri, di voglia di andare al mercato, di voglia di mimetizzarmi tra la folla e di consapevolezza di non riuscirci mai pienamente. Ieri al ristorante, con tutto il velo, il cameriere mi ha chiesto se fossi italiana...
Giorni di velo, si. Giorni di colori belli, di abiti comodi, miei eppure nuovi. Spillette, fascia e il vento malandrino che si infila sotto il velo.
Sento come se fossi qui da sempre. Tutto mi sembra naturale. Parlo e mi rispondono, nessuno ride dei miei errori. Mi muovo in casa come se abitassi qui da sempre. Il pensiero di tornare mi addolora profondamente. Nonostante il master, nonostante il corso di arabo. L unica cosa che mi manca sono solo alcune persone, ci vuole poco a contarle e il conto lo tieni facilmente.
A loro va tutto il mio affetto, e le mie scuse per non aver avuto il tempo di salutare...ci si risente al mio ritorno!
Concedetemi di sguazzare ancora un po nel mio ambiente naturale, pero. Per non morire asfissiati bisogna far scorta di ossigeno.
Ciao Aletta mia


Non troverai altro luogo
non troverai altro mare
La citta ti verra dietro

19 settembre 2009

Mi vergogno di essere italiana

Non ho mai sofferto così tanto a scrivere un post. Se lo faccio è solo perché ritengo che tutti debbano sapere.
Ho sempre pensato che se le forze dell’ordine sospettano di qualcuno per qualsiasi motivo, lo fanno a ragion veduta. Ho sempre pensato, poi, di non poter essere oggetto di sospetto da parte delle forze dell’ordine per via della mia vita ordinata e ordinaria, insieme a mio marito nella nostra casa a Perugia. Ma oggi in quella che se non fosse stato Ramadan sarebbe stata l’ora poco dopo il pranzo, ho dovuto ricredermi.
Hanno suonato alla porta e quando abbiamo aperto ci sono letteralmente piombati in casa cinque agenti in borghese, credo si sia trattato di carabinieri. Gli abbiamo chiesto di identificarsi, uno di loro mi ha mostrato un distintivo; ricordo un vago colore arancio e “tenente”. Non salutano né chiedono permesso, sono senza mandato di perquisizione, ma varcano spavaldi e incuranti la soglia del nostro appartamento. Dicono che non serve nessun mandato. Chiedono ad Ali il permesso di soggiorno e a me se sono italiana. Uno di loro corre a perlustrare il bagno, un altro bracca Ali che era andato in camera da letto a prendere la sua valigetta con i documenti. Io, sbalordita, cerco di capire cosa sta succedendo ma mi viene espressamente chiesto di non fare domande. L’agente rimasto con me mi scruta e mi chiede ripetutamente se sono incinta. E’ convinto che lo sia, mi fa anche gli auguri. Ma non sono incinta, non c’è verso di farglielo capire. Per interminabili minuti mi chiedo cosa pensano di trovare in casa nostra, da due come noi che vivono onestamente e tranquillamente senza disturbare nessuno.
La porta di casa è rimasta aperta, qualcuno esce con i nostri documenti in mano. Io cerco nuovamente di ragionare con gli agenti, tutti ragazzi sulla trentina, ma niente da fare. Entra un altro uomo, chiede di nuovo i documenti e un pezzo di carta. Mi chiede se ho qualcosa in contrario alla loro visita e quando rispondo di sì dice che gli sto facendo perdere la pazienza. Vado nella cameretta che usiamo come ripostiglio a prendere un blocco di fogli e uno degli uomini mi segue. Io continuo a ripetere che tutta la situazione è assurda e surreale e che non hanno il diritto di stare in casa nostra. Ha la faccia grossa e tonda e con in bocca un sigaro spento mi dice di stare tranquilla. Cercano droga in casa nostra. Io gli dico che non c’è droga nella nostra casa e che stanno sprecando il loro tempo, lui dice che invece c’è. Ci trasferiamo in salotto mentre qualcuno gironzola ancora per casa. Mi viene intimato di calmarmi, mentre io cerco di raccogliere tutta la mia pazienza per non esplodere. Anche ad Ali hanno detto che c’è droga in casa e quando lui gli ha detto che si stavano sbagliando gliel’hanno ribadito puntando ripetutamente il dito sul tavolo.
Appuntano le nostre generalità, la nostra occupazione, dicono che dobbiamo pazientare una decina di minuti e che se riteniamo opportuno di doverci difendere, possiamo chiamare un avvocato che può presenziare alla perquisizione. La perquisizione, sì. Ali gli dice di perquisire quel che vogliono e poiché non troveranno niente dovranno rimettere tutto a posto. Uno precisa che loro non sono donne delle pulizie e io sbotto educatamente: gli dico che dalle forze dell’ordine mi aspetto tutela e protezione, non accuse infamanti. Gli dico che se avessi sposato Mario Rossi non si sarebbero neppure sognati di entrarmi in casa. Gli ripeto che stanno perdendo tempo e che mi sento umiliata e violata. Nessuno cercherebbe mai droga in casa loro, quindi non vedo perché dovrebbero farlo in casa mia. Loro minimizzano, dicono che se continuo ad agitarmi do loro modo di pensare che ho qualcosa da nascondere. Provate voi a stare tranquilli in quella situazione. Rassegnata, mi siedo e li invito ad arrestarmi. Non vedo via d’uscita.
Poi per grazia di Dio un loro collega irrompe e li chiama tutti fuori perché hanno scoperto che di fronte a noi abita un tunisino. Rimaniamo in salotto con un agente che continua a farci domande. Io ho bisogno d’aria e vado verso il finestrone del retrocucina, ma mi viene intimato di rimanere lì in salotto. Non mi è dato muovermi.
Il tunisino abita al primo piano come noi, al suo appartamento si accede tramite una porta a vetri e un ballatoio esterno appena oltre il pianerottolo del piano. Vedo la sua porta e la sua finestra dal mio salotto. Al nostro interno invece si accede da un’altra porta proprio di fronte alle scale del piano. Veniamo finalmente lasciati soli, proprio quando io, sopraffatta dall’umiliazione, mi abbandono alle lacrime tra le braccia benevole di mio marito, nello stupore generale.
Soli, ci spostiamo sul balcone, ho bisogno d’aria e ne ha bisogno anche Ali che cerca di consolarmi con i suoi modi discreti. Sembra tutto un maledetto incubo, ma le loro voci che ancora mi giungono confermano che è tutto vero. Non so cosa sia successo di preciso lì dentro, ma ho sentito volare parolacce e a quanto pare la droga doveva trovarsi lì.
Qualcuno è rimasto sul ballatoio antistante, qualcuno è sceso in strada, qualcun altro torna con le macchine, parcheggiate tutt’intorno allo stabile. Uno alza lo sguardo, abbozza un sorriso, mi chiede se sono un po’ più tranquilla ma la risposta è fin troppo scontata. Quello rimasto sul ballatoio mi chiede di uscire dalla porta di casa sul corridoio interno, credo che si chiamasse Leonardo. Com’è che ti chiami? Silvia? Era stato l’unico con cui si era potuto cercare di ragionare un minimo. Dice che devo calmarmi, cercavano un arabo con la moglie italiana, c’erano alte probabilità che fossimo noi. Non si scusa, è tutto normale, dice, non abbiamo più niente da temere, ora. Dice che sono entrati in quel modo perché sono abituati a trovarsi davanti gente armata e senza scrupoli. Poi ci saluta, il tizio che stavo per far spazientire lo ha chiamato e quando si è sentito dire che Silvia aveva bisogno di due parole non deve aver reagito bene. Poi le macchine si sono allontanate e io sono rimasta inebetita e svuotata, in preda al disgusto e all’umiliazione. Eppure il mio domicilio dovrebbe essere inviolabile. E l’Italia uno stato garantista. Ma per quelli come me ci sono i metodi della Gestapo, a quanto pare. E sposare un egiziano è quanto basta per farsi perquisire l'abitazione.
Ho ancora un forte senso di umiliazione addosso, mi sento violata e credo di avere tutte le ragioni per pensare di esserlo stata. Chi mi conosce sa che non mi drogo, né mi sono mai drogata, né ho intenzione di farlo. E lo stesso dicasi per mio marito. Ecco perché mi sento umiliata.
Penso a tutte le volte che qualcuno mi ha detto di pensarci due volte prima di trasferirmi in Egitto per via della “sicurezza”: secondo molti qui sarei libera e tutelata, vivrei in un mondo moderno, avanzato, pulito e accogliente. Il migliore dei mondi possibili, insomma. Il prossimo che si azzarda a dirmelo, scoppio a ridere e se insiste gli mollo una sberla. Io qui non voglio starci un minuto più del dovuto, non riesco a pensare neanche lontanamente di crescerci i miei figli e piantarci le mie radici. Piuttosto preferisco morire di fame.

