Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

28 giugno 2008

Coiffeur Ashwaq: meditate gente, meditate




Coiffeur Ashwaq si intitola la serie tv, prodotta dalla Commissione Europea, che per venti minuti al giorno accompagnerà le telespettatrici arabe. La sit-com, che sarà ambientata nella sala d'aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne, ognuna con la sua storia personale, sarà un modo per far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità. Se in occidente le serie tv dettano la moda, nei Paesi arabi Coiffeur Ashwaq si pone l'obiettivo, invece, di diffondere dei valori con un prodotto divertente e per le famiglie. Protagonista di questa prima serie sarà la proprietaria del salone di bellezza, interpretata dalla nota attrice egiziana Mimi Gamal, che sarà alle prese, tutti i giorni, con donne dalle diverse estrazioni sociali e che diventeranno inevitabile spunto per situazioni comiche. Dietro al divertimento, usato come specchietto delle allodole per stessa ammissione degli sceneggiatori, si nascondono però i temi più caldi che riguardano il ruolo della donna nella società araba: dalla violenza entro le mura domestiche ai matrimoni forzati, dal sessismo alle molestie.
Assenti invece le questioni politiche e religiose, per evitare che qualche signora spenga la tv sentendo offesa la sua fede. Contemporaneamente alla messa in onda di Coiffeur Ashwaq, i produttori hanno aperto anche un forum di discussione on line, frequentatissimo dalle appassionate della serie che si scambiano commenti sulle puntate, ma anche esperienze e consigli di vita. Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica: da Tamer e Shawqiya, andato in onda durante il Ramadan negli ultimi due anni con un successo mai visto prima di allora, a Ragel wa sit Settat, trasmesso su tutte le tv arabe satellitari. In arrivo, invece, oltre a Coiffeur Ashwaq anche Abbas wi Inas, che parla dei problemi di coppia durante il primo anno di matrimonio. (articolo tratto da qui )


foto prelevata da qui


1) Da quale pulpito...
Mi domando insomma che interesse abbia l'Unione Europea a proporre al pubblico arabo un prodotto del genere e in forza di quale principio si senta in dovere di "far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità": eppure di cose a cui pensare ne avrebbe l'UE...una per tutte, la risoluzione del cosiddetto deficit democratico. Se proprio volesse far qualcosa, l'UE, perché non propone simili programmi a un'audience europea?

In questa parte di mondo va di moda una società civile in preda alla sindrome del paladino-della-giustizia-a-tutti-i-costi, fermamente convinta che tematiche come la violenza domestica e le pari opportunità siano problemi risolti e assolutamente remoti. Eppure le statistiche e l'esperienza di molte donne parlano chiaro: ogni giorno, nei contesti più disparati (lavorativi e non) molte donne vengono discriminate sessualmente e molestate più o meno gravemente, sempre per il fatto di essere donne. La violenza domestica, poi, offre alle cronache quotidiane storie di italianissimi uomini italiani che picchiano a sangue le mogli succubi. Eppure non si riesce a entrare in libreria senza scorgere a caratteri cubitali l'ennesimo libro la cui protagonista è una donna vittima del marito arabo-barbuto-cieco-di-gelosia che le ha sfregiato il volto con l'acido o s'è macchiato di chissà quale atroce delitto. Che si faccia lo stesso anche in Italia, allora: un libro ogni volta che una donna viene seviziata dal civilissimo marito italiano.

foto prelevata da qui


2) Intenti non trasparenti


Perché, scusate, ma a voi sembra onesto servirsi della comicità e di un'attrice famosa come specchio per le allodole a scopo di propaganda? Sì, dico propaganda perché queste donne non hanno bisogno di imparare nulla da noi europei: le donne vittime di violenza sono vittime di uomini criminali, né più né meno colpevoli di quei civilissimi uomini italiani che gonfiano di botte le loro povere mogli.


Le donne egiziane (arabe e non, e/o musulmane e non) che subiscono violenza, la subiscono subiscono in quanto donne e non in quanto appartenenti ad una comunità etnica e/o religiosa: la malvagità dell'essere umano, così come il buonsenso sono tali e presenti in tutte le latitudini.


