Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

23 dicembre 2006

15 dicembre 2006

Verso un Natale vero?

Apprendo con piacere che in Gran Bretagna al consueto Royal Chistmas Message della regina Elisabetta sulla BBC, è affiancato sull'emittente privata Channel 4, un messaggio letto da una ragazza musulmana con il niqab.
Riporto l'ultima frase dell'articolo:

Il dibattito su diritti e integrazione dura ancora oggi, ed è facile prevedere che un messaggio natalizio di una musulmana col niqab non potrà che prolungarlo.



Io sono d'accordo a prolungare il dibattito, almeno fin quando i modernissimi ed emancipatissimi occidentali non smetteranno di tirare in ballo diritti, integrazione&Co quando si parla di velo. Lasciatele in pace, le donne musulmane.

E, a proposito di donne musulmane e di vacue questioni poste da chi vuole vedere i problemi dove non ci sono, segnalo questo articolo, datato, ma significativo, tratto sempre da Peace Reporter.
Dategli uno sguardo ché quella 18enne ha le idee molto chiare e se incontrate Vespa, riferiteglielo...

14 dicembre 2006

Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi

Francesco Longo mi ha segnalato questo suo articolo apparso ieri su "Il Riformista".
La sua voce fuori dal coro questa volta si sofferma sull'Aida: oltre i lustrini, oltre il grande spettacolo, oltre lo stereotipo tradizionale, Longo delinea il significato dell'evento nel contesto odierno, allineandosi alla prospettiva di Edward Said sulla fine dell'Orientalismo.
Una riflessione, la sua, che si accorda pienamente agli intenti di questo blog e che ho deciso di raccogliere per la sua immediatezza, per quella capacità di andare oltre l'opinione dominante e superficiale. Non è facile, me ne rendo conto. Ringrazio vivamente Francesco Longo per il suo lavoro così significativo e per essersi ricordato di questo blog.
mercoledì 13 dicembre 2006
di Francesco Longo

Rileggere Verdi dopo la prima, oltre Materazzi e il gorgonzola tartufato
UN'OPERA "IMPERIALISTA" CHE ANESTETIZZA LE COSCIENZE
Edward Said nelle riflessioni sulla scia di «Orientalismo» decostruisce il neo-colonialismo del celebre melodramma: «L’egittologia non è l’Egitto».

Dopo aver lasciato decantare l’aspetto glamour dell’Aida di Zeffirelli è possibile vedere elementi trascurati di quest’opera. E cioè: cosa vuol dire mettere in scena l’Aida oggi? Che valori porta dentro di sé questo spettacolo? Le pagine dei quotidiani si sono giustamente concentrate sulla mondanità. I migliori giornalisti italiani hanno descritto smoking e bodyguard per pagine intere. I politici hanno battuto le mani. Prodi ha detto: «Questa è la perfezione». Lo stesso Riformista titolava «Uno stopper alla Scala». Il punto era sempre: e Valeria Marini? E la cena col gorgonzola tartufato? E la cravatta di Materazzi?
Dopo qualche giorno è lecito porre altre domande. Tipo: che rapporto c’è tra l’Aida e il colonialismo? Oppure: c’era bisogno oggi di un’opera che fa dello straniero - del diverso - un orpello di cartone?
Per far ciò è utile tornare ad alcune indicazioni di Edward Said. Cinque anni dopo aver scritto il famoso Orientalismo, Said pubblicò il volumone Cultura e Imperialismo che proseguiva in quella stessa direzione. Qui, per alcune pagine, rileggeva proprio l’Aida di Verdi. Non siamo abituati ad associare l’opera lirica allo sfruttamento imperialista, questo lo sapeva anche Said. Tuttavia egli si occupò a lungo di come la cultura fosse coinvolta con i processi di colonialismo e di come fosse legata alle azioni imperialistiche e alla fine arrivò all’Aida.
Secondo Said l’Aida «ha avuto una grande influenza sulla cultura europea. Ad esempio nel confermare l’immagine dell’Oriente come luogo essenzialmente esotico, distante e antico, nel quale gli europei possono esibire tutta la loro forza». Questo è ovvio. L’opera è assai complessa, non è un caso che sia arrivata fino a noi, sopravvivendo ad altre che invece si sono smarrite.
La scoperta spiacevole che però fa Said si può riassumere in una frase: «l’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma è parte del dominio imperiale». L’idea del critico era quella che le rappresentazioni che si offrono dell’oriente, dei musulmani, del mondo arabo, degli egiziani, sono un modo per partecipare alla conquista fisica, territoriale, militare.
A Giuseppe Verdi, (che fu preferito sia a Wagner che a Gounod) quando fu commissionata l’opera, fu dato il controllo assoluto di questo spettacolo. Verdi, non avendo una conoscenza diretta dell’Egitto, si appoggiò ad autorevoli accademici egittologi. «Occorre però ricordare che l’egittologia è appunto l’egittologia, e non l’Egitto», scrive Said. Egli considera gli studi di egittologia non un modo per conoscere l’Altro, ma al contrario come la preparazione teorica, artistica, per legittimare l’occupazione del territorio. La conquista di Napoleone era stata affiancata da studiosi che catalogarono l’Egitto: descrivendo, rappresentando, sezionando, elencando, classificando, ricostruendo in bozzetti, modellini e dunque inventando l’Egitto per governarlo e sottometterlo. Certe riproduzioni dell’Egitto dell’epoca «dunque non sono descrizioni ma ascrizioni».
Se non si tengono in considerazione questi aspetti, sfugge la portata di certe opere artistiche. Ci si chiederà: ma la Moratti? E il pizzo nero di Valeria? E i pantaloni di Angela Merkel erano adeguati o no?
Nella tessitura artistica dell’Aida alla fine filtrarono atteggiamenti imperialistici. Il primo risultato fu un Egitto orientaleggiante: «Tipici da questo punto di vista alcuni passaggi del II atto: il canto della sacerdotessa e, poco più avanti, la danza rituale». Tra l’altro Verdi trasformò alcuni sacerdoti in sacerdotesse «seguendo la consolidata tradizione europea di mettere donne orientali al centro di qualsiasi rituale esotico; le sacerdotesse verdiane sono l’equivalente delle danzatrici, delle schiave, delle concubine e delle “bellezze al bagno” nell’harem, che dominano l’arte europea di metà Ottocento». Si sa, non c’è oriente, senza sensualità.
L’Aida dunque, ambientata e messa in scena in un luogo geograficamente lontano dall’Europa, restava intrisa proprio di quel contesto contemporaneo che si sforzava di lasciarsi alle spalle. L’opera era impressa di ciò che in Europa allora si voleva fosse l’Egitto. E oggi?
Sarebbe stato sgarbato, certo, affiancare alla sciarpona di Zeffirelli quel che ci vedeva Said: «uno spettacolo imperialista concepito per distrarre e impressionare un pubblico quasi esclusivamente europeo». E certo è giusto che un’opera come l’Aida muti col tempo. E se nel 1952 la Callas la interpretava in Messico, è giusto che oggi la si leghi al colletto slacciato di Materazzi. Le strategie della dominazione che la penetrarono durante la sua elaborazione oggi possono restare sullo sfondo. Si può ammirare l’opera senza pensare alla dominazione. Ne era convinto anche Said che nel 1993 ammoniva: «tuttavia l’impero rimane lì, sotto forma di tracce e di accenti, e può essere letto, visto e udito». Possibile che alla Scala non si sia percepito nulla di tutto ciò?
L’applauso prolungato, bipartisan, dei politici, lascia un piccolo brivido. Qualcosa stona, anche nel silenzio dei giornali. Secondo Said gli spettacoli come l’Aida, i romanzi, le fotografie, i libri di viaggio, i dipinti esotici servivano ad «anestetizzare le coscienze». E forse dunque, qualcosa chiarisce l’euforia e la reticenza sull’evento della Scala.
Già allora l’Aida faceva dimenticare quello che avveniva laggiù. E così oggi, l’esotico torna con la sua stessa inossidabile funzione. L’esotico è oggi l’innocua Fiona May della fiction tv; è la nuova traduzione de Le mille e una notte; è sentire gli accademici musulmani che in giacca e cravatta dibattono nei talk-show tra uno spot e una guerra nei tg. L’esotico serve a coprire la violenza. Sostituisce la brutalità del potere con l’ingenuità stupefatta della curiosità.

04 dicembre 2006

The Big Talk

Mi stupisco che qualcuno si possa stupire del fatto che sulle televisioni arabe.....
Un momento, riformulo il pensiero: a quanto pare, c'è qualcuno che pensa che il sesso non sia liberamente vissuto nel mondo islamico. Per l'ennesima volta, siamo davanti a un caso di etnocentrismo: per qualcuno è sbalorditivo che un medico vada su un canale satellitare egiziano a parlar di sesso, da un punto di vista scientifico, s'intende, al mondo arabo. Se poi quel medico è una musulmana con l'hijab ecco che qualcuno ne fa un articolo.
Leggo:

La franchezza della Kotb è decisamente inusuale in una regione dove l'educazione sessuale è minima, i contatti uomo-donna sono scoraggiati e di questi argomenti si parla in segreto, il che favorisce la circolazione di 'miti' piuttosto che di informazioni corrette.