18 agosto 2009

Non fare l'indiano....

Questo articolo, che risale allo scorso giugno, descrive Il Cairo nell'attesa di Obama e popola uno dei mille post smozzicati che ho accumulato nel periodo precedente la discussione della tesi.
Peccato che nessuna testata abbia pensato ad inviare un giornalista per rendere conto dell'attività di certi buffi colleghi, quei tizi che immagino aggirarsi per il Cairo in punta di piedi, schifati e guardinghi desiderando di essere astronauti con tanto di tuta.
Già dalle prime righe ho avuto il sospetto che l'autore facesse troppo riferimento all'India, poi la menzione esplicita di Calcutta ha fugato ogni dubbio. Non ho idea di come sia Calcutta, di come sia l'India in generale, ma mi sembra alquanto riduttivo paragonare Il Cairo a Calcutta. E comunque non mi sembra una buona idea parlare di un posto avendone in mente un altro. Il Cairo, poi, sembra che sfugga a qualsiasi tentativo di categorizzazione. Il Cairo è il Cairo.
Che sia un pianeta, un microcosmo, è verissimo, che il Nilo al tramonto diventi di rame fuso mentre tutt'intorno l'atmosfera si tinga di un rosa metallico per la sabbia e lo smog è altrettanto vero e suggestivo...ciò su cui non concordo affatto è che al Cairo il tanfo del cibo si mischia a quello dei fiori in disfacimento e del sudore umano: normalmente al Cairo non associo né il tanfo del sudore umano né quello dei fiori in disfacimento; semmai associo l'odore del cibo, che a meno che non provenga dal fegato fritto o dalla bresaola è un profumo. Ci sarebbe tanto da dire a proposito delle sfumature odore/profumo/tanfo, ma non ho tempo e mi sono appena resa conto di aver usato un punto e virgola, per giunta.

Se poi c'è un posto in cui gli artigiani sono tutt'altro che impareggiabili e i mercanti tutto meno che estremamente seri, quel posto è il tanto decantato Khan Al Khalili, più che il bazar più favoloso del Medio Oriente, quello più made in China. Sono in disaccordo anche sul fatto che El Fishawy sia un posto irrinunciabile...a parte la clientela elitaria non offre alcunché in più a qualsiasi altra caffetteria del Cairo e dell'Egitto tutto. Ed è pure caro e striminzito. E affollatissimo di ragazzetti con costosi cellulari in una mano e il narghilè nell'altra.
Non posso pretendere che Il Cairo piaccia a tutti, anzi, forse piace poco anche a me. Quando arrivo dall'Italia ho sempre fretta di rimettermi in viaggio ed arrivare ad Alessandria, invece al ritorno mi ci aggrappo perché è l'ultimo scampolo d'Egitto, nonostante in ogni angolo ci siano cose che mi ricordano quanto è lontana Alessandria. Spesso mi incute timore ma ne rispetto lo spirito e l'atmosfera. Quello mi piace e mi manca. E' la madre del mondo, dopotutto. E mi lascio avvolgere senza resistenze dal fascino del tempo e dalla spiritualità che qui sembrano avere un gusto e un odore definiti.
No, ditemi, mi ci vedreste a scrivere un articolo su Amsterdam?
19/08/2009: ho appena aggiunto il link, l'avevo dimenticato e me ne scuso. Rileggendo l'articolo, non mi trovo d'accordo neanche sul fatto che i versi del Corano siano, in ordine di importanza, secondi alla Divina Commedia. Un altro paragone inappropriato...e per la cronaca io preferisco il Corano, 33 milioni di volte. Sì, sì, decisamente.

05 agosto 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (l'epilogo)


Eh già, l'epilogo. E' passato un mese, lo so. Ci vuole tempo per metabolizzare certe cose. E certamente, anche per dimenticarle.


Venerdì 3 luglio, sveglia, doccia, colazione e poi tappa dal parrucchiere sotto casa. Alla faccia della crisi, la parrucchiera mi aveva raccomandato di arrivare prima delle 8:30 perché il venerdì c'è il pienone. Arrivo alle 8:20, davanti avevo già due signore, dovevano essere di casa. C'è stato un momento in cui ho pensato di presentarmi con caftano e pantalone o gonna e i capelli asciugati all'aria, ma no, sai com'è...la situazione richiede una certa eleganza, è una questione di rispetto...vabbè tanto qui fare come vogliono gli altri è all'ordine del giorno.


La parrucchiera mi lava i capelli in silenzio, mentre io cerco di rilassarmi e di ripetere mentalmente il mio discorso. Con il turbantino in testa mi dirigo sulla poltroncina e lei fa la fatidica domanda:"Come li facciamo?". Io mi limito a chiederle una sforbiciata sulle punte e una sistematina al taglio, che, dopo tre mesi abbondanti, si è perso. E poi la fatidica risposta:"Lascia fare a me". Dovrei rilassarmi invece resto un po' intimorita, come quando vado dal medico. Ho paura dei camici e delle forbici, io. Dei primi perché sono fondamentalmente ipocondriaca e delle seconde perché tendono a tagliare sempre troppo e sempre secondo le mode del momento. Devi sempre dirglielo che non vuoi né creste né frange, non si sa mai.


