23 dicembre 2006
15 dicembre 2006
Verso un Natale vero?
Riporto l'ultima frase dell'articolo:

Io sono d'accordo a prolungare il dibattito, almeno fin quando i modernissimi ed emancipatissimi occidentali non smetteranno di tirare in ballo diritti, integrazione&Co quando si parla di velo. Lasciatele in pace, le donne musulmane.
E, a proposito di donne musulmane e di vacue questioni poste da chi vuole vedere i problemi dove non ci sono, segnalo questo articolo, datato, ma significativo, tratto sempre da Peace Reporter.
Dategli uno sguardo ché quella 18enne ha le idee molto chiare e se incontrate Vespa, riferiteglielo...
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14 dicembre 2006
Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi
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04 dicembre 2006
The Big Talk
Un momento, riformulo il pensiero: a quanto pare, c'è qualcuno che pensa che il sesso non sia liberamente vissuto nel mondo islamico. Per l'ennesima volta, siamo davanti a un caso di etnocentrismo: per qualcuno è sbalorditivo che un medico vada su un canale satellitare egiziano a parlar di sesso, da un punto di vista scientifico, s'intende, al mondo arabo. Se poi quel medico è una musulmana con l'hijab ecco che qualcuno ne fa un articolo.
La franchezza della Kotb è decisamente inusuale in una regione dove l'educazione sessuale è minima, i contatti uomo-donna sono scoraggiati e di questi argomenti si parla in segreto, il che favorisce la circolazione di 'miti' piuttosto che di informazioni corrette.
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29 novembre 2006
28 novembre 2006
Delizie di mezza estate: lo spettacolo dei ballerini "Al Tanura"





Di seguito riporto l'articolo che "EL MUNDO" ha dedicato loro lo scorso anno, in occasione di un'esibizione al teatro Albéniz di Madrid:
DE LA TIERRA AL CIELO
di ALVARO FEITO
MADRID.- Con su exhuberancia colorista y rítmica, los Derviches danzantes de El Cairo se muestran muy alejados de la sobriedad y el misticismo estrictos de sus coetáneos de Konya y Turquía, los principales valedores de la expresión artística (música, danza, escenografía, vestuario) surgida de la corriente filosófica islamista del sufismo.
Es una doctrina que alienta el contacto con la divinidad suprema a través de la experiencia personal y colectiva del trance. Cargada de simbolismos y de referencias a la tradición que surgió en el siglo XIV, la danza circular y ensimismada de los derviches egipcios contiene elementos de sensualidad y de brillantez formal, muy cercanos en ocasiones al malabarismo circense.
Un bailarín central, vestido con tres tanuras o faldas de chirriantes y geométricos colores, simboliza al sol en su devenir eterno como fuente y médula de toda energía. Otros danzantes giran alrededor de él, como si de un sistema planetario se tratase. Mientras tanto, los tars (tambores) marcan un ritmo insistente y a veces frenético, una pulsión cósmica que invita también al éxtasis.
El canto implorante de un sheik, con sus invocaciones constantes a Alá, formulan el contrapunto de la voz humana en medio de tanta elevación mística. El derviche mantiene siempre el contacto con la tierra, por más que sus brazos se eleven al cielo en busca de la comunicación espiritual definitiva.
Deslumbrantes, virtuosos y disciplinados, los 30 músicos y bailarines en escena (y en el patio de butacas) consiguieron también, en sus tres conciertos madrileños, otro tipo de comunicación: el público asistente se entregó sin reservas a un clímax final desbordante de complicidad, simpatía mutua y aceptación de lo ajeno.
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21 novembre 2006
Riprendo fiato...
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.
Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.
Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.
Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.

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17 novembre 2006
Quelli che dimenticano che non si finisce mai di imparare...
Altrettanto duro il giudizio di un altro esponente del Carroccio, Roberto Cota: "In una scuola pubblica, a spese dello Stato, non si puo' insegnare il Corano. Se qualcuno vuole impararlo lo puo' fare privatamente, ma nella nostra scuola si deve insegnare la religione e la cultura che e' a fondamento di una comunita'. Per questo e' giusto che s'insegni la religione cattolica".
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16 novembre 2006
Ibn Battouta
Henri Cordier
Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battouta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battouta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della " Rihla ". La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: " Viaggio di Ibn Battuta ".
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assalì una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Iraq e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo. Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battouta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battouta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali.