Siamo alle solite: invece di apprezzare l'impegno della dott.ssa Kotb per quello che è, ossia un parere scientifico, ne viene sottolineato il presunto carattere innovativo in una società in cui i contatti uomo-donna sarebbero scoraggiati. Il sesso è vissuto all'interno del matrimonio, come un affare tra marito e moglie, non è scoraggiato. Lo è in un'ottica in cui la normalità è fatta di adolescenti acerbi che non vedono l'ora di disfarsi della verginità, ed ecco che tutto il resto diventa un fatto curioso. In Egitto il sesso non palpita dai cartelloni pubblicitari né dall'abbigliamento femminile eppure ogni coppia sposata se lo vive liberamente come meglio crede e non come si crede qui, basterebbe andare lì ad aprire qualche cassetto dell'intimo...
Credo che l'ira delle femministe sia rivolta al fatto che si parli di sesso "islamico" perché così etichettato lo si rende diverso da ciò che dovrebbe essere, cito di nuovo:
una condizione emozionale e umana, non una questione religiosa o dell'identità.
Chissà cosa succederebbe se la dottoressa approdasse sulle nostre televisioni...

29 novembre 2006

Un anno di Amal


Amal compie un anno, un grazie speciale a tutti voi che permettete a questo spazio di svilupparsi

28 novembre 2006

Delizie di mezza estate: lo spettacolo dei ballerini "Al Tanura"

Ho perso il conto dei giorni che qui a Perugia si galleggia nella nebbia, un angolo di cielo è un'utopia considerando che faccio fatica a distinguere il palazzo di fronte al mio! Perdonerete, quindi, quest'uso personale ed autoreferenziale del blog, ma ho bisogno di un'esplosione di colore che qui, s'è capito, tarderà a manifestarsi...
Si tratta dello spettacolo degli eccellenti ballerini "Al Tanura" di cui propongo, in particolare, il momento finale: protagonista indiscusso, questo formidabile ballerino che ha girato molto velocemente su stesso per più di un quarto d'ora sulle note di una melodia ritmata e travolgente, maneggiando abilmente le gonne del suo costume e quell'oggetto circolare che a me ha fatto pensare a quel vecchio setaccio che avevamo a casa, del quale mi sembra ancora di sentire il profumo di vaniglia. Non so se fosse davvero così grande, ma io lo ricordo coi miei occhi di bambina in ginocchio sulla sedia a guardare, incantata, impastare i dolci.


E' un peccato che queste immagini non abbiano catturato il fruscìo di quelle gonne e il sorriso, direi ascetico, di quel ballerino dalla vita così sottile che avrebbe potuto infilarsi i pantaloni di un bambino.














Di seguito riporto l'articolo che "EL MUNDO" ha dedicato loro lo scorso anno, in occasione di un'esibizione al teatro Albéniz di Madrid:

DE LA TIERRA AL CIELO

di ALVARO FEITO

MADRID.- Con su exhuberancia colorista y rítmica, los Derviches danzantes de El Cairo se muestran muy alejados de la sobriedad y el misticismo estrictos de sus coetáneos de Konya y Turquía, los principales valedores de la expresión artística (música, danza, escenografía, vestuario) surgida de la corriente filosófica islamista del sufismo.

Es una doctrina que alienta el contacto con la divinidad suprema a través de la experiencia personal y colectiva del trance. Cargada de simbolismos y de referencias a la tradición que surgió en el siglo XIV, la danza circular y ensimismada de los derviches egipcios contiene elementos de sensualidad y de brillantez formal, muy cercanos en ocasiones al malabarismo circense.

Un bailarín central, vestido con tres tanuras o faldas de chirriantes y geométricos colores, simboliza al sol en su devenir eterno como fuente y médula de toda energía. Otros danzantes giran alrededor de él, como si de un sistema planetario se tratase. Mientras tanto, los tars (tambores) marcan un ritmo insistente y a veces frenético, una pulsión cósmica que invita también al éxtasis.

El canto implorante de un sheik, con sus invocaciones constantes a Alá, formulan el contrapunto de la voz humana en medio de tanta elevación mística. El derviche mantiene siempre el contacto con la tierra, por más que sus brazos se eleven al cielo en busca de la comunicación espiritual definitiva.

Deslumbrantes, virtuosos y disciplinados, los 30 músicos y bailarines en escena (y en el patio de butacas) consiguieron también, en sus tres conciertos madrileños, otro tipo de comunicación: el público asistente se entregó sin reservas a un clímax final desbordante de complicidad, simpatía mutua y aceptación de lo ajeno.



21 novembre 2006

Riprendo fiato...

Mi fermo un attimo a riordinare le idee, ogni tanto bisogna farlo.
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.


Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.

Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.

Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.


Questa foto è assurda, rispecchia il mio stato d'animo della sera prima della discussione: seduta sul letto, davanti all'armadio, fissavo i lucidi di supporto alla discussione che avevo appeso, da giorni ormai, nella vana speranza che l'inchiostro si asciugasse. Immaginatevi i miei, la mattina dopo sull'autobus che li portavano come vassoi per non rovinarli...
Per la prossima volta dovrò cercare di raggiungere uno stato d'animo direi...equidistante sia dall'oddio-che-vergogna-domani che dall' accorrete-ad-assistere-al-mio-trionfo. Né defilata, né egocentrica. Dovrò lavorarci, parecchio pure.
Poi ieri ho preso il treno e ho visto l'autunno. E' stato come se me ne fossi accorta solo allora, tanto grande è stata l'emozione provata. L'ho visto dal finestrino, su quei campi che ogni volta mi procurano voglia e noia allo stesso tempo. Era sulle foglie accese di colori vivaci, dal verde chiaro al giallo pieno, dal rosso vivo al marrone intenso, fino al colore carico dei frutti e delle bacche. Come il bagliore di stelle in procinto di morire.
La devo ancora trovare una foto in grado di rendere giustizia anche minimamente a quello spettacolo e a quell'emozione. Ho anche visto un distinto signore disperarsi con le mani letteralmente nei capelli per la moglie morta. Ho pensato, allora, che l'autunno mi stava deliziando e straziando, come quel pianto. E ho capito che sulla scia di quell'emozione insolita dovevo mettere ordine.

17 novembre 2006

Quelli che dimenticano che non si finisce mai di imparare...


A proposito della proposta di Fini sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole statali (sottoforma di ora facoltativa) si legge: "E allora - si chiede l'ex ministro leghista [Calderoli] - che fare con il buddismo o le altre religioni dell'amore? Non e' che bisogna accontentare le religioni dell'odio solo perche' sono violente e non fare nulla per le altre. Non si puo' fare sino a quando nelle scuole islamiche non sara' stata ammessa la possibilita' di insegnare il Vangelo".
Altrettanto duro il giudizio di un altro esponente del Carroccio, Roberto Cota: "In una scuola pubblica, a spese dello Stato, non si puo' insegnare il Corano. Se qualcuno vuole impararlo lo puo' fare privatamente, ma nella nostra scuola si deve insegnare la religione e la cultura che e' a fondamento di una comunita'. Per questo e' giusto che s'insegni la religione cattolica".



Premesso che non ho intenzione di commentare quest'ultima affermazione dal momento che ho parlato ampiamente della questione tutta contemporanea delle culture complesse e locali, il problema secondo me va inquadrato in un'ottica diversa, ne parlavo tempo fa con mia madre, insegnante di matematica e scienze alla scuola media statale: bisognerebbe ripensare l'ora di religione. Senza andare a scomodare le grandi città, anche nelle realtà provinciali la presenza di immigrati di fede non cattolica è cospicua: i loro figli, albanesi musulmani nel caso del mio paese d'origine, frequentano la scuola statale e all'ora di religione non viene offerta loro un'alternativa migliore alla perdita di tempo. Poiché insegnanti come mia madre si ritrovano gruppetti di alunni musulmani in classe, non sarebbe opportuno organizzare un'ora di religione parallela a quella dell'insegnamento della religione cattolica per non privare questi bambini dell'educazione religiosa nell'ambito della scuola? Favorire la loro integrazione, nella società come nella scuola, non significa forse metterli sullo stesso piano di quelli italiani offrendo a tutti le stesse possibilità?



Però quando dico ripensare l'ora di religione intendo qualcosa di più significativo, per tutti: per quanto mi riguarda, l'ora di religione parallela potrebbe anche intersecarsi con quella tradizionale. Se è vero che gli immigrati sono un punto di forza, perché allora non trasformare l'ora di religione in un momento di confronto e di insegnamento reciproco? Dell''integrazione, affinché sia effettiva, non dovremmo intedere solo ciò che è dovuto agli altri, ma anche ciò che possiamo fare noi per convivere pacificamente.


Quanto al delirio di Calderoli, ricordo che il mondo arabo fornisce molteplici esempi di convivenza religiosa: la chiesa e la moschea spesso sono a pochi passi di distanza. Un bell'esempio, no?

Un altro aspetto mi sembra errato: questa proposta di Fini suona come un compromesso, essendo gran parte dell'opinione pubblica contraria alla scuola araba di Milano: non capisco come possa essere ritenuta un ghetto quando lo scopo principale di quella scuola è affiancare all'insegnamento dell'italiano (che comunque prevale) l'insegnamento dell'arabo e dunque del Corano.