Lei prende le ciocche, ne studia la lunghezza facendole scorrere tra indice e medio, poi sforbicia senza pietà. E' una donna piacevole, sulla quarantina. E' rotonda e gentile. E commenta:"Senti tesoro, che fai dopo la laurea, torni a casa? Cerca di prenderti cura dei tuoi capelli, sono, sono....stressati!". Abbozzo un sorrisetto, le dico che sono stressata proprio io e non solo i capelli. Aggiungo che a casa ci andrò per qualche breve periodo, in realtà abito a venti metri da lì, con mio marito. Sono sposata con un egiziano da due anni, più quasi tre di convivenza. Così giovane e già sei sposata?


Mi sorprende che si sia accorta che sono giovane, mi è capitato anche - lo giuro - di essere stata scambiata per la mamma di una mia amica. Che ci volete fare? Questo è un mondo in cui una cinquantenne in minigonna è giovane tanto quanto una venticinquenne col viso precocemente segnato dagli eccessi: zampe di gallina e rughe varie non contano niente se poi una si veste come un'adolescente. Per avere i miei venticinque anni, devo essere in un contesto arabo, non c'è proprio niente da fare. In Egitto nessuno si sognerebbe di darmi più della mia età, perfino ai mercati, qui in Italia, capita che se sono da sola, qualche uomo visibimente arabo mi chiami signorina. Certe volte capita anche in presenza di mio marito.


La comunicazione prende una piega inaspettata nel momento in cui salta fuori che il padrone del negozio è in vacanza in Egitto. Beato lui, ma lei commenta "che schifo, l'Egitto", con la tipica intonazione perugina. La guardo nello specchio, devo averla fulminata: è la mattina della mia laurea, sono elettrica e sempre sull'orlo di una crisi di pianto, non sono neanche le nove del mattino e avrei ben altro da fare che farmi sferruzzare la chioma. Non posso accettare quel commento, ma mi limito a chiederle semplicemente "perché?, io lo trovo meraviglioso, l'Egitto". E lei si precipita a puntualizzare che no, non ho colto l'ironia, lei adora quei posti e sarebbe pronta ad andare a viverci. Eppure mi era parso che non ci fosse ironia, evidentemente dopo cinque anni l'intonazione dei perugini mi spiazza ancora. Mi racconta che una quindicina di anni addietro ha lavorato ad Amman per tre mesi. Deve averci lasciato un pezzo importante di sé, da quelle parti. Si vede da come ne parla: fa un racconto pieno di pause, sembra che non possa fare a meno di estraniarsi e tornare a ripercorrere con la mente le strade di Amman, quella tempesta di sabbia all'arrivo, con i cammelli accovacciati per proteggersi...il vociare allegro dei mercati...gli interni dei taxi stranamente decorati...la sua casa proprio vicino alla moschea e il canto del muezzin...il detersivo per piatti al profumo di rosa...il quartiere dei reali e Hussein, che uomo....il cibo superbo, "preparo ancora l'hommus, me lo mangio coi cetrioli"...e poi la gente così generosa e cordiale e i paesaggi incredibili, quei colori...


Io resto incantata ad ascoltarla, tutto quello che dice va a conficcarsi nella mia pelle, procurandomi una sequenza interminabile di brividi profondi. Glielo dico, mostrandole il braccio e lei si compiace dell'effetto delle sue parole su di me.


Torno a casa visibilmente rilassata, con i capelli che toccano appena le spalle. Hanno un aspetto morbido che asseconda la loro linea naturale un po' mossa. Con indosso il vestito sembro uscita da una soap opera americana. Mia madre crede che andare dal parrucchiere sia stato terapeutico ma le racconto che è tutto merito di Amman. Lei è presa dai preparativi per il rinfresco post laurea così mi ritiro a ripassare il mio discorso sforzandomi di respirare bene e concentrarmi. L'ansia cresce, a tavola mi sforzo di mangiare qualcosa. Ogni volta che la mia tensione sale ripenso a quella chiacchierata e mi calmo. Penso che devo superare quell'ostacolo per potermi finalmente dedicare a ciò che voglio davvero. Con il passare delle ore quell'ostacolo mi sembra sempre più insormontabile. Ho paura del correlatore nonché presidente di commissione, ho sentito parlare di crisi di pianto, di liti, di umiliazioni. Temo anche la mia stessa preoccupazione, soprattutto nell'attimo tremendo in cui il relatore finisce di presentare il mio lavoro e gli occhi della commissione virano su di me, in attesa che inizi a parlare.


Alle 14:30 siamo già in facoltà. Io faccio la scalinata con una certa ritrosìa, avrei voglia di farmi un bel pianto e non ne faccio mistero. Vengo sopraffatta da un sentimento di impotenza e frustrazione: temo che la mia tesi venga di nuovo fraintesa, temo che si torni a parlare di terrorismo, come è già successo. Scaccio il pensiero, ma continua ad aleggiare sulle mie paure. Mi dico che è una questione di principio e che stavolta no, non posso restare zitta. Troverò il modo di farmi sentire e di riportare la discussione sui binari giusti, con educazione e fermezza. La gente inizia ad arrivare, sono tutti super-eleganti, super-abbronzati con in mano super mazzi di fiori e borsine da sera. Il nero impera ma ci sono anche colori sgargianti. Fanno foto, chiacchierano a voce alta, bisogna fare uno sforzo non indifferente per concentrarsi, non pensano a chi deve affrontare i leoni.


Ad un certo punto le cose prendono una piega inaspettata: il mio relatore vaga per l'atrio, si fa spazio tra la gente chiamandomi per nome. Arriva fino alla mia panca, la prima è in ritardo, così mi chiede se ho voglia di entrare per prima. Ci sono solo i miei genitori e mio marito, nessun altro è ancora arrivato, tutti sanno che deve passare almeno un'ora, sono la quarta sulla lista. Senza indugi decido di porre fine allo stillicidio, va bene, entro. Due minuti dopo mi chiamano. Mentalmente chiedo per l'ultima volta all'Altissimo di sostenermi. Dico alla fotografa che non voglio foto, mi innervosiscono tutti quei flash.