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08 novembre 2006
La lista del silenzio
E' una pratica che sembra consolidarsi parallelamente al progredire delle possibilità tecnologiche: ora che i dissidenti possono facilmente aprire un blog, per esempio, si ritrovano- altrettanto facilmente -in carcere.
Nella lista figura anche l'Egitto, triste new entry dove si vanno moltiplicando i casi di blogger arrestati: qualcuno ricorderà i 45 giorni di carcere di Alaa Seif El-Islam lo scorso giugno, la stessa sorte che era toccata a Nabil Abdul Karim qualche tempo prima. Casi che vanno a sommarsi a molti altri di censura governativa tradizionale come l'arresto, prima delle elezioni del settembre dello scorso anno, di Ayman Nur, l'accreditato leader dell'opposizione, incastrato con l'accusa di aver falsificato le firme necessarie alla nascita del partito Gahd di cui è fondatore.
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07 novembre 2006
Questioni di vita o di morte della ragione umana
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06 novembre 2006
Alaidy, uno di quelli che non hanno niente da perdere
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05 novembre 2006
Ancora, lui. Il velo
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25 ottobre 2006
Porta a porta, pietra a pietra
Dopo il suddetto scontro, i due si sono ritrovati a Porta a Porta, stavolta a debita distanza, nella puntata sul velo islamico che non so per quale motivo ho continuato a seguire dopo che la Santanchè si è rivolta ad Abu Shwaima chiamandolo "iman", che in arabo è un nome di donna (ciò la dice lunga sulla preparazione della signora sull'argomento).
Davvero, la composizione degli ospiti che hanno preso parte al dibattito deve suscitare più di qualche perplessità: ben 5 degli ospiti erano convinti che le donne islamiche portano l'hijab per costrizione, mentre di parere contrario erano solo l'imam Abu Shwaima (in collegamento) e Sarah Orabi in studio.
Quanto segue è tratto da "Il Nuovo Riformista", forse le uniche considerazioni sensate a proposito della puntata di Porta a Porta del 23 ottobre.
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16 ottobre 2006
Velo e dintorni: forse la diversità è nei nostri occhi
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13 ottobre 2006
(d)istruzione italiana II
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12 ottobre 2006
(d)istruzione italiana
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06 ottobre 2006
La democrazia di Dio
Questa è una delle recensioni sul libro di E. Gentile "La democrazia di Dio"
If we are ever to achieve democracy, we must throw ourselves into it; we must fight for it, battling with the various waves it throws at us.
This, in the end, is the only route to the democratic shore. If we shy away from democracy, on the other hand, letting our peoples grow up under totalitarian regimes until they are qualified for democracy, we will only perpetuate totalitarianism.
In this respect we are like a person with a small child, who fears that, if his child should try to walk, it would fall over. Instead this person keeps carrying its child long after it is capable of walking. The end result will be that the child will end up crippled, never learning to walk for as long as it lives. The way to learn to walk is to throw oneself into the activity, to practice it. And the same is true of democracy. We must not fear; we must not hesitate. Only then will we be democratic.
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04 ottobre 2006
Occidente. Occidente?
Ho scelto parlare di Orientalismo perché credo che sia importante riflettere sul concetto di Occidente.
La decolonizzazione ha sgonfiato la centralità dell’Occidente anche dal punto di vista culturale: gli assi del dibattito Occidente-altri universi culturali, portato all’attenzione della ricerca sociale dall’espansione coloniale, si sono spostati, infatti, a partire dagli anni ’70 con l’ascesa dei Non Allineati. Edward Said, una delle voci più significative nell’ambito di questo dibattito individua nell’Orientalismo la griglia stereotipata di categorie e concetti costruita dall’Occidente per comprendere l’Oriente, riducendone la complessità nel suo oppositivo valoriale, ossia il luogo dell’esotico, in cui il dominio dell’irrazionalità e della magia ha impedito la nascita dello stato-nazione e quindi della modernità. In quest’ottica l’Islam è visto come un sistema teocratico che ha bloccato la crescita della società civile, impedendo la formazione di una classe media autonoma e di una burocrazia in grado di razionalizzare la gestione dello stato.