Che gli intenti siano tutt'altro che trasparenti, è dimostrato anche dal fatto che religione e politica siano argomenti volutamente tenuti fuori dal salone di bellezza in cui è ambientata la sit-com: altrimenti come si lucrerebbe anche sul mercato televisivo panarabo?



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3) I soliti preconcetti, musalsal vi dice qualcosa?


Non è assolutamente vero che "Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica": chi scrive tali inesattezze vada a documentarsi sul ruolo che da sempre riveste l'Egitto in qualità di fornitore di contenuti alle televisioni arabe, ruolo tra l'altro, ampiamente sfruttato da Nasser per l'unificazione dei Paesi arabi. E' ben nota infatti la gloriosa ricchezza culturale del Paese della quale sono stati utilizzati personaggi e racconti per confezionare teleromanzi (musalsalat, appunto) i cui protagonisti erano stelle della musica conosciute in tutto il mondo arabo. Calcolando che Nasser rovescia la monarchia filo-britannica nel 1952, non mi sembra proprio neonata, l'industria dell'audiovisivo egiziana, industria che si è ampliata e implementata tanto che l'ente preposto a questa attività è noto come "Hollywood del mondo arabo".



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26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

23 giugno 2008

Ein Shams

[...]Siamo a Ein Shams, antico quartiere del Cairo: un tempo Heliopolis, fastosa capitale dell’Egitto durante l’era faraonica, e divenuto poi un luogo sacro per i cristiani, legato alla visita di Gesù Giuseppe e Maria, Ein Shams è ora uno dei quartieri più poveri e trascurati della capitale egiziana. [...]
Lo stesso El Batout ci racconta in maniera appassionante come è nata l’ispirazione per questa sua opera seconda, nelle note di regia consultabili sul blog del fim: “Nell’agosto del 1988 sono andato nel quartiere di Ein Shams per documentare con la mia videocamera la sommossa che era scoppiata contro la polizia. Nello scontro con un poliziotto sono stato ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra: ho documentato in 18 anni circa 12 guerre in 30 paesi differenti. Poi all’inizio del 2004 sono tornato al Cairo, sentendomi disincantato dal mondo e dal mio lavoro (…) L’idea del film Ein Shams è nata nel 2005, dopo aver
realizzato il mio primo film di finzione Ithaki. Lavoravo ad un progetto di laboratorio teatrale e cinematografico con i bambini dell’Alto Egitto insieme all’insegnate e regista Mohamed Abdel Fatah, e lui, che vive ad Ein Shams, mi ha chiesto di ambientare lì il mio film successivo. Essendo un luogo che mi aveva affascinato da anni, scrissi subito una storia che poteva essere ambientata in quel quartiere, ma utilizzando anche il materiale che avevo girato nella mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista che avevo deciso di iniziare proprio ad Ain Shams circa 20 anni fa”.
Eye of the Sun è un film polifonico: una voce fuori campo racconta le storie di diversi personaggi che si intrecciano. Ecco il tassista Ramadan, che decide con la moglie di avere un altro bambino; la loro figlioletta undicenne Shams, vivace e curiosa, che vuole andare a tutti i costi a visitare il centro della sua amata città e che si immagina come in una favola; la giovane cantante Mariam, che intona una melanconica canzone irachena in un centro culturale; tra il pubblico, ad ascoltarla, c’è un’altra Maryam: una dottoressa che ha studiato le conseguenze della guerra in Iraq e i diversi tipi di cancro provocati dall’uranio impoverito, come sottolineano le immagini di repertorio (“cercavano le armi, hanno trovato l’uranio impoverito che hanno rovesciato nel 1991”). E ancora, El Tayeb, un uomo che è stato in prigione sotto Saddam; e poi un giovane e corrotto politico rampante, che diffonde promesse nel quartiere e poi sparisce da Ein Shams, non appena eletto.
Come in un antico mosaico, il film raccoglie, accumula, mette una accanto all’altra tante storie differenti, che viste nel loro insieme compongono un disegno unico: la sofferenza e la speranza contenute nella vita umana, la corruzione e la decadenza che affliggono l’Egitto contemporaneo… Il film capta “una realtà deludente, guastata dalle
contaminazioni della modernità, che ammala i corpi – attraverso i veleni assorbiti da acqua, cibo e aria – e fiacca le menti, anche quelle pronte a sfidare la locale decadenza politica e sociale e perfino le tragedie post-belliche di un Iraq particolarmente vicino” (Maria Rosaria Cerino). Nel gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra vicino e lontano, tra locale e globale, si situa anche la sorte infausta della figlia di Ramadan. La piccola Shams si ammala infatti proprio di leucemia – come i bambini in Iraq su cui aveva indagato la dottoressa Maryam – e la sua morte lascia un’assenza incolmabile… Proprio la foto della bambina nel taxi di Ramadan e la sua triste storia raccontatale dal padre spingono la cantante ad intonare la sua triste canzone, all’inizio del film.
Un film che è fatto di storie intrecciate in un percorso circolare, come l’occhio del sole. “Chi sono io? Non importa…” – così la voce fuori campo ci confessa alla fine del film. E in effetti questa voce può essere quella del tassista Ramadan, ma anche quella del regista, o anche – perché no? – quella dello stesso quartiere di Ein Shams: l’occhio del
sole che guarda dall’alto della sua storia millenaria questi piccoli esseri in movimento, come la piccola Shams che continua a sorridere a suo padre dal cielo ed a fare i dispetti alla sua macchina sgangherata…
articolo di Maria Coletti su Cinemafrica, il testo completo è reperibile qui. Ein Shams (regia di Ibrahim El Batout) ha vinto la 54esima edizione del Taormina Film Fest ed è stato anche presentato a Cannes.