Mi dirigo verso il correlatore-presidente, lo saluto, gli consegno una sintesi della tesi. E' seduto di fronte a me, me l'immaginavo diverso. E' imponente anche fisicamente, non solo di fama. La stanza è di nuovo quella di due anni fa, poco luminosa, austera, con un quadro cupo sulla parete di fronte a me, un grande specchio e un imponente lampadario di vetro con i bracci rosa che lo fanno sembrare un grosso polipo. Mi siedo sulla poltrona di pelle, il professore introduce l'elaborato commentandolo positivamente, poi arriva il maledetto momento, tocca a me. Dopo le prime parole faccio fatica ad accordare il respiro con la voce. Il correlatore-presidente si fa subito avanti. Dice che gli preme che io risponda alle domande che lui ha preparato. Dice di aver letto con interesse la mia tesi e di averla apprezzata. L'interruzione e il commento positivo mi tranquillizzano. Poggio le spalle sullo schienale della mia immensa sedia e inizio a rispondere alle sue domande con una strana naturalezza. Riesco a respirare, a pensare, la mia voce è ferma. Lui incalza con le sue mille domande a grappolo, domande multiple, composite, a tre a tre. Mi si chiede di commentare un grafico che ho costruito io, a pagina 46. L'intera discussione ruota attorno ai temi che ho evidenziato nel corso della trattazione, soprattutto riguardo le ingerenze del potere politico e le mille contraddizioni che genera. Del terrorismo non c'è neanche traccia stavolta. L'ultima domanda è una curiosità di un membro della commissione, chiede lumi sull'iconoclastìa. Un altro membro confuta la mia risposta osservando che al Cairo, nel periodo elettorale la città è tappezzata di manifesti che ritraggono Mubarak. Gli rispondo dandogli ragione e aggiungo che questo succede anche nelle altre città e non solo nel periodo elettorale, la dimostrazione lampante che il potere poltico genera curiose contraddizioni.
Ora che il cerchio è chiuso e che non si è chiuso attorno al mio collo, paghi, i leoni decidono di farmi accomodare fuori. Incontro una vecchia collega, mi bacia e mi fa gli auguri. Realizzo che la carriera universitaria e anche quella ragazza appartengono al passato. In un battibaleno vengo richiamata dentro per la proclamazione. Mi danno la lode, non me lo sarei mai aspettato. Firmo, stringo le mani e saluto con la vista velata dall'emozione, poi mi giro verso la mia famiglia. Sono tutti un po' frastornati e commossi. Ancora sento l'abbraccio di mio marito e le sue parole di stima. Anche dandogli le spalle per tutto il tempo della discussione, ho indovinato il suo posto seguendo la direzione degli sguardi dei membri della commissione e ho avvertito la sua presenza benevola nell'aula ostile. Più di qualcuno avrà senz'altro smesso di chiedersi perché si è parlato proprio dell'Egitto.
Usciamo seguiti dal mio relatore. Mi fa gli auguri, commenta la discussione, mi dice di richiamarlo, pensa di pubblicare una sintesi della mia tesi. Tutto ciò è semplicemente al di là di ogni più rosea previsione. Mi sembra pure troppo, certe volte. Non ci voglio pensare, niente false illusioni, sono più che soddisfatta così. Guardo avanti, ora è tempo per me.
Non posso non chiudere questo post senza prima esprimere la mia più sincera gratitudine nei confronti di tutte quelle anime generose che mi hanno dedicato il loro prezioso tempo consigliandomi e indicandomi siti e materiali, o semplicemente rivolgendomi una parola di sostegno o incoraggiamento. Questa tesi è per tutti loro e di tutti loro.

18 giugno 2009

Con i piedi per terra


(immagine tratta da qui, dove peraltro si può ascoltare anche l'inno)

Non si fa altro che parlare del cuore e dell'anima della nazionale italiana, ma per quanto io mi sforzi di vederli questi cuori e queste anime, non vedo altro che palloni gonfiati (dai milioni). Depilatissimi, perfettissimi, ricchissimi.


L'altro giorno sono rimasta piacevolmente colpita dalle dichiarazioni di Mohamed Zidan: al termine della partita con il Brasile, lui, il miglior giocatore in campo, diceva di sentirsi onorato di aver giocato con i brasiliani perché non è certo una cosa che capita tutti i giorni, incontrare campioni del genere. Questo spirito mi piace. Per farsi una mezza idea di quanto guadagna un calciatore egiziano giocando in patria, basta fare un salto qui (le informazioni ridalgono al 2006) e ricordarsi che per fare un Euro occorrono circa otto Lire Egiziane.


Per la cronaca, dunque, io stasero mi unisco alle speranze di milioni e milioni di Egiziani e tifo con loro: ahom ahom ahom, el Masriin ahom!

19 maggio 2009

Dolci tentazioni

2007, inizio di agosto. Ci svegliavamo assaporando il gusto nuovo di sentirci marito e moglie. Non era cambiato niente, in fondo, eppure eravamo pervasi dalla pace.
Ma non è un post sul matrimonio, questo. I primi giorni dell'agosto del 2007 eravamo appena arrivati ad Alessandria, dopo una sosta forzata di alcuni giorni al Cairo in attesa delle valigie, lasciate a Roma dall'Alitalia (l'Egypt Air non lo avrebbe mai fatto!!!). Mio marito esce ad ordinare una torta per l'indomani, avremmo avuto tutti i parenti a pranzo. Salta fuori che il proprietario della pasticceria è un suo vecchio compagno di scuola, non si vedevano da almeno dieci anni. L'indomani, per quanto era bella, era quasi peccato mangiarla, la torta...occupava quasi mezzo tavolo ed era ricoperta per metà di frutta fresca di stagione e per metà di frutta secca, una delizia.
Dicono tutti un gran bene di questa pasticceria, allora per curiosità - e golosità - lo scorso gennaio, in occasione del compleanno di una nipote, accompagno mio marito e suo fratello in questa pasticceria. Il locale era pulitissimo, ogni angolo profumava di buono, era una festa per i sensi guardare le vetrine: biscotti, dolcetti, pasticcini, torte...tutto incredibilmente ordinato e pulito. Il proprietario ci viene incontro, ci saluta, dice che è contento di conoscermi. Gli faccio i complimenti per il locale e gli chiedo se posso fare qualche foto. Permesso accordato:








Io scatto le foto e il proprietario chiama un ragazzetto da dietro il bancone: un attimo dopo avevamo davanti un piatto di deliziosi pasticcini e una sprite ognuno. Ho scelto un rombetto morbidissimo, sapeva di miele e mandorle, l'ho mangiato di gusto. Eppure ho sempre pensato che i dolci arabi fossero troppo dolci e sapessero troppo di burro. E questa è la torta che abbiamo comprato con tanto di dedica (eid melad said Radwa) e - peccato che non si vede - di candelina "canterina", una candelina utilizzabile più volte con un piccolo interruttore che faceva partire la melodia tipica del compleanno. Dopo una non dovrebbe farsi venire il mal d'Egitto...


Indovinate qual è il nome della pasticceria????? Potete sbirciarlo sulla polo del ragazzo dietro il bancone o sulla torta.