Secondo il sociologo Turner, è necessario rivedere i concetti di Oriente ed Occidente alla luce dell’attuale mobilità globale di risorse umane e finanziarie: poiché il “multiculturalismo emerge come dimensione preminente di tutti i sistemi politici” è infatti più appropriato parlare di culture complesse e locali che accorciano le distanze tra Oriente ed Occidente facendo cadere il discorso orientalista che, inserendosi in quelle che Lyotard chiama grandi narrazioni della modernità, è investito in pieno dalla critica del postmodernismo. Il sociologo afferma che la fine delle grandi narrazioni orienta il dibattito verso la difesa delle differenze culturali e ne sottolinea l’importanza in un quadro filosofico come quello odierno, dominato dal relativismo. In questo senso, il postmodernismo, suggerendo “una nuova visione che accorda priorità all’eterogeneità, al paradosso, alla contraddizione ed alla conoscenza locale” ripropone il discorso sull’Islam in chiave anti-orientalista, in quanto discorso sull’Altro: l’Islam, infatti, sebbene –ismo figlio della modernità contiene il riferimento alla umma, la comunità globale dei musulmani come nucleo polarizzante che non necessita di un’entità statale. È proprio questo l’elemento che scardina la tradizionale visione di un Islam monolitico.
Ne ho già parlato, ma vale la pena approfondire...
La comunità transnazionale della umma
Il modello di stato come è concepito in Europa è un concetto nuovo e giovane nel mondo arabo che risale alla fine della seconda guerra mondiale. “Ho disegnato la Giordania in un lungo pomeriggio di pioggia”, raccontava Churchill. Ancora più giovane è l’esercizio autonomo del potere nazionale che si esplica solo dopo la decolonizzazione con le dichiarazioni di indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito, in alcuni casi recentissime.
L’assenza del concetto di stato nel mondo arabo è imputabile al fatto che il Corano, libro sacro che permea ogni aspetto della vita del credente, non ammette differenza tra vita spirituale, politica e sociale, quindi l’organizzazione politica coincide con quella religiosa della umma, ossia la comunità allargata a tutti i credenti musulmani nel mondo che li comprende al di là di ogni possibile distinzione: qualsiasi frammentazione del popolo di Allah in entità minori, anche quella statale, è inconcepibile per l’Islam. Quello di umma è un concetto che ha impegnato notevolmente politologi e sociologi nel tentativo di legittimare l’istituzione dello stato in quanto entità che si frappone al ricongiungimento della comunità transnazionale dei fedeli musulmani.
Storicamente, l’unico stato legittimo riconosciuto, che ha abbracciato tutta l’ecumene islamica, si è attuato solo nell’esperienza del califfato immediatamente successiva alla morte del profeta Maometto. Il potere politico del califfato rientra nella sfera religiosa perché persegue “l’ideale etico” (makarim al ahlaq) dettato dalla shari’a, la legge coranica rivelata:
[l’ideale etico] si concretizza in norme che occorre precisamente astenersi dal giudicare nella loro specificità; le norme fondano la legalità dello stato ma quest’ultimo, se aspira al titolo di califfato, deve altresì perseguire l’ideale etico incarnato dal Profeta.(LAROUI,1992).
Lo stato, applicando la legge attraverso le sue regole, lo fa in virtù di esigenze pratiche: è legale perché applica la shari’a, ma non è legittimo perché non persegue l’ideale etico che implica la scomparsa dello stato come concepito storicamente. Tutto ciò ha comportato la mitizzazione del regno dei quattro califfi “ben guidati”-Abu Backr, Omar, Othman e Ali- la cui successione alla morte del Profeta generò la scissione (sci’a) del mondo islamico in sunniti e sciiti, riconoscendo questi ultimi come califfo legittimo soltanto Ali, marito dalla figlia Fatima del Profeta.
La negazione dello stato e la tensione all’aggregazione simbolica attorno ad una macro identità che abbatte i confini nazionali risultano tematiche fortemente attuali nel quadro odierno della globalizzazione: mentre l’Europa procede a fatica nella ricerca di un modello politico-culturale per supportare nuove istituzioni sopranazionali, ai paesi arabi basta attingere dal loro patrimonio religioso.
La cultura islamica nella globalizzazione: Ijtihàd e Arabesco
Il postmodernismo, nel momento in cui mette in crisi la lettura monolitica dell’Islam- veicolata dalla visione orientalista- rivaluta il concetto di ijtihàd, cioè l’interpretazione dei testi sacri. Si tratta di un elemento di grande libertà nell’Islam, dimenticato troppo spesso a favore di letture dogmatiche sia da parte islamica che nello sguardo stereotipato dell’Occidente: indica infatti il superamento del sé di fronte allo sforzo interpretativo del Corano dal momento che, mancando un clero islamico, una lettura ufficiale e unica del testo sacro non esiste.
