Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

27 febbraio 2007

L'Oriente insegna

Su Repubblica si legge quest'interessante articolo che porta la data 22/02/2007:


Il segreto dell'architettura islamica medievale
"Usa formule matematiche del XX secolo"


di Alessia Manfredi


ROMA-Che cosa hanno in comune le madrasse dell'Uzbekistan e di Bagdad, la moschea di Isfahan in Iran e i palazzi sacri di Agra in India o di Herat in Afghanistan? L'impareggiabile maestria delle decorazioni, un complesso sistema di ceramiche ornamentali capaci di creare affascinanti arabeschi geometrici, che si replicano disegnando simmetrie azzardate. Una sorta di "marchio di fabbrica" dell'architettura islamica, che si ritrova costante dall'Asia centrale al Medio Oriente fin dal Medioevo.


Ma dietro quella che sembrava fino a oggi l'abilità certosina di un'affermata scuola artigiana si nascondono sofisticate formule matematiche che l'Occidente avrebbe compreso solo 500 anni dopo, a partire dal 1970. Lo sostiene uno studio americano pubblicato su Science.


Il mistero che sta dietro gli intricati disegni ornamentali delle "tassellature" islamiche è quello che gli scienziati chiamano una geometria "quasi cristallina", uno schema che replica la precisa struttura di un cristallo senza mantenerne l'esatta simmetria. E' una configurazione estremamente complicata da realizzare, che sottintende conoscenze matematiche molto avanzate.

A lungo si è pensato che le decorazioni geometriche tipiche delle architetture islamiche venissero realizzate a forza di compasso e regolo. Ma Peter J. Lu, dell'Università di Harvard, insieme a Paul J. Steinhardt dell'ateneo di Princeton, sostiene invece che questi semplici strumenti non sono sufficienti a spiegare risultati così perfetti, senza distorsioni, ottenuti su superfici così ampie.


Analizzando la struttura degli schemi ornamentali usati su larga scala, i ricercatori hanno individuato un modello complesso, creato partendo da tasselli a stelle e poligoni chiamati "girih", frequente negli edifici islamici sin dal XV secolo. Un disegno elaborato, ma con una simmetria che non si ripete mai uguale, che l'Occidente ha descritto per la prima volta solo negli anni '70 grazie all'intuizione del fisico e matematico britannico Roger Penrose.


"Erano più avanti di noi di almeno 500 anni", spiega a Repubblica.it Peter J. Lu, primo autore della ricerca. E in tempi di "conflitto di civiltà", ciò dovrebbe far riflettere, dice lo scienziato. "Questo dovrebbe dare all'Occidente nuove motivazioni per studiare la cultura e la storia del mondo islamico, particolarmente rilevante nell'attuale contesto geopolitico", continua Lu. "Se il nostro lavoro contribuisse a far luce sui progressi scientifici e matematici del mondo islamico medioevale, sarebbe per me una grande soddisfazione. E magari ne uscirebbe un livello di comprensione maggiore fra due gruppi di persone che al momento non vedono allo stesso modo molte cose".