27 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (SOS punto e virgola)


Esploro gli abissi del pressoché e dell'altresì, in questi giorni. Ho dato fondo ai peraltro, ai tuttavia e ai pertanto. Li uso per spiegare ulteriormente un concetto perché mi piace la scrittura immediata, senza fronzoli: se riesco a spiegare un'idea in 30 parole non vedo l'utilità di impiegarne 50, anche se spesso quest'abitudine mi costa l'accusa di ermetismo.


Ho scritto dell'avvento del satellite nello scenario televisivo arabo, dalle piattaforme di cooperazione regionale fino ad ARABSAT. Ho puntato poi l'obiettivo sull'Egitto per parlare di ESC e di Nilesat, di programmi, satelliti in orbita e degli immancabili intrighi politici. Ho citato il decreto 411/2000 che in Egitto confina i broadcaster privati sul satellite - ma so che succede anche altrove - e del “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione araba”, approvato dai Ministri dell'Informazione dei Paesi della Lega Araba il 12 Febbraio 2008 e volto a controllare le trasmissioni satellitari come avviene per quelle terrestri pubbliche.


Scrivo e mi convinco sempre più che la punteggiatura è un accessorio indispensabile, sì, ma dall'uso estremamente soggettivo. Io, tanto per dire, non so usare il punto e virgola: il punto lo metto, è una pausa lunga alla fine di un concetto, di un periodo. La virgola, anche: è una pausa più breve, mi aiuto a posizionarla con la voce. Il punto e virgola mi manda in tilt, sembro Totò nei panni dello scrivano di "Miseria e Nobiltà", al punto che faccio a meno di usarlo, questo sconosciuto. Qualcuno, cortesemente, mi illumini con esempi pratici, gliene sarò grata. Nel complesso ho un rapporto decisamente positivo con la punteggiatura: devo usarla perché mi piacciono i periodi lunghi ma ben disciplinati, non gli ammassi informi di parole stipate in sequenza casuale.


Delle correzioni non mi lamento: ho notato che il mio relatore non gradisce i sensi figurati, motivo per cui faccio un uso spropositato di virgolette per non ritrovarmi linee ondulate sotto le parole ritenute improprie. Comunque il solo fatto di riavere le bozze corrette mi ripaga della fatica: della tesi precedente ricordo bozze accuratamente rilegate che servivano a tenere aperte le finestre. Almeno, stavolta arrivano ad essere lette, le mie bozze.


26 aprile 2009

Tabra, l'insipienza femminile

Isabel Allende è una delle mie scrittrici preferite: riesce a rendere credibili e vivi anche i personaggi più fantasiosi e improbabili e descrive luoghi lontani e abitudini come se fossero anche sue. Il racconto che sto per proporre, tratto da Afrodita si intitola "Una Notte In Egitto" ed è bello per due motivi: presenta odori e sapori dell'Egitto fino a farli materializzare nella bocca del lettore ed è straordinariamente maschilista nel dare a Tabra la lezione che si merita.
Tabra pare che sia un'amica della scrittrice e in uno dei suoi viaggi sembrerebbe finita in Egitto, nella bassa Nubia, in cerca di qualcosa di imprecisato, di una "piccola avventura". Mi chiedo cos'altro si possa cercare nella bassa Nubia, tra i villaggi minuscoli di casette basse abitate da contadini operosi e schivi che lavorano una terra insolitamente fertile, soffocata qua e là improvvisamente dal deserto.
Tabra cede alla bellezza e ai modi gentili di Mahmoud che approfitta di lei e della sua eccessiva disponibilità. Nessuna donna dotata di senno farebbe quel che ha fatto Tabra, per un attimo mi ha fatto pensare a certe donne italiane in vacanza in posti come Sharm El Sheikh o Djerba che si rovinano la vita con la guida turistica di turno, senza pensarci un attimo.
Il mondo è pieno di donne come Tabra e di uomini come Mahmoud che, con le loro relazioni dissennate, continueranno ad alimentare i discorsi dei salotti televisivi nei quali ci si sgola a sconsigliare le coppie miste.
Al di là di tutto, il racconto si può leggere qui.

03 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso

Con questo post inauguro ufficialmente una serie di riflessioni sulla tesi e l'essere tesista.

Spero, innanzitutto, che questa sia l'ultima tesi della mia vita. Due possono bastare, no? Il mio pc sarebbe d'accordo, visto che l'hard disk ha retto la tesi della laurea triennale e poi, poco tempo fa, è deceduto di colpo, senza preavviso. Riposi in pace, almeno lui.

Spero sia l'ultima, dicevo. Credo che un'altra non la reggerei, almeno non a queste condizioni. Datemi dei fondi e me ne andrò a chiedere l'impossibile dove so che l'impossibile si trova. E' utopistico, dite? Non dovrebbe esserlo però...sarebbe bello se ogni tesista fosse un vero riceratore almeno per il tempo della stesura della tesi. Perché, per come stanno le cose ora, come fa uno studente qualsiasi a dare un contributo infinitesimale alla ricerca, cosa che, almeno sulla carta, è lo scopo principale della tesi?


Lasciamo perdere che è meglio. La mia tesi, dunque. La mia tesi è un libriciattolo di una sessantina di pagine, allo stato attuale. Diciamo che ne ho scritta più o meno metà e comunque sono nel vivo della trattazione. L'argomento è la tv egiziana, via etere e via satellite, pubblica e privata.


E' una creatura giovane, la mia tesi, eppure è già passata attraverso varie peripezie: diciamo che pur di non farla piegare, ho rischiato che mi spezzasse addosso con tutto il peso delle aspettative che ci avevo proiettato. Grazie a Dio mille volte, è ancora in piedi.


Il fatto è che qualcuno può considerarla un pericolo per l'Occidente (sorelle comprese), la mia tesi: all'inizio ho pensato che avrei potuto facilmente ricostruire gli assetti proprietari e le partecipazioni azionarie dei network, così come i dati sull'audience e tante altre belle cose che nella parte di mondo in cui vivo è come bere un bicchier d'acqua, tanto è facile reperirle. Mi sono scontrata, invece, con un mondo che non usa targetizzare l'audience, che non assolve la benché minima funzione di servizio pubblico, che impiega sistematicamente la censura, che controlla le agenzie di ricerca sui media, manipolandone spudoratamente i risultati secondo la convenienza di chi detiene il potere. Avrei potuto fermarmi qui, di fronte all'evidenza che tutto quello che cercavo non era reperibile o, se lo era, non era attendibile. Oppure fare una tesi elencando tutto quello che mancava alla tv egiziana per essere "normale" come un civilissimo sistema televisivo occidentale. Mi sono resa conto, in altre parole, che i parametri comunemente utilizzati per descrivere un sistema televisivo europeo non sono affatto adatti per uno arabo: certo, potrei farlo per Al Jazeera, Al Arabiya & Co ma non certo per la tv via etere egiziana con i canali a vocazione locale.