16 novembre 2006

Ibn Battouta




Dal sito Arab.it



"Gli occidentali hanno curiosamente limitato la storia del mondo raggruppando il poco che sapevano sull’espansione della razza umana intorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Cosi facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che, a bordo di navi, hanno solcato il mar della Cina e l’oceano Indiano, o, in carovane, hanno attraversato le immense distese dell’Asia centrale sino al golfo Persico. In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo."
Henri Cordier




IBN BATTOUTA, IL MARCO POLO ARABO


L’Islam medievale ha avuto numerosi viaggiatori arabi, ma nessuno è stato cosi importante come Ibn Battouta. Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo ( 1254 / 1324 ). Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da far dimenticare quelli del più noto viaggiatore italiano, egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo. Ibn Battouta è nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’apoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. E’ morto nel 1369 all’età di 65 anni dopo essersi ritirato a fare il giudice, in una piccola città di provincia.
Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battouta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battouta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della " Rihla ". La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: " Viaggio di Ibn Battuta ".
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assalì una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Iraq e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo. Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battouta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battouta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali.

08 novembre 2006

La lista del silenzio



Reporters senza frontiere ha pubblicato la lista nera dei 13 Paesi in cui il ricorso alla censura on-line è massiccio, si può trovare qui.
E' una pratica che sembra consolidarsi parallelamente al progredire delle possibilità tecnologiche: ora che i dissidenti possono facilmente aprire un blog, per esempio, si ritrovano- altrettanto facilmente -in carcere.
Nella lista figura anche l'Egitto, triste new entry dove si vanno moltiplicando i casi di blogger arrestati: qualcuno ricorderà i 45 giorni di carcere di Alaa Seif El-Islam lo scorso giugno, la stessa sorte che era toccata a Nabil Abdul Karim qualche tempo prima. Casi che vanno a sommarsi a molti altri di censura governativa tradizionale come l'arresto, prima delle elezioni del settembre dello scorso anno, di Ayman Nur, l'accreditato leader dell'opposizione, incastrato con l'accusa di aver falsificato le firme necessarie alla nascita del partito Gahd di cui è fondatore.

07 novembre 2006

Questioni di vita o di morte della ragione umana




Tralascio farneticazioni come queste e riporto di seguito un articolo apparso ieri sul sito di Repubblica:



Il processo senza giustizia con un verdetto farsa


di ANTONIO CASSESE


Anche a Norimberga i vincitori hanno processato i vinti. Ma almeno il processo è stato equo. A Bagdad si è invece celebrata, per i fatti di Dujail, una farsa. I giudici sono stati nominati dall'esecutivo (il Consiglio di governo) e da esso sostituiti quando non si allineavano sulle posizioni ufficiali delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci. Il tribunale sin dall'inizio è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il suo Statuto, poi formalmente approvato dall'Assemblea nazionale irachena, nell'agosto 2005. Imputazioni precise contro gli otto imputati sono state formulate solo a metà processo. La Corte non ha consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a discarico che dovevano ancora essere ascoltati.


Inoltre, molti documenti prodotti dall'accusa contro gli imputati (tra cui l'ordine di Saddam Hussein di eseguire la condanna a morte inflitta ai civili che avrebbero attentato alla vita del dittatore e l'ordine di conferire onorificenze alle forze di sicurezza che avevano arrestato e interrogato i presunti colpevoli), sono stati contestati dalla difesa, che ha affermato trattarsi di falsi. Per verificarne l'autenticità, il tribunale non ha convocato esperti internazionali (come sarebbe stato doveroso), ma esperti iracheni che, secondo la difesa, erano legati a filo doppio all'attuale ministero dell'interno iracheno. Insomma, un processo privo di qualsiasi seria garanzia dei diritti della difesa.

Certo, non è facile processare un ex dittatore che cerca di usare le udienze pubbliche per comizi e polemiche politiche. I giudici però non avrebbero dovuto rispondere alle arringhe pretestuose dell'ex-dittatore urlando più di lui o espellendolo dalla sala delle udienze, ma con equilibrio e serenità, limitando ad esempio il suo tempo di parola, inducendolo a discutere i problemi specifici del processo, e soprattutto affrontando seriamente i problemi giudiziari che gli avvocati di Saddam sollevavano. In una parola, mostrandosi pazienti, equilibrati ed imparziali.

La condanna a morte dei tre maggiori imputati è sbagliata sotto un triplice profilo. Anzitutto, si tratta di una punizione che non è affatto credibile perché conclude un processo-farsa. In secondo luogo, la pena capitale è stata oramai condannata dalla vasta maggioranza della comunità internazionale. Anche se paesi come gli USA e la Cina continuano a praticarla, si può dire che la pena di morte è diventata, sul piano internazionale, se non illegale, almeno illegittima. Prova ne sia che tutti i tribunali internazionali finora istituiti dalle Nazioni Unite (alcuni, come quello dell'Aja per l'ex Jugoslavia e quello per il Ruanda, con il fortissimo sostegno degli americani) bandiscono la pena di morte.


Lo stesso vale per la Corte penale internazionale, il primo tribunale internazionale a vocazione universale, che oramai agisce come suprema istanza penale internazionale per ben 104 Stati. In terzo luogo, la pena di morte inflitta ai tre imputati costituisce un grave errore politico, perché naturalmente aggraverà la situazione in Iraq. Il paese è da tempo in preda ad una sanguinosa guerra civile, anche se i vertici statunitensi, per ragioni politiche, si ostinano a negare che sia in atto una vera e propria insurrezione armata. Saddam Hussein diventerà un martire, oltre ad essere già considerato un eroe dell'antiamericanismo. L'odio per il gruppo dirigente iracheno e per gli americani aumenterà a dismisura e i massacri si moltiplicheranno.


L'appello che subito interporranno i condannati non potrà che rinviare l'esecuzione capitale, anche in attesa che vengano celebrati contro l'ex dittatore altri processi, per fatti, tra cui il genocidio dei Curdi negli anni '80, che appaiono obiettivamente molto più gravi del massacro di Dujail. In breve, in Iraq anche sul versante della giustizia è stata imboccata una strada radicalmente sbagliata, e appare assai probabile che si arriverà alla peggiore soluzione possibile.


Qui salta fuori persino un patto Blair/Berlusconi che impedirebbe la condanna a morte di Saddam. Sarebbe una vergogna se gli fosse risparmiata la vita solo in nome di questo presunto patto. Da dove prende il potere un uomo per togliere la vita a un altro? Perché si continua a discutere di una questione che, se tutti avessero bene in mente la sacralità della vita umana, non sussisterebbe neppure?

