I am a simple man
so I sing a simple song
never been so much in love
and never hurt so bad
at the same time.
I am a simple man
and I play a simple tune
I wish that I could see you once again
across the room like the first time....
"Simple Man, Graham Nash"
Qualche giorno fa, mettendo gli occhi su
quest'articolo ho appreso della mostra fotografica "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Si tratta delle foto di Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che -pare- per esorcizzare la paura della morte ha messo a punto una serie di
48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso.
Un lavoro, quindi, che consisteva nel recarsi nei centri di assistenza per malati terminali a fotografarne gli ospiti consenzienti per poi essere richiamati a intrappolarne l'immagine della salma nelle macchine fotografiche.
Il fotografo e la giornalista che ha curato le brevi note biografiche ammettono:
"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto".
Ma poi viene aggiunto:
Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.
Devono essersi corazzati, insomma, i due. E uso corazzati per non dire abituati o peggio, assuefatti.
Io mi immagino i parenti del malato terminale consenziente...me li immagino pure loro consenzienti, per forza o buona voglia, che incontrano questo fotografo e poi lo salutano, sapendo che lo rivedranno di nuovo, per forza o buona voglia forse in preda al riso isterico, o al pianto disperato, all'imbarazzante stato di silenzio arido, o al non meno gravoso stato di apparente atarassìa o a tutto questo mischiato o alternato.
Forse sono io che non riesco ad instaurare un rapporto sano con la morte, ma questa iniziativa mi turba e basta: il link all'articolo è corredato dalle immagini della mostra che ovviamente io ho scelto di non guardare. Eppure nell'articolo viene specificato che tra i visitatori ci sono state parecchie famiglie con bambini.... Forse sbaglio, ma è una mia scelta. E forse sbaglio anche a cancellare tutto il lungo pezzo di post che avevo scritto per parlare della morte dal mio punto di vista.
E' che la morte mi spaventa di quella viscida paura irrazionale, imprecisata e infondata che è la stessa che spaventa la maggior parte dei cristiani d'Occidente. Di quest'Occidente frenetico che veste a festa i morti per esporli alle visite di cortesia dei conoscenti e li sistema in tombe che sembrano case, ma zeppe di fiori appassiti e lumini consumati dalla dimenticanza.
Mi chiedo quando impareremo a guardare alla morte con rispetto, ad essere consapevoli che può coglierci in qualsiasi momento senza guardarci in faccia, senza indagare sulla nostra voglia di morire o di trattenerci quaggiù, o sulla nostra età e sul nostro stato di salute. E' gia un po' che ho smesso di trovare sollievo della morte di qualcuno appigliandomi all'età avanzata e a quel risibile "ha fatto la vita sua".
E non posso fare a meno di ripensare a
quel cimitero di Alessandria a pochi passi dal suq brulicante di vita in cui ho visto l'attimo in cui dall'ambulanza si prelevava la salma avvolta in un lenzuolo bianco per essere deposta nella tomba. Non ho visto vestiti eleganti, né dovizia di fiori che appassiscono insieme al ricordo di quell'anima, ma gente composta che pensava a pregare.
Poi leggo la conclusione dell'articolo:
Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di "un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.
Mi colpiscono le parole di questa donna: è una madre che, di fronte al dolore immane di vedersi strappare la vita della sua piccola, chiede a Dio (il suo, come viene scritto nell'articolo, ma tanto sta' tranquillo ché è lo stesso mio e pure lo stesso tuo) di farle comprendere l'accaduto. Ho visto una madre egiziana parlare del neonato che aveva perso a pochi giorni dal parto, con un sorriso composto e pieno di speranza. Sai, ho un figlio in paradiso. E non era arrabbiata né con Dio, né col mondo. L'ha ringraziato, Dio, per essersi ripreso quella creatura innocente che proveniva da Lui, e a Lui ha fatto ritorno senza aver avuto il tempo di commettere colpe. Eppure da cristiana avrei dovuto strapparmi i capelli pensando che non ha ricevuto il battesimo; invece mi sono lasciata pervadere da quella serenità e mi sono messa anch'io a pensare che suo figlio è un angelo.
Ecco, sì. Forse per liberarci dalla paura della morte dovremmo iniziare a pensare all'anima più che al corpo.