Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

29 gennaio 2007

Etnocentrismo


Ne ho ampiamente parlato nei commenti, ma l'etnocentrismo merita un post.


Materiale tratto dal sito Sistemi e Culture.


Sinteticamente l’etnocentrismo può essere definito come "la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come strani, differenti, inferiori. Il proprio punto di vista viene ritenuto la norma, il modo naturale di essere e di fare".
L’etnocentrismo è un fenomeno complesso che comprende atteggiamenti sia individuali che collettivi di tipo pratico, espressivo, speculativo molto diversi tra loro per le modalità con cui si concretizzano nelle diverse società e diverse epoche storiche.
Vittorio Lanternari scrive che "gli atteggiamenti chiamati etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo, psicologico, valutativo, intellettuale, comportamentale tra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri di un altro aggruppamento considerato dai primi "altro", "diverso" e perciò caratterizzato come "inferiore".
La nozione di etnocentrismo non è dissociabile facilmente da quella di pregiudizio: gli etnocentrismi infatti sono forme di pregiudizi o di presupposti conoscitivo-valutativi.
L’etnocentrismo si colloca tra egocentrismo e antropocentrismo e indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale, come membro di uno o più raggruppamenti (identità rispettivamente familiare, clanica, di classe, di casta, nazionale, ecc.), mentre l’egocentrismo si riferisce al bisogno di una identità individuale specifica e l’antropocentrismo al bisogno di un’identità umana di tipo universale. L’ideale sarebbe che la persona possa sviluppare in modo equilibrato le sue diverse identità individuale, sociale e umana.
Queste forme di etnocentrismo, che si esprimono in termini mitologici, linguistici, formali e toccano la sfera logico-intellettuale, percettivo-rappresentativa, espressiva, epistemologica non comportano un atteggiamento ostile del soggetto verso l’oggetto, piuttosto incomprensioni, equivoci, errori conoscitivi, interpretazioni soggettive, influenzati dalle specifiche rappresentazioni relative alla cultura di chi valuta e non di chi è valutato. C’è un limite soggettivo alla capacità umana di astrarre totalmente da tali forme di etnocentrismo, malgrado gli sforzi di autocritica metodicamente condotti da ciascuno nell’atto di confrontarsi con l’altro. "Sin dalla nascita infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse" (Lévi-Strauss). Noi tutti, dunque, fin dall’inizio ci muoviamo come se fossimo all’interno di una massa chiamata per l’occasione cultura. La cultura è tutto quello che ci sta intorno e nello stesso tempo gli occhiali con i quali noi vediamo la realtà.
Vi sono vari modi in cui l’etnocentrismo si esplica:


etnocentrismo mitologico
. Molte popolazioni, allo scopo di distinguersi dalle altre, hanno dei miti con i quali esprimono la loro superiorità rispetto ad altri popoli. A titolo esemplificativo un mito degli indiani Cherokee racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, creò tre statuette d’argilla e le introdusse nel fuoco per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di colore rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono creati gli abitanti d’America ma sia gli uomini bianchi che i neri portarono fin dall’origine il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica perfetta. Questo mito dunque in modo ingenuo esprime la superiorità degli indiani autoctoni nei confronti delle popolazioni bianche e nere che si insediarono nel loro territorio.

· etnocentrismo espressivo. Consiste nelle denominazioni etniche con le quali una comunità connota se stessa in termini positivi e le altre in termini negativi. Gli esempi al riguardo sono numerosi: il nome del popolo africano dei Bantu deriva dalla radice "ntu" che nella loro lingua significa "uomo" e dalla parola "ba" che indica il plurale: quindi Bantu significa popolo degli uomini; allo stesso modo gli eschimesi chiamano stessi nella loro lingua "inuit" che significa "uomini", mentre il nome con cui li conosciamo noi deriva dal soprannome dispregiativo dato loro dalla vicina popolazione degli Algonchini e significa "mangiatori di carne cruda". Questi esempi di mitologie e di espressioni linguistiche indicano atteggiamenti etnocentrici di sopravvalutazione di sé e di sottovalutazione degli altri gruppi considerati "diversi".

· etnocentrismo linguistico porta a contraffare, ad alterare, gli specifici significati che sottendono a determinati termini, per le difficoltà di tradurre nelle lingue europee i complessi significati di alcune parole di altre culture (in particolare per le lingue di società tradizionali). Termini come "magia", "anima", "stregone" non hanno nelle lingue europee gli stessi significati che invece assumono in sistemi con credenze complesse e diverse come nelle società tradizionali.Tra il linguaggio e la percezione del mondo sembra esserci un rapporto, in quanto "chi parla un’altra lingua non si limita a dire in modo diverso le stesse cose ma scandisce in modo più o meno diverso il mondo che lo circonda".