Non voglio dire che la tv egiziana è avulsa dalle logiche di mercato, ma ho ritenuto più stimolante concentrarmi sulle logiche normalmente messe in atto in un sistema così diverso dal nostro. No, seriamente, mi ci avreste visto a fare una tesi etnocentrica su quanto è rudimentale la tv egiziana? Io, personalmente no. Soprattutto perché ritengo che sia tutt'altro che rudimentale, la tv egiziana. Non sarò certo io a scrivere una tesi così becera. Non se lo merita L'Egitto, né tutti gli egiziani che conosco, perfino quello che non mi saluta non se lo merita .


Scherzi a parte, non potrei, davvero. Non sarebbe onesto, intellettualmente parlando e andrebbe contro le mie idee che, al riguardo, sono chiaramente di tutt'altro avviso.


Ho optato, allora, per una prospettiva puramente descrittiva: succede questo, quello manca, dicono quello ma fanno tutt'altro, pianificano di cambiare quella determinata cosa, ma di fatto tutto resta così com'è. Questo non significa che io stia falsando la realtà: quello che scrivo trova riscontri scientifici in testi consultabili da chiunque si prenda la briga di scartabellarli come ho fatto io. Poi, insomma, bisogna anche mettersi a leggere tra le righe e trarre conclusioni, visto che uno è dotato di cervello. E accontentarsi, già che ci si è, di quello che si riesce a trovare, individuando anche una sola flebile tendenza.

14 marzo 2009

Un invito a riflettere

La citazione che segue è il proseguimento ideale e inaspettato -ma graditissimo- del post sul niqab. Ringrazio Khadi per il brivido che queste parole mi hanno procurato e per aver linkato il mio post (spero che l'abbia ritenuto almeno passabile). Dedico idealmente quanto segue a tutte quelle persone che credono che anche solo un hijab sia una privazione della femminilità di una donna.
[...]Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”. Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia. Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete. Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta. E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere. [...]
E sulla scia delle cose da considerare prima di emettere giudizi affrettati, segnalo anche questo sito, di Aisha, che ripropone i sermoni nelle moschee in italiano. Di questi tempi mi sembra uno strumento validissimo, imprescindibile, direi. Mi scuso per non essere riuscita a segnalarlo prima.

24 febbraio 2009

Educazione all'immagine (come il cane dietro le sbarre)

In prima elementare c'era un momento che odiavo: l'ora settimanale di educazione all'immagine impartita dalla mia maestra, a quel tempo ancora unica, il mercoledì.
Ricordo che passava tra i banchi e attaccava sui nostri quaderni grosse immagini ritagliate qua e là che poi noi dovevamo descrivere. Mi sembra di vederle ancora quelle figure tutte diverse che occupavano interamente la mia pagina e emanavano un odore forte di colla.
La prima volta mi assegnò un pastore tedesco che mi fissava con gli occhi tristi da dietro le sbarre. Il suo muso immenso si perdeva nello sfondo nero oltre le sbarre contribuendo ad accrescere la carica emotiva. Una carica emotiva che evidentemente io non avevo la maturità di cogliere. Scrissi che vedevo un cane in gabbia e rimasi a fissare l'immagine a lungo, passando di tanto in tanto il dito sulle increspature provocate dalla colla, quasi a voler toccare quel cane per avere l'ispirazione. Non riuscivo a pensare ad altro, non provavo nulla. Mi dispiaceva solo che quel cane fosse dietro le sbarre, ma mi sfuggiva il legame tra il compito che dovevo fare e il sentimento che stavo provando. Confessai il mio disagio alla maestra, lei si rifiutò di cambiarmi immagine e mi spronò a guardare oltre, a non soffermarmi sullo sguardo malinconico di quel cane che mi riempiva il foglio. Era come voler cavare sangue da una rapa, fu un disastro, quel giorno.

Eppure sono stata una bambina fantasiosa, io. Le figure dei libri di favole mi servivano per arredare il mondo delle parole che ancora non sapevo leggere...vedevo boschi, immaginavo colori, odori, volti e fate. E mi ritagliavo un posto privilegiato nei racconti, dal quale io potevo vedere tutto senza essere vista.

La volta successiva andò meglio: mi capitò un gruppo di persone eleganti che cenavano in piedi in un salotto luminoso e ben arredato. Mi misi a descrivere i loro vestiti, i cibi che mangiavano, provai perfino ad immaginare cosa si stessero dicendo e perché si fossero riuniti in quel luogo.

Dopo gli occhi di quel cane, non ricordo di aver visto altre foto che abbiano innescato in me una reazione emotiva talmente forte da lasciarmi sgomenta come quel giorno di tanto tempo fa. Fino a quando ho visto questa foto di Amr Abdallah, un fotografo egiziano che ha ritratto un musulmano in preghiera negli ulimi giorni di Ramadan, in cui cade la Notte del Destino, quella notte speciale per ogni musulmano, speciale soprattutto perché implica una ricerca spirituale fervida: la si trova dentro di sé, la si avverte nel cuore, nelle preghiere che sembrano entrare diritte nelle porte aperte dei cieli. Invito tutti ad andarla a vedere, credo che sia l'essenza dell'Islam, quel rapporto puro tra Dio e l'uomo e nessun altro in mezzo.
Io la guardo e mi sento un po' come quel cane dietro le sbarre.


07 febbraio 2009

Niqab

Provo a scrivere un post sul niqab, su quello che vedo io, perché non ho la minima intenzione di infilarmelo per raccontarvi quanto sia scomodo, come si fa ad esempio qui. Passare improvvisamente dall’occidentalissima messa in piega svolazzante ad un niqab per vedere l’effetto che fa, non è una cosa che consiglio caldamente, ecco.

Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Scherzi a parte, per quanto io faccia fatica a comprendere il niqab, capisco e rispetto la scelta di fondo: c’è un bisogno deliberato di sottrarsi agli sguardi altrui. E lo capisco perché so che è pesante essere guardati ovunque e insistentemente. Mi capita praticamente sempre quando vado in Egitto e la cosa mi urta, a volte. E’ che si vede lontano un miglio che sono straniera e per quanto io mi copra, continuo ad esserlo: in mezzo agli egiziani mi vedo, sono sempre troppo bianca anche se mi abbronzo e sebbene io non sia Nicole Kidman, lì finisco per esserlo. E a nulla valgono le mie gonne lunghe, le mie casacche larghe e fresche, i capelli legati…la gente mi guarda e mimetizzarmi è impossibile.
La cosa mi urta, dicevo. Perché spesso sono più coperta io di tante donne, che con la scusa di trovarsi in un posto di mare vanno in giro con i polpacci in bella vista e con i veli ridotti al minimo indispensabile…la scorsa estate ho visto due ragazze egiziane in top e minigonna aggirarsi indisturbate tra la gente. Nessuno le ha degnate di uno sguardo eppure erano in abiti davvero succinti e non erano prostitute come verrebbe naturale pensare.
Sia chiaro: non mi sto lamentando dei precetti islamici nel vestire, ma dell’ipocrisia bella e buona della gente che li mette in atto. Una cospicua quantità delle ragazze indossa vestiti che non lasciano spazio all’immaginazione: jeans attillati e magliettine aderenti che si poggiano audacemente sulle curve, veli che sono sempre più simili a bandane e permettono di sfoggiare collane e orecchini. Pare che l’imperativo, più che essere quello di non rivelare le forme del corpo, sia quello di coprirle, le forme del corpo. E non importa se le si copre con abiti aderenti, purché siano coperte: se io metto sulla casacca una sciallone che mi scopre le mani e i polsi e mi fa sembrare indiana, più che egiziana, indovinate su cosa si soffermano gli sguardi della gente? Indovinato, sulle mani e sui polsi, che sono sempre troppo vistosamente chiari ed esotici e fanno di me una straniera e vanno a solleticare chissà quali desideri proibiti….
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
Le mie cognate sdrammatizzano e davanti allo sciallone si stupiscono: "e cos’è questo, adesso? Ma toglitelo, non vedi come vanno vestite le ragazze? Tu così vai benissimo!"
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
La risposta mi è arrivata giovedì scorso quando dopo la preghiera della sera, siamo stati invitati ai festeggiamenti per le nozze di un cugino di mio marito. Lui è un tipo assai stravagante, con la barba lunga e folta che la scorsa estate si è rifiutato di stringermi la mano e persino di rispondere al mio saluto. Dice che si sta per sposare e che ha incontrato la futura moglie sempre e solo con il niqab, tranne una volta che lui e sua madre hanno visto la ragazza in viso. Non ha mai rivolto lo sguardo verso di me, anzi si è seduto a terra in modo tale che né io, né le mie cognate lo vedessimo. Mio marito è rimasto colpito forse più di me, soprattutto perché non se lo aspettava e siamo andati via un po’ contrariati se non altro perché il mio saluto era rimasto a vagabondare nuovamente nell’aria, senza risposta, né cenno, né niente. In fondo, che gli avevo detto di male?
Evvabbè, pazienza.
Arriva il giorno del matrimonio, dunque. Siamo tutti a casa di mia cognata, abbiamo appena finito di pranzare. Suonano alla porta, mi alzo ad aprire. E’ lo sposo che viene a lasciare una busta a sua madre che era in casa con noi. Di nuovo non mi saluta e d’istinto guarda a terra e si gira altrove. Indietreggio quasi divertita lasciandogli la porta aperta e torno al mio posto, pensando che sarà obbligato a sedersi vicino a me, per mancanza di altri posti liberi. Poco dopo entra un signore anziano, mio marito va a salutarlo, lo abbraccia, lo bacia, lo chiama zio e capisco che è il padre dello sposo. Non si vedono da almeno quindici anni.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Sono imbarazzata: so che di lì a poco gli uomini, mio marito compreso, andranno alla moschea e io insieme alle mie cognate andrò a casa della sposa, proprio dietro l’angolo. A casa della sposa col niqab. Qualcuno coglie il mio disagio e mi dice di stare tranquilla, che così vado bene, perché andiamo a casa e non alla moschea. Voglio crederci e provo a rilassarmi. Mi offro di sostenere Umm Yosri che è la mamma anziana e malandata di mia cognata, la moglie del fratello di mio marito, e ci dirigiamo a casa della sposa. Saliamo le scale, capisco di essere arrivata quando il vociare festoso si fa assordante: le donne arrivano fin fuori la porta, vicino all’enorme distesa di scarpe. Dev’essere piena di gente, la sala.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
A fatica mi faccio strada verso di lei, aprendomi un varco tra la folla di donne che chiacchierano tra loro. Sento che mi guardano, mi dico che non ho prove che stiano parlando di me e provo a non irrigidirmi. Lei si alza in piedi, mi sorride, mi saluta, mi benedice per gli auguri, mi fa accomodare non lontano da lei, vicino alle mie cognate vestite di grigio, cipria, bianco, blu. Risaltano in mezzo alla folla scura e risalto anch’io che sono vestita di rosa e marrone.
Siedo vicino a una ragazza di poco più piccola di me, è vestita come le altre, con i guanti e il velo rigirato all’indietro. Tiene per mano una bambina che cammina appena e lascia cadere la sua cannuccia sulla mia gonna. La porgo alla bimba con un sorriso, sembra l’unica che non mi fissa con curiosità.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.

All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.