13 febbraio 2007

Luoghi, non-luoghi, ma senza tv

Sulla rivista IN ALTRI TERMINI, n.19, gennaio 2007 apprendo di un progetto noto come videocomunicazione, un strumento pubblicitario che vede protagoniste le 13 maggiori stazioni ferroviarie italiane e che a Roma Termini è pienamente realizzato. Leggo:
L’idea (…) si è rivelata vincente in quanto colpisce l’attenzione dei numerosi frequentatori di questi scali ferroviari e al tempo stesso riconsegna alle stazioni movimento, colori e luce.
Insomma uno scende dal treno e mentre si fa spazio tra la folla che disordinatamente fluisce, incappa nella pubblicità a ciclo continuo -ideata dalle menti (geniali? Perverse?) di Grandi Stazioni -che blatera dagli schermi lcd disseminati in ogni angolo.Insomma, la TV, alla stazione. E c'è già da un po', non sarò la sola ad essermene accorta, almeno a Termini.
Nell'articolo si precisa che:
in questa prima fase il progetto non prevede contenuti ma messaggi promo-pubblicitari di aziende e marchi di livello come Dior, Armani, Calvin Klein, D&G, Coca Cola e Ferrero.
Ma c'è già chi pensa oltre: l'articolo, infatti, prosegue con le proposte dei soliti noti "burattinai " della comunicazione quelli che, in parole povere, decidono cosa propinarci in TV, (come Gori di Magnolia) e che ora fanno a gara a riempire i neonati palinsesti del nuovo mezzo per rivolgersi ad un target definito giovane e colto, che frequenta la stazione soprattutto per motivi di lavoro: molti di loro pensano che le sitcom siano appropriate per il nuovo mezzo, altri scomodano la sinergia con la natura vedendoci bene cascate, farfalle, paesaggi&Co, altri ancora attingerebbero alle scene spettacolari degli sport estremi. Nessuno si sente di escludere notiziari ed eventi in diretta.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: ma è davvero utile trovare la TV alla stazione? Volete restituirmi l'illusione di trovarmi nel salotto di casa? Ma ci avete pensato, signori burattinai, al problema dell'inquinamento e del risparmio energetico? Ma avete visto in che condizioni si trova uno, quando viaggia in treno? Non sarebbe stato meglio potenziare le linee, rinnovare i treni, insomma fare qualcosa di utile alla collettività? "Treno ristrutturato in collaborazione con Endemol Italia", lo avrei letto molto più volentieri.
A pensarci bene i signori burattinai non hanno tutti i torti: per quelli che chiamano i non-luoghi della modernità, come le stazioni e gli aeroporti, transitano molte migliaia di persone al giorno e trovo giusto e comprensibile offrire ai passanti/passeggeri occasioni di svago per ingannare l'attesa. Mi sembra ovvio pure che si ricorra a soluzioni d'impatto visivo, di immediatezza. Magari ci sarà pure qualcuno nell'intervallo tra un treno e l'altro che gradisce ingannare l'attesa in un modo diverso dalla solita vetrina, chi lo sa... Mi sembra pure ovvio che qualcuno dovrà pure guadagnarci su tale offerta, è così che va la vita. Ma che a guadagnarci siano i soliti noti e che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, no.
Credo che non si farebbe fatica a contattare un paio di giovani aspiranti fotografi e permettere loro di esporre, anche gratuitamente, le proprie foto: una galleria organizzata ogni volta su un tema diverso, che si faccia guardare per puro intrattenimento, che non mi obblighi a spolverare le mie conoscenze di storia dell'arte, senza biglietto o a un costo irrisorio di pochi centesimi, non so voi, ma io la frequenterei volentieri. Se non altro si darebbe, non dico lavoro, ma almeno la possibilità ai giovani-che-si-affacciano-sul-mercato-del-lavoro di mettere qualcosa di interessante sul curriculum, visto che tutti sono bravi a pretendere l'esperienza, ma nessuno è disposto a fartela acquisire. Lo stesso discorso, penso, si potrebbe fare con ballerini, artisti vari, artigiani, poeti, pittori...
Che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, dicevo, non sono d'accordo. Perché non mi diverto a vedere che uno va in un negozio di elettrodomestici e davanti alle tv in esposizione la gente fa capannello a vedere le partite. Non mi diverto neanche ad accorgermi che uno va a mangiare fuori e si ritrova a guardare il Milionario, programma che si presta magnificamente a farsi guardare anche se l'audio è disturbato dai rumori della sala. Non c'è mai da preoccuparsi, uno esce e la tv la trova ovunque, sono così gentili, a volte, da fartela trovare su tutti i lati di una sala.
Eppure i non-luoghi spesso danno tante informazioni sulla gente e sullo spirito del posto ché è un peccato gravissimo tenersi le cuffiette o trattenersi davanti agli schermi...
E' bello girare, guardarsi intorno, chiacchierare. Persino recarsi alle toilettes...
In quelle surreali dei luoghi pubblici dell'Egitto, (non so come vada in quelle riservate agli uomini) c'è spesso una donna che ti apre la porta, che se vede che sei straniera ti fa una specie di inchino per farti entrare, che ti dà i fazzolettini mentre ti lavi le mani e che, per la logica del luogo, merita una mancia. Capita pure che una è appena arrivata al Cairo, che viaggia da ore e ore e che, sapendo che il viaggio prosegue in macchina, decida di servirsi della toilette con il proprio arabo sbilenco. Capita pure che una, dopo un'ardua ricerca del modo in cui tirare lo sciacquone, tragga la conclusione che non sia possibile farlo e, gettata la spugna, esca a lavarsi le mani. Ed ecco che entra in azione la vecchina sbilenca come il tuo arabo che infila le mani nella cassetta, tira lo sciacquone e viene pure a porgerti il fazzolettino per le mani. E poi chiede qualche spicciolo aiutandosi con il gesto universalissimo dei soldi, per assicurarsi di essere capita. E una, con l'arabo che ancora gattona, come glielo spiega alla servizievole vecchina che ancora non ha cambiato i soldi e tutto il resto, vedendo per giunta che la signora in questione ci rinuncia e con un altro gesto di comprensione universale ti invita ad uscire? C'è qualcosa che prende il sopravvento in quei momenti lì, qualcosa che fa apparire uno come realmente è e non importa che l'arabo non sta in piedi, "Aspetta, torno subito" se uno lo sa dire, lo dice in quei momenti.
E una riparte riponendosi nel cuore i tanti complimenti della vecchietta e il suono di quelle monetine che le saltano nel palmo della mano e che se in euro corrispondono a nulla, a qualcun altro servono per mangiare.

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!