06 novembre 2006

Alaidy, uno di quelli che non hanno niente da perdere


di Paola Caridi

Lunedi' 6 Novembre 2006


“Siamo una generazione autistica, che vive sotto lo stesso tetto con degli stranieri che portano nomi simili ai nostri”. Ahmed Alaidy non fa sconti. Né a se stesso, né a chi in Egitto – come lui – è nato a cavallo tra l’era di Sadat e quella di Mubarak. La generazione nata, cresciuta e svezzata sotto le leggi d’emergenza, mai tolte da quando Anwar el Sadat fu ammazzato nel 1981. Nata e cresciuta tra i miti americani, i McDonald, gli sms e i blog. “L’Egitto ha avuto la sua Generazione della Sconfitta. Noi siamo la generazione che è venuta dopo. La generazione di quelli che non-hanno-avuto-niente-da-perdere”, scrive Alaidy nell’unico riferimento politico contenuto nella sua opera prima, An Takun Abbas el Abd [Essere Abbas el Abd]. Un romanzo breve, scarnificato, alla Chuck Palahniuk, per intendersi, che lo ha fatto arrivare agli onori della cronaca letteraria egiziana nel giro di pochissimo tempo. Appena tre anni. Tanto da far scendere in campo l’American University of Cairo Press, che ha appena fatto uscire il libro sugli scaffali in inglese. Per far conoscere, fuori dai confini del grande colosso arabo, la punta di diamante di un fenomeno ormai conclamato: i nuovi scrittori egiziani, poco eredi di Mahfouz, molto più vicini – semmai – a modelli europei e americani piegati alla orgogliosa rivendicazione della propria identità di arabi. La Generazione della Sconfitta, di cui parla Alaidy, è quella che visse la caduta del mito di Gamal Abdel Nasser dopo il rovinoso esito della guerra del 1967. Una generazione cantata con maestria da Naguib Mahfouz, e che i giovani uomini e le giovani donne di oggi riscoprono come modello. “Sì”, conferma Alaidy, classe 1974, “in fondo siamo come negli anni Sessanta, in guerra. Oggi, siamo in un tempo di guerra non ufficiale, non dichiarato. Ora è il nostro regime a essere contro la nostra gente”. “Siamo autistici, perché il nostro mondo è solo quello interiore. Con il proprio linguaggio, il proprio gergo, i propri slogan, i propri metodi”, dice Alaidy, diventato scrittore senza dopo una laurea in marketing e una teoria di lavori dal grafico allo scrittore di programmi televisivi. Una interiorizzazione generazionale di cui fa parte – spiega Alaidy con sdegno - anche quello che è successo di recente durante l’Eid el Fitr, la festa che segue la fine del ramadan, nelle affollatissime strade del centro del Cairo, quando orde di ragazzi hanno cominciato ad assalire ragazze, fossero velate o svelate, per molestarle. “E’ la faccia abietta di questa mia generazione autistica. È stata una sorta di masturbazione di massa”. A dire il vero, la faccia crudele e turpe del Cairo compare anche nelle pagine di Essere Abbas el Abd, un romanzo che poggia sulla pazzia del protagonista e dei pochi individui che lo circondano: lo zio psichiatra d’accatto che lo alleva, Abbas el Abd in cui si mimetizza e che forse è solo il suo alter ego schizofrenico, le due ragazze – entrambe di nome Hind – che in questo gioco del doppio cercano di fare entrare il protagonista nel mondo reale. La lingua di Alaidy è infarcita di egiziano colloquiale e di anglismi. Ma – soprattutto – il dialogo con gli altri è spesso al limite dell’insulto, ingrugnito, duro, senza indulgenze. In una città dove vivere è sempre un esercizio di sopravvivenza. Allora, Alaidy odia il Cairo? “No - risponde -. Odio la bruttezza di questa città che in passato era stata considerata la più bella del mondo. Odio che la gente di questa città sia ormai in una enorme prigione, e non sto usando una metafora. Odio che tutti noi siamo trattati come greggi di pecore, e che in un prossimo futuro rischiamo di essere portati – come pecore – al mattatoio”.“Noi siamo i nuovi ebrei, sul pianeta”, dice, usando un tono pacato e per niente retorico. “A differenza degli ebrei, però, non siamo in diaspora, siamo abbandonati nei nostri stessi paesi. Che si sono trasformati in un grande ghetto. Per questo, perché la nostra è una situazione orribile, anche la nostra lingua è diventata più brutta, più turpe. Siccome siamo diffamati, usiamo un linguaggio diffamante, una lingua che è molto più dura dello slang”. Alaidy non è un ottimista, insomma. I suoi mentori, d’altro canto, si chiamano Chuck Palahniuk (“sono uno studente alla sua scuola di minimalismo”, spiega). E poi Sonallah Ibrahim, il grande cantore egiziano dell’individualismo e dell’isolamento. Ahmed Alaidy è riuscito a metterli insieme, lo scrittore dell’alienazione americana e il Kafka del Nilo, in una prosa scarnificata, spezzata. E compiutamente postmoderna, in cui i dialoghi veloci da sitcom si accavallano a numeri, segni grafici come gli smile, interiezioni, grassetti e corsivi. Hanno detto che la sua scrittura assomiglia a quello del primo Sonallah Ibrahim. “Non ambivo a tanto. Ibrahim per me è modello: descrive l’isolamento dell’individuo. Perché ora, quanto più alto è il nostro uso della tecnologia – dai telefonini a internet – tanto maggiore è il nostro isolamento comunicativo”. È stato proprio Ibrahim a fargli spiccare il volo. Alaidy si era fatto coraggio, lo aveva chiamato ripetutamente, e si era bloccato davanti a una segreteria telefonica. Poi lui aveva risposto, e Alaidy aveva avuto solo il coraggio di dire “Mi aspettavo una segreteria telefonica”. E di rimando, Ibrahim: “Se vuoi, riattacco”. Una conversazione che avrebbe potuto far parte, a ragione, di Essere Abbas el Abd. Quando Ibrahim lo ha letto, il romanzo, gli ha mandato una email altrettanto scarna, “chiamami”, la stessa frase che il protagonista dice a una delle due Hind di scrivere sui bagni pubblici dei mall del Cairo. Poi, la pubblicazione sulla più importante rivista letteraria egiziana, l’uscita del libro presso Dar Merit, la casa editrice dei talenti. E poi il salto verso il vasto parco dei lettori anglofoni. Per un giovane “autistico”, una vera e propria nemesi. Il prossimo libro, promette, sarà “una piccola rivoluzione per l’individuo”. Sul consumismo.

05 novembre 2006

Ancora, lui. Il velo


Aisha ne aveva parlato ieri sul suo blog, stamattina le pallavoliste egiziane sono apparse in TV con il loro velo contro la squadra italiana. Qualche minuto dopo la fine della partita Toni Capuozzo parte da questo particolare per allargare la visuale fino a coprire un frivolo quanto presunto dibattito sulla tendenza, dilagante nello star system egiziano, delle cantanti e delle attrici che appaiono velate al grande pubblico.


Che male c'è, mi chiedo. Non vedo niente di male nella declinazione della propria personalità nelle molteplici attività sociali possibili, come interessi e professione, senza dimenticare di affermare quel nucleo solido che è la propria identità e che nel caso di una donna musulmana è anche il suo hijab.


Ma succede anche questo e mi spiace che se ne faccia una rivendicazione di libertà e che si usino questi toni e queste parole che rasentano la derisione, mi riferisco a quell'intabarrate verso la fine dell'articolo.


Ma leggo anche cose più pacevoli, grazie a Dio, e allora, forse, domani riapre la scuola di via Ventura.

25 ottobre 2006

Porta a porta, pietra a pietra


Mi servo di questo articolo di Magdi Allam esclusivamente per riassumere gli antefatti.
Dopo il suddetto scontro, i due si sono ritrovati a Porta a Porta, stavolta a debita distanza, nella puntata sul velo islamico che non so per quale motivo ho continuato a seguire dopo che la Santanchè si è rivolta ad Abu Shwaima chiamandolo "iman", che in arabo è un nome di donna (ciò la dice lunga sulla preparazione della signora sull'argomento).
Davvero, la composizione degli ospiti che hanno preso parte al dibattito deve suscitare più di qualche perplessità: ben 5 degli ospiti erano convinti che le donne islamiche portano l'hijab per costrizione, mentre di parere contrario erano solo l'imam Abu Shwaima (in collegamento) e Sarah Orabi in studio.

Sarah, 19 anni, è nata e cresciuta a Milano da genitori egiziani, studia Farmacia e indossa abitualmente l'hijab: e lo porta anche in puntata, rosa con delle applicazioni di paillettes viola abbinato a gonna lunga e maglioncino rosa. A Sarah è contrapposta la coetanea marocchina Dunia, in jeans aderenti, camicia corta e capo scoperto, ex aspirante al titolo di miss Italia.

Il discorso, inizialmente blando, vira sul tema, delicatissimo, della lapidazione. Sarah ammette di non conoscere l'argomento e Vespa continua ad incalzare, mettendo Sarah oltre che in notevole e vistoso imbarazzo anche in cattiva luce.

Sarah è musulmana ed è figlia di egiziani, non conosce la lapidazione perché non credo che vi si sia mai imbattuta. Anzi, credo che tra le sue possibilità non consideri proprio l'adulterio, come la maggior parte delle donne musulmane. Alla luce di queste considerazioni è lecito pretendere da quella ragazza una conoscenza appropriata della Bibbia? Forse potrebbe esserlo stato e fino a un certo punto se Sarah fosse stata figlia di una coppia mista. E ancora, è lecito continuare ad incalzare vedendo che Sarah cita passi della Bibbia come avrebbe fatto con il Corano?

Forse doveva esserci un'altra ragazza musulmana a parlare di lapidazione al posto di Sarah?

Non suona come una lapidazione un titolo come questo?

Quanto segue è tratto da "Il Nuovo Riformista", forse le uniche considerazioni sensate a proposito della puntata di Porta a Porta del 23 ottobre.



È giusto o ingiusto fare domande insensate in tv? È ingiustissimo



di Francesco Longo


Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo. La trasmissione è dedicata alle polemiche sul velo delle donne islamiche. Tra gli ospiti in studio (oltre la Santanché, la Pollastrini e Fouad Allam) c’è una ragazza con il velo. Ad un certo punto il tema del dibattito diventa la lapidazione, e Vespa chiede alla ragazza se per lei la lapidazione è «giusta o ingiusta». Sarah dice che è lì per parlare del velo e che preferisce non rispondere. Ma Vespa incalza: «Signorina, per lei è giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia uccisa con le pietre?». Sarah: «Preferisco non rispondere». E Vespa, con la faccia stupita, come se stesse chiedendo quanto fa due più due: «Le sto domandando se è giusto o ingiusto lapidare una donna». Sarah si rifiuta di rispondere. Vespa e tutti gli altri ospiti, e molti telespettatori, sono sbalorditi dalla elementarità della domanda e non riescono a credere che una risposta così facile come: «La lapidazione è sbagliata!», non esca da quella bocca.Come si incontrano due civiltà se si procede così? Che significato può avere interrogare altre religioni o altre culture partendo da domande inadatte come «è giusto o ingiusto?» La nostra religione, e quindi parte della nostra cultura, si fonda su elementi del tutto irrazionali, illogici, ingiusti. Perché dunque pretendere dagli altri ragionamenti, coerenza, sillogismi? Anche il nostro libro sacro non è stato scritto da Aristotele né da Gottlob Frege, inutile negarlo.Vorrei chiedere a Vespa: «Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?». Vorrei chiedere a Vespa: «Gesù è venuto a dare il sangue per l’umanità, compreso Adolf Hitler. Per lei è giusto o ingiusto che Gesù sia morto in croce per Adolf Hitler?». Che senso ha porre questa domanda? La religione cristiana si basa su eventi di dubbia razionalità (chi concepisce un figlio senza aver «conosciuto uomo», chi muore e poi ritorna in vita; chi compie esorcismi; chi si fa martire; chi fa voti di povertà e altro). Neanche la nostra religione, che pure ci porta a formulare domande simili, funziona secondo la dicotomia giusto/ingiusto: perché costringere gli altri a questo schema? Il secondo veleno che circola durante la puntata di Porta a Porta è che le ragazze che portano il velo in realtà non lo fanno mai per libera scelta, anche qualora lo dicessero, ma sempre perché costrette. Come si può dimostrare questa “verità”? Tutti gli ospiti la dimostrano, semplicemente, affermandola. Ma cosa diremmo se vedessimo donne islamiche sottoporsi alla chirurgia estetica? Non diremmo che qualcuno le costringe? Che diremmo se vedessimo donne rinunciare ad essere madri per i motivi più strani? Non diremmo che dietro c’è qualcuno che le sta plagiando? E il voto di castità dei seminaristi è una scelta libera? E i monasteri di clausura? È uguaglianza o disuguaglianza (questa è l’altra coppia di termini con cui la ragazza durante la puntata viene messa alle corde) che un prete possa confessare o dire messa e nessuna donna possa farlo? Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine, ci convince. E poi: è giusto o ingiusto mettere una ragazzina in minoranza in un salotto tv? Accerchiarla con domande impossibili come fanno i bulletti con le compagne di classe?