03 febbraio 2009

In ascolto



Inutile dire che scrivendo della geografia dell’Egitto, dell’economia e della demografia mi sia venuto un gran magone nel petto…mi sembrava di vedere davanti a me i volti degli Egiziani, quel mare di bambini, le donne operose, gli spiccioli per le mance e ho iniziato a contare i mesi prima di poter respirare ancora l’aria egiziana, c’era di mezzo, tanto per dire, l’ultimo esame, la laurea, due estrazioni dentarie e chissà cos’altro.
Poi, all’improvviso, tanto inaspettati quanto voluti, mi ritrovo tra le mani due biglietti per il Cairo. Preparo le valigie furiosamente, istigata dalla voglia di tuffarmi in quel mondo anche solo per una settimana. Ancora non mi sembra vero.
Alessandria l’ho trovata tiepida e limpida, con il cielo terso pieno di rondini e gabbiani.
Ho ripensato a quando ero bambina e a settembre, le rondini si raccoglievano sui fili della corrente, davanti alla finestra del bagno…si ritrovavano in quel modo per qualche giorno finché poi, un mattino, non le trovavo più. Mamma mi diceva che erano volate in Africa, al caldo, perché non avrebbero retto il nostro inverno e mi rassicurava dicendo che sarebbero tornate a primavera. Ecco allora, dove vanno le rondini!
Sotto braccio a mio marito mi sono mischiata piacevolmente alla vita alessandrina, tra i carretti pieni di cavolfiori, arance, mandarini, mele, banane e perfino fragole. E tutto sapientemente impilato e a portata di mano fino a notte fonda. Gli Egiziani non dormono mai, neanche d’inverno.
Ho chiacchierato con le vicine del palazzo di fronte, tutte curiose di conoscermi: è una specie di grande famiglia che comunica allegramente dal balcone e dalle finestrine colorate, contribuendo al caos delle piccole traverse sterrate. Mi chiedono se ho dormito bene, se Alessandria mi piace, se sono contenta, se i miei stanno bene. Mi aggiornano sulle sposine arrivate da poco e si rammaricano del fatto che una scuola sia stata costruita proprio dove si vedeva il mare. Fanno affacciare i figli per farmeli salutare. Si scambiano vicendevolmente visite a casa, incuranti dell’orario. Lasciano le scarpe alla porta e entrano a piedi nudi a ciarlare del più e del meno, magari davanti a un po’ di frutta. Ho partecipato ai discorsi col mio arabo scartellato senza che nessuna ridesse mai dei miei evidenti errori, l’ho apprezzato molto.
Ho giocato tanto col piccolino di casa, Ahmad, quattro anni ancora da compiere e un paio d’occhi scuri e vivaci. La prima sera ha voluto aspettarci sveglio per strada, per mano al padre, fino a notte fonda. Poi è venuto in camera mia e mi ha chiesto dove fosse il mio nunno. Vedendo che non lo capivo, ha ripetuto la parola cantilenandola a voce bassa, fissandomi con gli occhioni quasi dispiaciuti, senza trovare un sinonimo a me comprensibile come ha fatto altre volte. Ho chiesto lumi a mio marito e il segreto è stato presto svelato: nunno è il bimbo. E’ che gli pare strano che io sia sposata e non abbia ancora figli! Piuttosto prevedibilmente dice che vuole un maschietto per poterci giocare e quando mi chiede quando arriva, la mamma si aggancia al il mio presto, insha Allah, spiegandogli che Dio lo manderà nel momento opportuno.
Mi manca il sorriso sbarazzino di questo figlio d’Egitto, il suo irrompere gioiosamente nella mia stanza con uno ya Silviettaaaa!!! Ricambiato col mio ya Hamadaaa!!! Nella sua testolina sveglia convivevano pacificamente il fatto che lo zio paterno vivesse lontano dall’Egitto in un Paese straniero e che il mio pc, stanco del lungo viaggio si stesse godendo un meritato sonno, riposto nella valigetta.
Un giorno me lo sono trovato in lacrime, di ritorno dall’asilo. Era disperato perché il padre, mio cognato, non voleva portarlo con noi. Gli prometto che avrei provato a parlare io con suo padre, a patto che lui avesse smesso di piangere. Quando il padre torna, inizia a pungolarmi, dai, tante, diglielo, diglielo!!! Mio cognato acconsente e gli dice che lo fa solo perché gliel’ho chiesto io. Lui corre da me e mi abbraccia contento. In macchina mi indica un posto dove fanno un fegato delizioso e io gli dico che non mi piace affatto. Poco più in là passiamo davanti a un negozio di formaggi e lui mi illustra tutti quelli che gli piacciono: io gli dico che non mi piace e che ho una specie di allergia e che mi dà fastidio perfino l’odore. Lui spalanca gli occhioni innocenti e mi chiede come sia possibile che non mi piaccia né il fegato né il formaggio. Deve aver pensato che sono moderatamente aliena, dal momento che almeno i doritos, le sue patatine preferite, mi piacciono.
Poi l’adhan. La moschea era vicinissima alla nostra camera da letto così potevo sentirlo sempre distintamente. Il più intenso era quello sospeso tra il giorno e la notte, che veniva ad accarezzarmi l’anima mentre ero ancora nel mio letto. Con la mente accompagnavo il muezzin che salmodiava con voce chiara e penetrante la sura Al Fatha, poi, incapace di seguire, restavo in ascolto con gli occhi socchiusi fino a quando tutto finiva e ricadevo nel sonno. Pare che sia particolarmente benefica, la preghiera del mattino: ci si sveglia presto e dopo la preghiera si intraprende il lavoro quotidiano col corpo pulito e il nome di Dio nel cuore e nella bocca. Quelle poche ore mattutine sono spesso più fruttuose dell’intera giornata. Lo dicono soprattutto i tassisti, lo ha detto anche quel ragazzetto candido che una sera, la scorsa estate, ha accostato la macchina per permettere a mio marito di scendere a comprare il roz bl laban per la colazione dell’indomani. Quel ragazzetto innocente che ha aspettato in silenzio in macchina con me senza sbirciarmi mai dallo specchietto e che si è mosso solo per asciugarsi la fronte dal caldo rovente della notte alessandrina, offrendomi la scatola delle salviette affinché potessi farlo anch’io. Quel ragazzetto che quando l’ho ringraziato, sperando che Dio lo benedicesse, mi ha risposto Shokran Lillah.
Mi fermo qui, per oggi.

07 gennaio 2009

Gaza



La notte di capodanno, dal mio balcone, guardavo i fuochi d’artificio che abbagliavano fragorosamente la vallata antistante e ho pensato, senza poterlo immaginare pienamente, a cosa dev’essere un bombardamento. Nei giorni seguenti ho tenuto d’occhio gli articoli in inglese di qualche giornale arabo, soffermandomi su quelli egiziani.
Palestine’s Guernica. Raining death. Il settimanale in lingua inglese del maggiore quotidiano egiziano, Al Ahram, non usa mezzi termini e ogni parola dei lunghi articoli suona come una sonora sberla, quasi a voler scuotere il lettore.
Gaza sigillata, sotto assedio, Gaza senza alcun tipo di generi di prima necessità, con gli ospedali e i cimiteri traboccanti di vite recise. Con le linee telefoniche date già qualche giorno fa come prossime al collasso. Sono parole amare, ma sento che mi fanno bene. Perché sono vere, perché descrivono quell’inferno senza edulcorarlo, senza farlo passare per una punizione meritata e perché stridono terribilmente col tepore festoso delle nostre case. Stridono da dentro, più eloquenti di mille immagini del corrispondente del tg1 munito di giubbotto antiproiettile con alle spalle, lontane km, le macerie fumanti di Gaza.
Leggo di questa anziana donna diabetica e cardiopatica che, nella vana attesa dei medicinali ha chiesto ad Al-Jazeera: "Siamo musulmani, perché gli arabi ci stanno lasciando morire? Perché l’Egitto non sta aprendo il valico di Rafah?”. Il mio arabo scarno mi fa sentire le parole di questa donna fin dentro le orecchie. Mi risuonano dentro a lungo. Potrebbe essere mia nonna, o una vecchia zia, o una di quelle vecchine egiziane adorabili e consunte dalla vita che adoro. Ma potrebbe essere anche mia madre, mia sorella, mia cugina o un essere umano qualsiasi. Potrei essere io, potrebbe essere la mia amica. Potresti essere tu. E mentre cerco di immaginarla, temo che gli stenti se la siano già portata via da giorni.
Capisco ampiamente tutti i limiti, i problemi, le riluttanze, i rischi dell'Egitto e di tutti gli altri, ma una tale emergenza umanitaria dovrebbe spingere chi è in grado di smuovere qualcosa a prendere provvedimenti fulminei mettendo da parte le condizioni, le trattative, le posizioni politiche, i se e i ma e ad agire esclusivamente per il bene della popolazione che già in condizioni normali - se di normalità si può parlare- è in ginocchio. Il rimanere a guardare, Oriente e Occidente indistintamente, ci rende tutti colpevoli.

Da segnalare:

Le donazioni per Gaza (Islamic Relief) e (UNRWA)
I lanci di Al Jazeera tradotti da Dhikra
Le riflessioni di Laila e un post di oggi
Duaa per Gaza, tra l'altro, un valido spunto interreligioso