20 giugno 2008

Non è il caso! (parte I)


Foto tratta da qui

Lo so: parlare di momenti della vita a 24 anni appena compiuti per qualcuno potrebbe suonare altamente risibile. Se mi guardo indietro però, un paio di momenti riesco a isolarli.

C'è stato un momento della vita, per l'appunto, in cui credevo che gli eventi accadessero per coincidenze, casualità, combinazioni impreviste ed imprevedibili di fatti legati tra loro da nessi assolutamente non logici.
Io mi sono battuta aspramente per dimostrare che il destino non esiste e che ciò che succede può essere al massimo conseguenza di una scelta. Nulla è scritto, mi dicevo. Io sono quello che scelgo di essere. So quello che faccio, posso controllare tutto; conosco le conseguenze di ogni mia azione.
Un pensiero risoluto, monolitico che non ho mai accettato di discutere. Il faro della mia vita di allora, insomma.
Un faro, che quando poi mi è crollato addosso ha rivelato la sua flebile fiammella: quelle che avevo iniziato a chiamare coincidenze, dipendevano ancora dalla mia capacità di scelta? E tutte le volte che i piedi (o il cuore) hanno scelto la strada, ero sempre io a controllare tutto?


Evidentemente non avevo ancora fatto i conti con una fantasia sublime e infinita, un'immaginazione sconfinata e fervida che sarebbe un peccato se non orientasse le nostre esistenze: fili colorati e diversi tra loro, intrecciati con una maestria sbalorditiva. Non può che essere così, certe cose non bisogna sapersele per forza spiegare: sapere che siamo filini di una trama sapientemente intessuta è pure gratificante, a dirla tutta. Insomma, che senso avrebbe il vivere se la Vita, il Tempo e la Storia fossero solo uno stillicidio disordinato di attimi che si dissolvono nel nulla? Mi piace pensare che il mondo stia andando da qualche parte, ecco. Chi mai si metterebbe in viaggio, con tutto ciò che questo comporta, senza avere almeno una direzione?


Allora viviti la vita seduto a una sedia, se è già tutto scritto, avrei scioccamente obiettato io in quel momento. Ci sono dovuta arrivare da sola alla conclusione che credere di far parte di un disegno più grande di noi non implica necessariamente essere dei burattini senza la benché minima capacità di movimento autonomo; dal momento che, se così fosse, quale sarebbe il posto e - il ruolo - della coscienza, della ragione, del senno umani?
Il fiuto umano di scegliere proprio la migliore tra le due alternative possibili è solo e soltanto mero fiuto umano?