16 ottobre 2006

Velo e dintorni: forse la diversità è nei nostri occhi


In principio fu la legge francese sull'ostentazione dei simboli religiosi come il velo delle donne islamiche, ora a riaccendere il dibattito politico, sociale e pure giuridico sulla liceità di limitare la libertà di manifestazione della propria appartenenza religiosa è anche l'Inghilterra: Jack Straw, ex ministro britannico dell'Interno e capogruppo laburista ai Comuni è favorevole alla proibizione del velo islamico per le donne musulmane poiché rappresenterebbe un ostacolo al dialogo tra le comunità, un elemento visibile di separazione e differenza.
Questo mi sembra un articolo molto interessante: premetto che per quanto io sia contraria al velo integrale, con queste vicende e con questo articolo mi viene da riflettere sulla possibilità di dire a una donna che ha deciso di mettersi il velo, anche quello integrale, mettitelo in questo e in quest'altro posto, ma qui no. E' lecito e se sì, fino a che punto?
E se Aisha Azumi, la maestra allontanata, avesse portato un normale hijab, di quelli che coprono i capelli ma lasciano intravedere il viso e che spesso sono coloratissimi, qualcuno se la sente di assicurarmi che ora sarebbe ancora al suo posto in quella scuola?
Una scuola laica, uno stato laico, una realtà laica significano una scuola, uno stato, una realtà che lascia liberi i cittadini e gli studenti di professare apertamente la propria religione o che impone loro quale scegliere, o anche di non averne una? Democrazia e libertà dovrebbero garantire la libera manifestazione delle proprie convinzioni, ma a quanto pare lo fanno solo sulla carta ed è grave perché per la libera manifestazione di ciò che si è passano anche il dialogo e l'integrazione.
L'hijab non si può nascondere come una croce sotto un vestito, l'hijab è evidente, connota la donna che lo porta in quanto donna islamica: ora, se impediamo alle donne musulmane di indossarlo significa che in un certo senso abbiamo paura di vederle musulmane e vogliamo renderle un po' più "innocue", della serie non vedo che è musulmana, non mi preoccupo, non mi faccio turbare. Ma, a quanto pare, nessuno si preoccupa di non turbare le donne islamiche: se il velo rappresenta un determinato modo di essere, implica anche un particolare rapporto con il proprio corpo e un preciso- e senza dubbio a noi incomprensibile -senso del pudore. Allora è una violenza imporre di toglierlo.

12 ottobre 2006

(d)istruzione italiana


Con tutti i problemi che ci sono in Italia i nostri rappresentanti alla guida della Nazione si prendono il lusso di preoccuparsi di questo....

Perché non si pone lo stesso problema con le altre scuole straniere sul nostro territorio?


Perché i figli delle coppie straniere e delle coppie miste devono rinunciare a coltivare le radici della propria cultura?


Io credo che una scuola in grado di affiancare all'istruzione "all'italiana" un'istruzione araba sia una risorsa, ma il problema è che noi, ancora una volta, non siamo pronti: ci siamo stampati in mente l'equazione arabo(o peggio ancora musulmano)=terrorista e con quest'idea andiamo etichettando il mondo come un cane col suo alberello.




Ora, i figli delle coppie straniere o delle coppie miste nascono in Italia, sono dunque italiani, ma dal momento che la quasi totalità porta un nome arabo ed è di fede musulmana mi chiedo perché si vuole impedire a questi italo-qualcos'altro di essere esattamente ciò che sono.


E' preoccupante, non siamo preparati alla convivenza multietnica...ma che piaccia o no, il futuro è questo.


Non c'è da sorprendersi allora se succede anche questo e concordo pienamente con chi giudica la faccenda una discriminazione bella e buona.


C'è chi porta questi fatti come esempio per dimostare che la Scuola italiana va a rotoli: dopo essermi fatta quattro sonore risate, mi viene da pensare che forse i problemi della Scuola italiana, e non solo della scuola, a dire il vero, partono da molto più in alto, considerando i vizietti dei nostri rappresentanti...




06 ottobre 2006

La democrazia di Dio



Questa è una delle recensioni sul libro di E. Gentile "La democrazia di Dio"
Gli Stati Uniti sono il più religioso e il più nazionalista fra i paesi industrializzati dell'Occidente. La religione americana considera la democrazia e il destino del proprio paese una manifestazione della divina provvidenza. Per questo l'attacco terrorista dell'11 settembre ha coinvolto l'atteggiamento degli americani verso Dio, la visione del bene e del male, il senso della missione nazionale. E ha provocato un'esplosione di religiosità e di patriottismo, fusi nella santificazione dell'America come nazione eletta. Con un'analisi originale, Gentile mostra come Bush ha rielaborato i miti della religione americana, identificandoli con l'integralismo della destra religiosa, per giustificare la guerra contro l''asse del male'. Chi è con Bush, è con l'America; chi è con l'America, è con Dio: una nuova, inquietante esperienza di sacralizzazione della politica. Un libro coinvolgente, indispensabile per capire la 'democrazia di Dio' al culmine della sua potenza imperiale.

Per avere conferma di ciò basta prendere in mano una banconota da un dollaro:
In God we trust (il riferimento è chiaro) e poi la piramide a 13 piani la cui sommità secondo alcune interpretazioni sarebbe aperta per simboleggiare il numero di colonie in espansione. Andando più nel dettaglio si legge: annuis coeptis e novus ordo seculorum.
Qui viene spiegato il significato delle due espressioni, ma c'è anche chi spiega il tutto in senso esoterico mettendo in luce tutta una simbologia che richiamerebbe il riferimento satanico.
A prescindere dall'interpretazione, mi viene da riflettere sul significato di questi continui riferimenti alla religione e mi sembra plausibile l'interpretazione proposta nel libro secondo la quale si sarebbe di fronte ad una sacralizzazione della politica: il dio "America" nella sua identità multietnica e "multireligiosa" si sostituisce a Dio. E' un dio pagano, è una badiera, un Leviatano che spoglia i cittadini dell'individualità etnica per condensarli attorno all'idea di nazione americana che altrimenti concepita avrebbe poco senso.
E' nel nome di questa sacralità che si cerca di esportare la democrazia: purtroppo non è un paio di jeans, né un hamburger...ancora una volta si pretende di leggere le realtà diverse da quella occidentale con i criteri e le categorie di quella occidentale, secondo standard che non sono universalmente validi: tolto il regime è una nostra convinzione che la democrazia sia l'alternativa più plausibile, i fatti hanno dimostrato che non lo è per mancanza di un sistema in grado di impedire la violenza privata e la giustizia fai-da te.
Naguib Mahfouz in un' intervista rilasciata a Mohamed Salmawy si infastidì sentendo parlare di inapplicabilità della democrazia in Medio Oriente:
What upsets me most of all is the claim made by some that we are not qualified for democracy. The truth is that the history of humanity has never known peoples that were naturally qualified for democracy; peoples, as it were, created democratic. The peoples of the world now identified as democratic are only so because they chose to tread that path.
If we are ever to achieve democracy, we must throw ourselves into it; we must fight for it, battling with the various waves it throws at us.
This, in the end, is the only route to the democratic shore. If we shy away from democracy, on the other hand, letting our peoples grow up under totalitarian regimes until they are qualified for democracy, we will only perpetuate totalitarianism.
In this respect we are like a person with a small child, who fears that, if his child should try to walk, it would fall over. Instead this person keeps carrying its child long after it is capable of walking. The end result will be that the child will end up crippled, never learning to walk for as long as it lives. The way to learn to walk is to throw oneself into the activity, to practice it. And the same is true of democracy. We must not fear; we must not hesitate. Only then will we be democratic.
Mi sembra che l'apertura delle Media Free Zones attualmente al Cairo, ad Amman e a Dubai rappresentino un notevole sforzo in questo senso: si tratta di vere e proprie zone franche dove viene applicato un particolare procedimento di “liberalizzazione” controllata dallo stato. Sono aree a statuto giuridico speciale, veri e propri territori autonomi all’interno dello stato, preposte all’apertura di canali televisivi satellitari privati (arabi e non) che affiancano il monopolio governativo sull’etere. Alla Media Free Zone è abbinata l’area produttiva della Media Production City che ospita gli uffici e le operazioni di broadcast: le società che vi operano, godono di agevolazioni fiscali e tariffe competitive per l’affitto delle infrastrutture necessarie, ma soprattutto di una deroga speciale alle leggi vigenti nello stato in materia di libertà di espressione che consiste nell’esenzione dal controllo del Ministero dell’Informazione sui contenuti trasmessi, sottoposti comunque alla supervisione di una specifica Authority.
Si spera che il processo di liberalizzazione fuoriesca dalle Media Free Zones per riguardare anche la tv via etere perché il futuro del Medio Oriente dipende anche da questo.

04 ottobre 2006

Occidente. Occidente?