· etnocentrismo epistemologico. È insito "nell’atto più profondo del pensiero" e comporta l’impiego precostituito di categorie epistemologiche. Questo anche quando ci si sforza di essere obiettivi e si è metodologicamente preparati. Allo scopo di superare questo tipo di etnocentrismo alcuni antropologi americani hanno studiato una particolare metodologia per "riuscire ad entrare nella testa dei propri informatori", contrapponendo un approccio di ricerca particolaristico chiamato emico ad un approccio universalistico detto etico. Questi termini derivano dalla linguistica, dove con il termine fonetico si intende la descrizione dei suoni prodotti dagli organi della parola che sono comuni a tutti gli uomini, mentre per sistema fonemico si intende la suddivisione dei suoni in base alle differenze specifiche esistenti da linguaggio a linguaggio. L’approccio emico è il tentativo di entrare nella testa dei propri informatori allo scopo di superare l’etnocentrismo epistemologico, per scoprire i significati e la struttura di una specifica cultura. Per quanto però uno scienziato tenda al massimo di obiettività, difficilmente potrà evitare di mutuare dalla propria cultura il tipo di rappresentazione che egli può farsi delle strutture del pensiero degli altri.

· etnocentrismo percettivo-emotivo. Lo si può spiegare considerando che ogni individuo riceve attraverso la sua cultura un insieme di esperienze percettive ed emotive che in modo inconsapevole tende a definire naturali. In realtà, come sostiene Lévi Strauss, non esistono fenomeni naturali allo stato puro; essi esistono soltanto sotto forma concettuale e per così dire filtrati da norme logiche e affettive appartenenti alla cultura. Le varie percezioni uditive, visive, spazio-temporali assumono significati diversi nelle varie culture e per riuscire a comprenderli è necessario uno sforzo conoscitivo al di la dei propri modelli di riferimento.

Le forme di etnocentrismo fin qui esaminate si definiscono attitudinali o naturali. Si parla invece di etnocentrismo ideologico passando dalle società tradizionali a quelle occidentali più complesse: quanto più alto è il grado di complessità strutturale, tanto più ad etnocentrismi attitudinali si sovrappongono manifestazioni aggressive, violente, distruttive motivate da giustificazioni etnocentriche, che vengono ad assumere funzione di ideologia. Dunque, in rapporto al grado di diversificazione di strati e di classi sociali all’interno delle società complesse o centralizzate, un processo di ideologizzazione si innesta sul fondo di attitudini etnocentriche genericamente percettivo-espressivo-conoscitive. L’etnocentrismo si sviluppa allora nelle sue forme discriminatorie, persecutorie, aggressive.
Gli atteggiamenti di tipo etnocentrico invadono gli ambiti tecnologico ed etico-sociali. Un esempio di etnocentrismo tecnologico è stato l’imposizione di abitazioni di tipo europeo ad abitanti dei villaggi nel sud del mondo.
L’etnocentrismo giuridico è dato dall’imposizione del diritto europeo a popolazioni il cui diritto era basato su norme consuetudinarie ricche di connessioni con un sistema di valore etico-sociale.
Risulta quindi chiaro come un atteggiamento di tipo etnocentrico precluda la possibilità di studiare in modo efficace culture diverse: può accadere di non essere consapevoli di usare punti di vista e concetti che hanno validità solo all’interno del nostro mondo culturale e che non sono traducibili in altri contesti. E’ necessario non assumere i propri modelli come criteri assoluti di valutazione e di conoscenza e riconoscere che ogni modello culturale è degno di rispetto quanto tutti gli altri.

25 gennaio 2007

Istruzioni fidanzato arabo, cercasi

Il Sitemeter mi informa che più di qualcuno viene catapultato/a su Amal dopo aver inserito sul motore di ricerca “fidanzato arabo”, “fidanzato egiziano” e affini.
Che cosa crede di trovare una sul web al riguardo?
Un elenco delle rose e delle spine? Fai questo e quello no, mi raccomando non dirgli che….? O….forse consigli con pretese universali e totalizzanti del tipo assolutamente sì, sono premurosi fino all’inverosimile o un arabo, ma scherzi?
Chi credete che sia un fidanzato arabo, care donne che approdate qui? Che cosa vorreste leggere?
Non fidatevi se vi dico che non ho mai avuto un coinquilino più pacifico, che non ho mai conosciuto una persona più saggia, completa ed equilibrata, che non ho mai….mi fermo qui, perché ho già precisato che non è il caso di fidarsi di tali elargizioni di consigli: ovunque troverete soltanto opinioni parziali, punti di vista personalissimi, esperienze concrete che pertanto, non possono valere per tutti, in assoluto.
Un fidanzato arabo, egiziano, svizzero, greco va considerato per quello che è: un fidanzato, punto. Una persona, al pari di tutte le altre: due occhi, un naso, una bocca, eventualmente un cervello e una sensibilità. Come tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Si sarà intuito che io, personalmente, non sostengo tale dilagante “determinismo geografico”: ma perché, qualcuno crede che ci siano differenze tra un fidanzato bellunese e uno pisano? Tra un ravvennate e un barese, o un catanese e un fiorentino?
Forse è il caso di considerare seriamente l’ipotesi di liberarsi di tutti questi stereotipi, la vita è già tanto complicata…fossi in voi non dimenticherei quelli altrui però (amici, parenti&co)!
Se non siete d’accordo, liberissime di perseverare nella vostra ricerca. Chi cerca, trova. Ah…nel caso le trovaste, queste istruzioni, non vi disturbate a girarmele….

05 gennaio 2007

La fine, l'inizio e le emozioni in mezzo

Il mio anno prende a dipanarsi lentamente, ancora intriso del tepore natalizio e dell’aria di casa, ma all’orizzonte, ancora partenze.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.

Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.

Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.

Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.