Confesso, poi, che per certi versi è anche sano e oltremodo consigliabile fermarsi un attimo a vivere la vita seduti a una sedia: io lo faccio per contemplare meraviglie che so di aver rischiato di non vedere. O di non vedere subito, mettiamola così. Perché se quella fantasia sublime e infinita ha decretato così, io certe cose le vedrò eccome, che mi piaccia o no, dopo uno o mille giri strani che la vita certe volte si mette a fare. E quello succede solo perché il mondo è piccolo?
[cfr "Riflessi di una trama", reperibile qui ]

07 giugno 2008

Contesti

( i giardini Carducci, foto tratta da qui)


Dietro l'assenza di questo periodo c'è una mancanza di tempo che di quest'epoca ahimé mi è fisiologica e sicuramente anche un episodio non proprio piacevolissimo al quale più volte ho provato invano a dar forma, ma, considerando i post smozzicati e condannati a rimanere bozze a tempo indeterminato direi che no, non sono ancora pronta a raccontarlo.

Una congiuntura di fatti apparentemente slegati tra loro mi ha portato a pensare che è tempo di concentrarmi sul contesto e ripartire da ciò che cambia davanti ai miei occhi ad una velocità che mi ero imposta di non voler percepire.

Non ultimo, il giorno in cui mi è capitato di attraversare piuttosto frettolosamente Corso Vannucci per andare in facoltà notando un’insegna staccata senza riuscire a risalire al negozio in questione. Decisamente troppo, mi va a rotoli l’esistenza se decido di vivere distrattamente.

E' che negli ultimi 5 anni ho accettato che Perugia facesse da sfondo e da contenitore alla mia vita senza farle da contrappunto con quel minimo di attrito mentale che uno normalmente mette in atto in un rapporto sano e normale con una città. Mi rendo perfino conto di non aver speso una parola sul ridicolo coretto giornalistico che è stato servito come contorno alla vicenda della morte di Meredith Kercher. Eppure certe affermazioni le ho trovate davvero pesanti e per parecchio tempo mi è toccato rispondere alle domande incalzanti di amici e parenti (ma tu la conoscevi, l'avevi mai vista? Ma tu sei mai stata al locale di Lumumba? Ma davvero è così facile trovare la droga? ecc.) con no spazientiti che suonavano inevitabilmente come giustificazioni, come se Roma o le altre città universitarie fossero lontane dalle selve oscure in cui tanti smarriscono la retta via ben prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita….

Ma torniamo al contesto, al mio, ché ognuno è dotato, almeno potenzialmente, di intelletto e discernimento.
Certo, l'entusiasmo dei primi tempi non torna: mi ricordo angolini caratteristici, certi balconcini fioriti da cartolina, un'atmosfera piacevole e posti da guardare per la prima volta. Mi domando come abbia potuto quella magia annegare tanto silenziosamente nella quotidianità, nella fretta.

Eppure ci sono posticini deliziosi di cui riesco a sentire la mancanza senza impegnarmi troppo: i giardini Carducci, per esempio. Il panorama placido oltre la ringhiera bassa, i viottoli tra gli alberi complici, qualche panchina e una sera fina d'ottobre che ho deciso con la mia testa cosa farmene di quel paio d’occhi neri e la vita, grazie a Dio, ha preso una piega inaspettata, ma voluta e lungamente e strenuamente cercata e desiderata. Non voglio nemmeno pensare a cosa e come avrebbe potuto essere la mia vita se avessi fatto altrimenti…

E poi la gente: gli autisti gentili che non so quante volte mi hanno detto scendi alla prossima! Le cassiere che ormai mi salutano e le dispute esilaranti al banco dei latticini sul tipo di ricotta da usare nella torta….Mariaaaaa, la signorina- è ironico, sì, prima di sposarmi mi avrebbero dato della signora- ha da fa’ ‘n dolce! Pronunciato con quell’intonazione un po’ insolita e le d buffe, rotolanti, quasi fossero r. Decisamente più logiche certe a arrotate dell’arabo, sì, non capisco perché complicarsi la vita e la lingua in suoni inverosimili.

Tralascio di proposito i razzisti ottusi e le loro ossessioni retrograde, gli automobilisti impertinenti, le donne in carriera vestite come le adolescenti e le adolescenti vestite da donne in carriera.

Ma solo perché non li ritengo attributi esclusivi di Perugia.