Ho scelto parlare di Orientalismo perché credo che sia importante riflettere sul concetto di Occidente.

La decolonizzazione ha sgonfiato la centralità dell’Occidente anche dal punto di vista culturale: gli assi del dibattito Occidente-altri universi culturali, portato all’attenzione della ricerca sociale dall’espansione coloniale, si sono spostati, infatti, a partire dagli anni ’70 con l’ascesa dei Non Allineati. Edward Said, una delle voci più significative nell’ambito di questo dibattito individua nell’Orientalismo la griglia stereotipata di categorie e concetti costruita dall’Occidente per comprendere l’Oriente, riducendone la complessità nel suo oppositivo valoriale, ossia il luogo dell’esotico, in cui il dominio dell’irrazionalità e della magia ha impedito la nascita dello stato-nazione e quindi della modernità. In quest’ottica l’Islam è visto come un sistema teocratico che ha bloccato la crescita della società civile, impedendo la formazione di una classe media autonoma e di una burocrazia in grado di razionalizzare la gestione dello stato.
Secondo il sociologo Turner, è necessario rivedere i concetti di Oriente ed Occidente alla luce dell’attuale mobilità globale di risorse umane e finanziarie: poiché il “multiculturalismo emerge come dimensione preminente di tutti i sistemi politici” è infatti più appropriato parlare di culture complesse e locali che accorciano le distanze tra Oriente ed Occidente facendo cadere il discorso orientalista che, inserendosi in quelle che Lyotard chiama grandi narrazioni della modernità, è investito in pieno dalla critica del postmodernismo. Il sociologo afferma che la fine delle grandi narrazioni orienta il dibattito verso la difesa delle differenze culturali e ne sottolinea l’importanza in un quadro filosofico come quello odierno, dominato dal relativismo. In questo senso, il postmodernismo, suggerendo “una nuova visione che accorda priorità all’eterogeneità, al paradosso, alla contraddizione ed alla conoscenza locale” ripropone il discorso sull’Islam in chiave anti-orientalista, in quanto discorso sull’Altro: l’Islam, infatti, sebbene –ismo figlio della modernità contiene il riferimento alla umma, la comunità globale dei musulmani come nucleo polarizzante che non necessita di un’entità statale. È proprio questo l’elemento che scardina la tradizionale visione di un Islam monolitico.


Ne ho già parlato, ma vale la pena approfondire...

La comunità transnazionale della umma

Il modello di stato come è concepito in Europa è un concetto nuovo e giovane nel mondo arabo che risale alla fine della seconda guerra mondiale. “Ho disegnato la Giordania in un lungo pomeriggio di pioggia”, raccontava Churchill. Ancora più giovane è l’esercizio autonomo del potere nazionale che si esplica solo dopo la decolonizzazione con le dichiarazioni di indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito, in alcuni casi recentissime.
L’assenza del concetto di stato nel mondo arabo è imputabile al fatto che il Corano, libro sacro che permea ogni aspetto della vita del credente, non ammette differenza tra vita spirituale, politica e sociale, quindi l’organizzazione politica coincide con quella religiosa della umma, ossia la comunità allargata a tutti i credenti musulmani nel mondo che li comprende al di là di ogni possibile distinzione: qualsiasi frammentazione del popolo di Allah in entità minori, anche quella statale, è inconcepibile per l’Islam. Quello di umma è un concetto che ha impegnato notevolmente politologi e sociologi nel tentativo di legittimare l’istituzione dello stato in quanto entità che si frappone al ricongiungimento della comunità transnazionale dei fedeli musulmani.
Storicamente, l’unico stato legittimo riconosciuto, che ha abbracciato tutta l’ecumene islamica, si è attuato solo nell’esperienza del califfato immediatamente successiva alla morte del profeta Maometto. Il potere politico del califfato rientra nella sfera religiosa perché persegue “l’ideale etico” (makarim al ahlaq) dettato dalla shari’a, la legge coranica rivelata:

[l’ideale etico] si concretizza in norme che occorre precisamente astenersi dal giudicare nella loro specificità; le norme fondano la legalità dello stato ma quest’ultimo, se aspira al titolo di califfato, deve altresì perseguire l’ideale etico incarnato dal Profeta.(LAROUI,1992).

Lo stato, applicando la legge attraverso le sue regole, lo fa in virtù di esigenze pratiche: è legale perché applica la shari’a, ma non è legittimo perché non persegue l’ideale etico che implica la scomparsa dello stato come concepito storicamente. Tutto ciò ha comportato la mitizzazione del regno dei quattro califfi “ben guidati”-Abu Backr, Omar, Othman e Ali- la cui successione alla morte del Profeta generò la scissione (sci’a) del mondo islamico in sunniti e sciiti, riconoscendo questi ultimi come califfo legittimo soltanto Ali, marito dalla figlia Fatima del Profeta.
La negazione dello stato e la tensione all’aggregazione simbolica attorno ad una macro identità che abbatte i confini nazionali risultano tematiche fortemente attuali nel quadro odierno della globalizzazione: mentre l’Europa procede a fatica nella ricerca di un modello politico-culturale per supportare nuove istituzioni sopranazionali, ai paesi arabi basta attingere dal loro patrimonio religioso.


La cultura islamica nella globalizzazione: Ijtihàd e Arabesco

Il postmodernismo, nel momento in cui mette in crisi la lettura monolitica dell’Islam- veicolata dalla visione orientalista- rivaluta il concetto di ijtihàd, cioè l’interpretazione dei testi sacri. Si tratta di un elemento di grande libertà nell’Islam, dimenticato troppo spesso a favore di letture dogmatiche sia da parte islamica che nello sguardo stereotipato dell’Occidente: indica infatti il superamento del sé di fronte allo sforzo interpretativo del Corano dal momento che, mancando un clero islamico, una lettura ufficiale e unica del testo sacro non esiste.
Anche in campo artistico l’Islam contiene una delle figure che meglio riescono a interpretare le metafore del postmoderno:l’arabesco. Nell’architettura islamica la decorazione

non cerca di imitare il Creatore nell’illusione di forme stabili ed eterne, ma lo evoca attraverso la sua assenza, in una veste fragile, incompiuta, precaria. È così che nascono dei poligoni intrecciati, archi di cerchio a raggi variabili, l’arabesco, che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse (RELLA,1987).

Lavorando sull’evocazione, sull’approssimazione, sulla molteplicità e la convivenza di elementi artistici plurimi, l’arabesco crea una figura aperta che permette la ricomprensione al suo interno di più forme artistiche: al pari dell’ijtihàd, l’arabesco frantuma gli stereotipi di un dogma chiuso moltiplicando all’infinito la varietà dei percorsi possibili.


qui si possono vedere degli arabeschi:

http://www.provincia.venezia.it/lartis/11_sett/ALHAMBRA/arabeschi.htm

ad Edward Said dedicherò invece un post a parte

Un saluto a tutti

26 settembre 2006

Una testimonianza importante


Riporto l'intervista che una ragazza convertita all'Islam ha rilasciato all'autrice di questo blog

PBUH:Peace Be Upon Him
Alhamdulillah: grazie a Dio

Interview with Abi-Lee Carter, A convert to Islam



In my experience of new converts to Islam I find it quite amazing the transformation of one's thoughts, opinions, and behaviour, in fact a whole transformation of one's perspective in life. Abi Lee-Carter is far from the ordinary….she exemplifies how thinking can take someone a long way…I am Ruji Rahman, aged 20, a student in London studying Biomedical Science. It was interesting to meet a new Muslim over the summer who attended some of my lectures at university and is studying in the same year. In fact I was more impressed by Abi's change in almost everything, particularly her pre-negative views about Islam.It cannot be gone unnoticed the negative image presented about Islam specifically Islam's treatment of women which has been rampant in the media creating an 'Islamophobia' in society. I thought it would be interesting to interview Abi Lee-Carter who in the midst of all propaganda has warmly embraced Islam.

Abi Lee-Carter

Aged 20

Student in a London University; studying Human Biology

Muslim for 6 weeks




What interested you to Islam?




Before University I had never met anyone Muslim. I was Christian and, like many people I know, only went to church for weddings, christening and funerals. I believed in God but my religion didn’t feature in my life.One of my flat mates in University halls was a practicing Muslim and was my first insight into Islam. A year later, I got free booklets and leaflets about Islam and a free copy of the Qur’an during Islam Awareness week at my Uni (university).I read about Islam with an open mind (though slightly skeptical), but was impressed that I could get a comprehensive and rational answer to the questions I had: How did I get here? Why am I here? And where am I going? I was surprised to find an insight into my own life in the Qur’an and that caused me to do some serious self- analysis. I realised my priorities were misplaced, but was pleasantly surprised that a lot of my own strong beliefs were also features of Islam. The more I read, the less skeptical I became. Islam is so unique because it deals with every aspect of human life. It’s decisive and and, unlike a lot of religions, does not contradict itself. It’s a religion that asserts the truth and then proves it! How many other religions can do that?I felt enlightened (excuse the cliché, but its true!) and over time, decided that Islam was the truth and a way of life that I wanted to be a part of.




How has Islam changed your life?




It goes without saying that things are really different once you become a Muslim.