Anche in campo artistico l’Islam contiene una delle figure che meglio riescono a interpretare le metafore del postmoderno:l’arabesco. Nell’architettura islamica la decorazione
non cerca di imitare il Creatore nell’illusione di forme stabili ed eterne, ma lo evoca attraverso la sua assenza, in una veste fragile, incompiuta, precaria. È così che nascono dei poligoni intrecciati, archi di cerchio a raggi variabili, l’arabesco, che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse (RELLA,1987).
Lavorando sull’evocazione, sull’approssimazione, sulla molteplicità e la convivenza di elementi artistici plurimi, l’arabesco crea una figura aperta che permette la ricomprensione al suo interno di più forme artistiche: al pari dell’ijtihàd, l’arabesco frantuma gli stereotipi di un dogma chiuso moltiplicando all’infinito la varietà dei percorsi possibili.
qui si possono vedere degli arabeschi:
http://www.provincia.venezia.it/lartis/11_sett/ALHAMBRA/arabeschi.htm
ad Edward Said dedicherò invece un post a parte
Un saluto a tutti
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26 settembre 2006
Una testimonianza importante
PBUH:Peace Be Upon Him
Alhamdulillah: grazie a Dio
Interview with Abi-Lee Carter, A convert to Islam
Source: islamic forum
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23 settembre 2006
Dedicato a tutti quelli che...
Segnalo un sito interessantissimo :contiene informazioni approfondite sull'Islam, con tanto di traduzione integrale del Corano e declamazione di ogni singola sura.
Il mio Ramadan Karim a tutti i musulmani che dovessero passare di qui e a tutti gli altri buona serata!
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22 settembre 2006
Ramadan karim
Ahmed Ali Ghoneim ha 72 anni e lavora nella sua bottega della capitale egiziana confezionando a mano i fanous, le lampade votive che decorano gli ingressi delle case durante il sacro mese del Ramadan: quello che un tempo era una forma di artigianato tipica dei maestri del Cairo, oggi sopravvive solo nelle abili mani di Ahmed.
“Ho 11 figli che mi aiutano”, racconta Ahmed, “gli uomini assemblano i pezzi di ferro che io lavoro a mano e le donne colorano i vetri delle lampade. Ma loro non faranno il mio mestiere. Studiano o fanno altro nella vita e io preferisco così. Per quanto mi dispiaccia veder scomparire l'arte di famiglia, mi rendo conto che oggi non riuscirebbero a sopravvivere”.
L'arte del fanous è stata importata dai Fatimidi, dinastia musulmana proveniente dalla Tunisia, che nel X secolo fondò il Cairo. Anticamente nel fanous c'era una candela che ornava le lampade esposte sulla soglia delle case dei ricchi della città. Oggi la tradizione del fanous è diventata di massa e spesso all'interno della lampada viene inserita una lampadina elettrica.
“La produzione di oggi è per le masse”, spiega Ahmed, “la disoccupazione e la crisi economica hanno spinto tanti giovani del Cairo a dedicarsi all'import-export. Tantissimi di loro fanno costruire i fanous in Asia a basso costo, con materiali scadenti e con macchinari che non rendono l'arte delle lampade. Io comincio a lavorare tre mesi prima del Ramadan, ma i miei clienti sono tutti stranieri, turisti o persone che vivono all'estero, gente che può permettersi un lavoro di qualità” tanti, infatti, comprano modelli importati dall'Estremo Oriente fatti con materiale scadente.
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15 settembre 2006
La rabbia e l'orgoglio
Lascio qui quest'articolo...confesso che è troppo lungo da leggere dopo una giornata come quella di oggi!La mia tesi ha finalmente un titolo Globalizzazione e media arabi: il caso egiziano, ma deve essere sfoltita di qualche migliaio di battute: AIUTO!
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13 settembre 2006
Il mercante di pietre
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12 settembre 2006
Ricordare, sì, ma fino in fondo
Di quella di RAI3, che ho visto mentre facevo colazione, mi ha colpito la lettura degli appunti di Mohamed Atta, una delle menti, se non proprio la mente, dell’attacco. Un paio di fogli scritti a mano, in arabo, raccolgono l’ideologia malata di questo dirottatore e la giustificazione al proprio sacrificio: accanto alle istruzioni di volo ci sono esortazioni alla calma, alla pazienza, alla preghiera che deve precedere ogni minima azione, tutto , infatti, è rivolto all’Altissimo.