“This day, I have perfected your religion for you, completed My Favour upon you, and have chosen for you Islam as your religion.” (Surah 5:3)



The Qur’an and the Sunnah (what the prophet Muhammad (pbuh) did, said and approved of), provide us with a definitive guide for our entire life. It’s not just a case of good vs. evil or halal vs. haram because humans have Free Will. By calling myself a Muslim, I willfully submitted my life to the Will of Allah. This way of life that covers every aspect including my conduct within society, socially and at home, it even advises me on finance and politics. I was so indecisive before and acted too often on impulse. When asked why, my usual reply was “I don’t know…I just did it.” Nowadays, I am conscious of all my actions and I do try to make everything I do purposeful. Being a Muslim means I have a Fear of Allah– not fear in the sense that I am scared, but that I’m continuously aware and mindful that Allah (SWT) knows everything that goes on. We are reminded in the Qur’an that, “Allah is Well- Acquainted with what you do.” So, I find myself (often subconsciously), thinking about the immediate consequences of my actions as well as the future (when I’ll be called to account for them on the Day of Judgment).The more obvious changes are that I pray 5 times a day and I cover my hair and wear the Islamic dress when I go out. I don’t feel the need to go clubbing every night or sit in front of the TV all day because I actually prefer to be more productive with my time. Im very rarely bored nowadays- in fact Im run off my feet and having so much fun because there are so many things to get involved in. I am more conscious of my health and am trying to maintain it and take advantage of my youth and my fitness by doing what I can- while I still can. At long last I have focus and have definite goals for every aspect of my life and that’s a relief because I know what I’m working towards and the everyday things I do are more exciting now. I’m contented (the strongest and truest form of happiness) because I appreciate everything I have (even the little things), so much more now and that’s the greatest feeling. I worry less because I am confident that Allah (SWT) has provided me with everything I need. I am more considerate of other people and a lot less selfish. Im trying to be more helpful and more patient with my parents because Islam has made me value all they do for me, and it's hugely improved our relationship with each other. Since becoming a Muslim I have met the most amazing people and received such warmth and kindness. I’m now part of a community that accepts me regardless of my age, race or background and I feel comfortable being around them.




How did people respond to you converting to Islam such as your family?




Al hamdulillah, I’ve been so lucky! The first family member I told was my brother. His words were “Really! That’s cool!” which was a fantastic confidence booster. My biggest worry was telling my parents and it took me a while to actually break the news. It was important to me that they accepted my decision. I told my mum first and she was slightly shocked, I had let her know that I was reading about Islam beforehand, but reading and actually becoming Muslim are two very different things. My parents were worried about how others would react towards me because the view of Islam in the World is such a negative one at the moment and my mum was worried about me taking it all “too seriously”. The Islamic dress code was also an issue at first as well because they thought it was unnecessary and a bit “extreme”. They are getting used to it now and they are very supportive of me. I teach them what I can about Islam to help dispel some of their misconceptions and that helps a lot. They comment on the positive changes they’ve seen in my personality and behavior. My actions rather than my words have proved to them that I am earnest and Islam isn’t just a ‘phase’. My friends were shocked and a bit freaked out at first but they’re getting used to it and they respect what I’ve done.




What advice would you give to someone who is interested in Islam?




So many people have so much to say about Islam and it can get very confusing. I found books and the Internet helpful. But be cautious of what you read on the Internet because it’s not all accurate - make sure statements are backed up with proofs from the Qur’an and Sunnah. Reading is helpful but I found the best way to find out about Islam is by speaking to practicing Muslims. Visit a mosque (call first if you can), I found the larger mosques are great and people are more than willing to help. Don’t be afraid to ask questions (even if you think they're stupid), because as Muslims we know that there is no shame in religious questions. Most importantly, as a new Muslim sister once said to me, “keep your mind and heart open” that way you’ll find out everything you need to know and don’t be disheartened if you have a negative experience because sincere Muslims will be more than willing to help you.




It has been quoted by many that the Muslim Woman is forced to wear the headscarf and Jilbab (Islamic dress). Do you share this view?




In a word, no! I wear khimar (headscarf) and jilbab (over- garment) and no one forced me into it. I’ll admit, it wasn’t an easy decision because the pressure to look good in this society is so great.Women are evaluated on their outward appearance; your hair, your figure your dress sense (or lack of it) are all under continuous scrutiny. Meanwhile market tells us what to wear, what we need to buy or which treatments would best improve our looks. After purging and preening ourselves to distraction, we allow society to tell us how we compare against the ever-changing ‘ideal’.Unfortunately, we allow the way we look, and what people think about our appearance affect the way we feel about ourselves.Modest dress is a requirement in Islam for both men and women equally. In the case of women, the Qur’an states “ O Prophet tell your wives and daughters, and believing women, that they should cast their outer garments over their persons; that is most convenient that they should be known (to be Muslims) and so as not to be annoyed…”(33:59). Muslim women wear the khimar (headscarf) and Islamic dress because Allah (SWT) has instructed us to do so. We don’t wear it to make ourselves look ugly or to bury our beauty but to redeem respect by worshipping the One who created us.In the West most men regard women as highly sexual objects and women unwittingly fall prey to stares and comments even molestation. The headscarf and Islamic dress prevents this; if they are judged it’s for their conduct, personalities and mind, not bodies. Let’s suppose Muslim women were being forced to cover… how do you explain thousands of Muslims around the world who are protesting for the right to wear the hijab, our right to obey Allah (SWT), our right to be respected for our character and intellect and our right to control what we choose to show of our bodies and to whom? Muslim women around the world are taking to the streets in their thousands. In London, 2000 people marched outside of the French embassy; women protested in Jordan, and more than 1000 teenage Muslim women marched in Beirut calling for France to overrule its ban. This struggle is nothing new. Women have been protesting for the right to wear the hijab in Turkey in the 90’s with sisters being sent to prison for merely attending peaceful demonstrations.These educated and articulate sisters have decided to wear the head scarf and Islamic dress in submission to Allah (SWT) and to liberate themselves from an image obsessed society, but they don’t get a mention in the popular media and so the myths are kept alive.It’s superficial and irresponsible to assume that any woman who wishes to keep her body private is oppressed or has been forced against her will.




What was your view about Islam and its treatment of women before you converted to Islam?




To be honest, I believed most of the negative things I was told by people who claimed to know about Islam. This was firstly because I had never met or interacted with any Muslims, and secondly, because I was under the assumption that Islam was something that a non- Muslim could never possibly understand, so I didn’t bother trying.I’m not ashamed to admit that my view of Muslim women was a negative one because I know better now. It wasn’t that I thought the women were bad people, I just felt so sorry for them! I saw them as vulnerable people, completely subordinate to men, with no rights and prevented from having their own opinions!




Has your view changed in any way?




That goes without saying or I certainly wouldn’t be a Muslim now! My previous views were due to ignorance. The biggest amendment I’ve made is that I thought I’d have nothing in common with a practicing Muslimah (female Muslim) but that’s just not true. All the sisters I have met have become my friends and are similar to me and even some of my non- Muslim friends; we enjoy the same pastimes, share views on life and political issues (Islamic and otherwise), in fact we share views on a lot of things.I’ve found Muslim women to be among the most strong- willed and informed women I’ve come across. I am genuinely impressed by their natural proficiency in critical assessment of situations and those who haven’t gone into higher education show the same sharp intellect as the highly academic people I know. In my opinion Muslim women are strong, have a voice, self- confident and self- respecting and should be used as a positive example for all women.




What is your view on the common impression non-Muslims may have that Islam oppresses the woman, and gives her no voice or role in society?




It’s just a shame that such damaging and dismissive views of Muslim women have saturated public (mass- media driven), opinion. It aggravates me that people don’t take the time to educate themselves about Islam and then claim to be experts on the affairs of Muslim women.How can a religion that earnestly elevated the status of women, giving them control, more than a thousand years ago, awarding them rights that non- Muslim women could only dream of, be oppressive? Islam gave women the right to divorce (although always seen a last resort), even before Christian women in the West. As well as that, a Muslim woman has the right to negotiate her own terms of marriage.Islam gives women the right to financial independence –she can earn money and spent it as she wishes, and still has right to be supported by her husband for all her needs. Most significantly, Muslim women have the right to be identified as thinking individuals, rather than being sex objects, they are respected and appreciated. When the Prophet (PBUH) was asked who among us deserves the most care and respect he replied “your mother (and he repeated this three times)” which goes to show the high esteem and importance of a woman’s role in society. It is women who produce and nurture a strong and upstanding community and in Islam, this integral role is recognised, honored and rewarded.

Source: islamic forum

23 settembre 2006

Dedicato a tutti quelli che...

Segnalo un sito interessantissimo :
contiene informazioni approfondite sull'Islam, con tanto di traduzione integrale del Corano e declamazione di ogni singola sura.
E' importante farsi un'idea prima di sputare sentenze!
Il mio Ramadan Karim a tutti i musulmani che dovessero passare di qui e a tutti gli altri buona serata!

22 settembre 2006

Ramadan karim


Salve!

Ora la mia tesi è stata ridotta di 13000 battute e inizio a vedere la fine di questa avventura, anche perché esattamente tra una settimana ho l'ultimo esame. Non sono riuscita a finire l'articolo della Fallaci....è troppo lungo e gronda un po' troppa cattiveria per i miei gusti, lo rimando a dopo l'esame, sicuramente avrò più pazienza!

Ieri sera ho chiesto al mio Ali di raccontarmi qualcosa del Ramadan, di come se lo ricorda lui. Ne è venuto un racconto delicato, semplice, come sanno esserlo solo i ricordi importanti.