Devono essere stati attimi terribili per quei passeggeri, non lo metto in dubbio e certo non serviva questa ricostruzione a convincermene: ma, quello che mi rammarica è che le parole di quell’esaltato sono state riportate senza che qualcuno si sia preso la premura di sottolineare che si trattasse di parole di uso comune per un musulmano, ma in bocca a un folle. Ed ecco allora che la preghiera per il viaggio diventa una macabra premonizione del peggio e “Allah Akbar” un grido di guerra. E questo mi dispiace: la preghiera per il viaggio è quanto di più malinconico io abbia mai sentito, è qualcosa che mi ha messo i brividi anche se non ero in grado di capirla. È solo una preghiera rivolta a Dio affinché il viaggio vada bene.
Ci turba tanto questo…noi pensiamo di essere onnipotenti, ci prendiamo il lusso di fare progetti a lungo termine: i musulmani ci insegnano che non è affatto così, che anche un banale ci vediamo domani deve essere seguito da se Dio vuole (in sha Allah) perché, senza pensare al peggio, domani un impegno potrebbe far saltare l’incontro. All’inizio della nostra storia ci rimanevo male quando Ali me lo diceva, pensavo che non avesse voglia di rivedermi, invece mi ha spiegato che era la cosa che voleva di più, ma che non dipendeva da lui. Il bello di questo è che non rende le persone frustrate, ma le carica di incredibile speranza e tranquillità interiore, di una gioia non meno incredibile in tutto quello che fanno, una gioia per il gusto che nasce dalla consapevolezza di avere il “permesso” di fare qualcosa che proprio per questo è prezioso, tanto che vale la pena di ringraziare Dio ancora, Alhamdulillah.
Allah akbar è il richiamo dei fedeli alla preghiera, il muezzin lo recita 5 volte al giorno dai minareti della moschea: non mi sembra tanto diverso dalle nostre campane e neanche offensivo, o presuntuoso, ma del tutto condivisibile visto che significa Dio è il più grande. È un richiamo suggestivo, lo si nota subito, il fluire della vita si ferma e riprende dopo la preghiera.
In quella settimana a Sharm El Sheikh il richiamo giungeva da molto lontano e si sentiva solo in certi punti, quasi avevo dimenticato di essere in Egitto. Ho chiesto a un cameriere perché non ci fosse una moschea nelle vicinanze e mi ha consigliato di trovare la risposta guardandomi intorno: russi ubriachi, donne di ogni età in topless e perizoma fin dentro la reception, quando loro sono abituati a vedere le donne fare il bagno vestite e con la testa coperta, o con un costume che arriva fino ai polsi e alle caviglie e con un vestitino sopra. In un certo senso anche il mio apparentemente innocuo due pezzi poteva turbarli, infatti, ad Alessandria ho scelto di non fare il bagno.
Tornando all’interpretazione aberrante, comunque, mi sembra che abbia riguardato anche le scelte lessicali della copertura del riprovevole omicidio di Hina: particolari come “sepolta con il capo rivolto alla Mecca” non hanno fatto altro che aggravare l’episodio e fomentare il nostro odio per un gesto così incomprensibile.
Perché nessuno precisa che non sono questi gesti, normali per un musulmano a connotare un esaltato? Mi domando perché è tanto difficile da capire che i musulmani sono persone normali e che non c’è Dio all’infuori di Dio e Maometto è il suo profeta è esattamente Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di Me. Mi chiedo perché davanti alla diversità e all’ignoto erigiamo il nostro odio, così, a priori, senza andare fino in fondo, senza sfoderare la nostra curiosità. È questo il motore della conoscenza, solo così superiamo il muro del pregiudizio.
Mi ricordo la prima volta che ho visto il mio nome scritto in arabo….l’ha scritto la mia ex coinquilina libica, con una penna a inchiostro liquido. Mentre cercavo di decifrarlo mi disse di considerarlo da destra a sinistra: per lo stupore l’ho toccato, macchiandomi il dito. Avevo toccato per la prima volta il mio nome, lo portavo addosso con una consapevolezza nuova. Da lì mi sono lasciata ibridare, nella mia cultura e nelle mie convinzioni arricchendo smisuratamente la mia interiorità e iniziando a guardarmi alla luce di altre categorie, di altri parametri, di un’altra cultura.
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