Mi sembra di vederlo, lui, ragazzino de El Labban giocare a pallone nelle strade di terra battuta dopo il pasto delle 17, dopo un digiuno di 12 ore che tutti, durante l'anno, aspettano con ansia: è un momento di purificazione, i ritmi rallentano, tutti si concentrano sul prossimo e sulla beneficienza. Non è solo digiuno: molti offrono del cibo ai poveri, li accolgono in casa e dividono con loro i piccoli e frequenti pasti delle ore notturne, ricchi di dolci e bevande tipici di questo periodo.

Stupisce pensare che quella che tanti qui ritengono una sofferenza sia una festa tanto sentita: illuminazioni dappertutto, i bambini che cantano filastrocche di casa in casa per incitare gli adulti a dargli qualche moneta o qualche dolcetto, una ricca e nuova programmazione televisiva, nelle strade tutto un vociare di gente che all'augurio "Ramadan Karim" risponde "Allah hu Akram", gli addobbi di lampade che tutti provvedono a comprare prima della festa e io lo rivedo il mio Ali, aiutare il padre, fabbro, nella consegna di lampade in ferro battuto, che ora, leggo su Internet, fa soltanto Ahmed, al Cairo: “Mio padre è morto quando aveva 100 anni. Io all'epoca ne avevo appena 30 ed ero l'ultimo di 8 figli. All'epoca tutti lavoravamo in bottega con mio padre, tutti imparavamo l'arte dei fanous. Al Cairo erano tantissime le botteghe di artigiani che lavoravano rigorosamente a mano le lampade. Oggi sono rimasto solo io”.
Ahmed Ali Ghoneim ha 72 anni e lavora nella sua bottega della capitale egiziana confezionando a mano i fanous, le lampade votive che decorano gli ingressi delle case durante il sacro mese del Ramadan: quello che un tempo era una forma di artigianato tipica dei maestri del Cairo, oggi sopravvive solo nelle abili mani di Ahmed.
“Ho 11 figli che mi aiutano”, racconta Ahmed, “gli uomini assemblano i pezzi di ferro che io lavoro a mano e le donne colorano i vetri delle lampade. Ma loro non faranno il mio mestiere. Studiano o fanno altro nella vita e io preferisco così. Per quanto mi dispiaccia veder scomparire l'arte di famiglia, mi rendo conto che oggi non riuscirebbero a sopravvivere”.
L'arte del fanous è stata importata dai Fatimidi, dinastia musulmana proveniente dalla Tunisia, che nel X secolo fondò il Cairo. Anticamente nel fanous c'era una candela che ornava le lampade esposte sulla soglia delle case dei ricchi della città. Oggi la tradizione del fanous è diventata di massa e spesso all'interno della lampada viene inserita una lampadina elettrica.
“La produzione di oggi è per le masse”, spiega Ahmed, “la disoccupazione e la crisi economica hanno spinto tanti giovani del Cairo a dedicarsi all'import-export. Tantissimi di loro fanno costruire i fanous in Asia a basso costo, con materiali scadenti e con macchinari che non rendono l'arte delle lampade. Io comincio a lavorare tre mesi prima del Ramadan, ma i miei clienti sono tutti stranieri, turisti o persone che vivono all'estero, gente che può permettersi un lavoro di qualità” tanti, infatti, comprano modelli importati dall'Estremo Oriente fatti con materiale scadente.

Anche la fine del Ramadan è suggestiva: dicono che ci sia una notte in cui il cielo è aperto e Dio ascolta la gente e poi c'è la Festa dello zucchero, in cui è tradizione preparare dolci di ogni tipo. Il Ramadan inizia domenica o lunedì, noi, intanto domani andiamo a comprare l'occorrente per il khoshef, una bevanda ricavata dall'infusione di frutta secca in acqua, fatta poi bollire nel latte, tipica del mese sacro.

A presto!

(El Labban è nella foto)

15 settembre 2006

La rabbia e l'orgoglio

Lascio qui quest'articolo...confesso che è troppo lungo da leggere dopo una giornata come quella di oggi!La mia tesi ha finalmente un titolo Globalizzazione e media arabi: il caso egiziano, ma deve essere sfoltita di qualche migliaio di battute: AIUTO!

Passo domani a finirlo e lascio anche un commento,buonanotte!!

13 settembre 2006

Il mercante di pietre

Così Repubblica annuncia l'uscita di questo film che mi ripropongo di vedere al più presto e che spero di poter commentare con chi sarà interessato.
Proprio a ridosso del Ramadan, staremo a vedere...
Un caro saluto a tutti

12 settembre 2006

Ricordare, sì, ma fino in fondo

Ricordare è stata la parola chiave di questo quinto anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle: seppur viste e riviste a quelle immagini non ci abitueremo mai e anzi, ci ammaliano sempre di più via via che le ricostruzioni si fanno più minuziose ed emergono nuovi particolari.
Di quella di RAI3, che ho visto mentre facevo colazione, mi ha colpito la lettura degli appunti di Mohamed Atta, una delle menti, se non proprio la mente, dell’attacco. Un paio di fogli scritti a mano, in arabo, raccolgono l’ideologia malata di questo dirottatore e la giustificazione al proprio sacrificio: accanto alle istruzioni di volo ci sono esortazioni alla calma, alla pazienza, alla preghiera che deve precedere ogni minima azione, tutto , infatti, è rivolto all’Altissimo.
Devono essere stati attimi terribili per quei passeggeri, non lo metto in dubbio e certo non serviva questa ricostruzione a convincermene: ma, quello che mi rammarica è che le parole di quell’esaltato sono state riportate senza che qualcuno si sia preso la premura di sottolineare che si trattasse di parole di uso comune per un musulmano, ma in bocca a un folle. Ed ecco allora che la preghiera per il viaggio diventa una macabra premonizione del peggio e “Allah Akbar” un grido di guerra. E questo mi dispiace: la preghiera per il viaggio è quanto di più malinconico io abbia mai sentito, è qualcosa che mi ha messo i brividi anche se non ero in grado di capirla. È solo una preghiera rivolta a Dio affinché il viaggio vada bene.
Ci turba tanto questo…noi pensiamo di essere onnipotenti, ci prendiamo il lusso di fare progetti a lungo termine: i musulmani ci insegnano che non è affatto così, che anche un banale ci vediamo domani deve essere seguito da se Dio vuole (in sha Allah) perché, senza pensare al peggio, domani un impegno potrebbe far saltare l’incontro. All’inizio della nostra storia ci rimanevo male quando Ali me lo diceva, pensavo che non avesse voglia di rivedermi, invece mi ha spiegato che era la cosa che voleva di più, ma che non dipendeva da lui. Il bello di questo è che non rende le persone frustrate, ma le carica di incredibile speranza e tranquillità interiore, di una gioia non meno incredibile in tutto quello che fanno, una gioia per il gusto che nasce dalla consapevolezza di avere il “permesso” di fare qualcosa che proprio per questo è prezioso, tanto che vale la pena di ringraziare Dio ancora, Alhamdulillah.
Allah akbar è il richiamo dei fedeli alla preghiera, il muezzin lo recita 5 volte al giorno dai minareti della moschea: non mi sembra tanto diverso dalle nostre campane e neanche offensivo, o presuntuoso, ma del tutto condivisibile visto che significa Dio è il più grande. È un richiamo suggestivo, lo si nota subito, il fluire della vita si ferma e riprende dopo la preghiera.
In quella settimana a Sharm El Sheikh il richiamo giungeva da molto lontano e si sentiva solo in certi punti, quasi avevo dimenticato di essere in Egitto. Ho chiesto a un cameriere perché non ci fosse una moschea nelle vicinanze e mi ha consigliato di trovare la risposta guardandomi intorno: russi ubriachi, donne di ogni età in topless e perizoma fin dentro la reception, quando loro sono abituati a vedere le donne fare il bagno vestite e con la testa coperta, o con un costume che arriva fino ai polsi e alle caviglie e con un vestitino sopra. In un certo senso anche il mio apparentemente innocuo due pezzi poteva turbarli, infatti, ad Alessandria ho scelto di non fare il bagno.
Tornando all’interpretazione aberrante, comunque, mi sembra che abbia riguardato anche le scelte lessicali della copertura del riprovevole omicidio di Hina: particolari come “sepolta con il capo rivolto alla Mecca” non hanno fatto altro che aggravare l’episodio e fomentare il nostro odio per un gesto così incomprensibile.
Perché nessuno precisa che non sono questi gesti, normali per un musulmano a connotare un esaltato? Mi domando perché è tanto difficile da capire che i musulmani sono persone normali e che non c’è Dio all’infuori di Dio e Maometto è il suo profeta è esattamente Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di Me. Mi chiedo perché davanti alla diversità e all’ignoto erigiamo il nostro odio, così, a priori, senza andare fino in fondo, senza sfoderare la nostra curiosità. È questo il motore della conoscenza, solo così superiamo il muro del pregiudizio.
Mi ricordo la prima volta che ho visto il mio nome scritto in arabo….l’ha scritto la mia ex coinquilina libica, con una penna a inchiostro liquido. Mentre cercavo di decifrarlo mi disse di considerarlo da destra a sinistra: per lo stupore l’ho toccato, macchiandomi il dito. Avevo toccato per la prima volta il mio nome, lo portavo addosso con una consapevolezza nuova. Da lì mi sono lasciata ibridare, nella mia cultura e nelle mie convinzioni arricchendo smisuratamente la mia interiorità e iniziando a guardarmi alla luce di altre categorie, di altri parametri, di un’altra cultura.