Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

04 maggio 2010

Sera

Una manciata di minuti alle nove, dopo la lezione serale di arabo, non è ancora completamente buio. L'aria ferma e opaca è rischiarata da un riflesso lontano, tutt'intorno solo ombre. Il lessico del ristorante mi ha messo un certo appetito.
Saluto le ragazze e salgo in macchina. Mi piace il rapporto che si è creato. Un misto di viva solidarietà e sottile confidenza. Salgo in macchina, alla radio gli ultimi istanti di Sunrise, Norah Jones. Imbocco la superstrada, sono soddisfatta.
Le luci della città compaiono solo dopo la prima galleria. Per qualche centinaio di metri il paesaggio dominante è una vegetazione fitta e cupa che l'imbrunire riduce ad una massa indistinta e compatta. Se ne distinguono solo i contorni, stagliati contro il cielo violaceo e sgombro della sera che avanza. Lo popolano solo due nuvolette più scure, in diagonale, come se fossero il fumetto dei pensieri di qualcuno.
Oltrepassata la prima galleria compare la città. Tra gli edifici svetta aguzzo il campanile di San Pietro, l’unica cosa sveglia e accesa che, fuori dalla mia finestra, nelle innumerevoli mattine degli esami, prima dell’alba vegliava silenziosamente in cima alla distesa dei tetti addormentati. In procinto di lasciare la mia vecchia casa, ricordo di averlo fissato un’ultima volta con profonda riconoscenza, desiderando invano di portarmelo via, quel muto testimone, come fosse un soprammobile.
Poi la città si avvicina, di galleria in galleria le macchine si inseguono per raggiungerla. Ognuno con le sue storie, la giornata volge al termine ed io mi metto a pensare che, in fondo, questa città mi appartiene profondamente.

31 marzo 2010

Tu chiamali, se vuoi, bilanci

Volevo iniziare questo post con “ultimamente”, ma pare che non sia consigliabile esordire con un avverbio. Ultimamente, dunque, mi sto interrogando sull’opportunità di tenere aperto questo blog, visti i ritmi degni di un bradipo con cui lo aggiorno. Ho deciso di non chiuderlo, però. E soltanto per un motivo: perché rileggendo alcuni vecchi post ho provato di nuovo le stesse sensazioni di quando li ho scritti. Ci sono post che ho scritto su fogli di carta mentre studiavo per qualche esame, post che ho scritto sul mio letto d’infanzia o che ho pensato di scrivere in autobus o in treno alla fine di una lunga giornata. Post come questo, che ho scritto sorseggiando un infuso di anice o menta.
Mantenere in vita il blog forse serve per ricordarmi di quello che non dico, ma sento dentro di me. Serve per rievocare il non detto che riaffiora istantaneamente insieme alle prime parole di un vecchio post. E’ raro che il non detto riesca a diventare un post. Di norma è condannato a rimanere non detto, principalmente perché non trovo le parole per dirlo o perché è troppo intimo per essere detto. E proprio in quanto non detto, spesso è più intenso di quello che dico, perché continuo a sentirlo in me, anche a distanza di anni.
A volte mi chiedo se quello che scrivo renda effettivamente giustizia ad un’emozione che provo o a una cosa che vedo e il più delle volte mi dico che no, viverlo è stato più intenso. Posso solo provare a raccontarlo, ma l’unica cosa che riesco a fare è catalogarlo con data e ora e intrappolarlo su questa pagina, a questo indirizzo. E’ come provare a raccontare a qualcuno una foto che hai scattato senza mostrargliela.
In ogni caso credo che continuerò a farlo perché è bello, perché sento che mi fa bene. Perché potrebbe far bene a qualcuno che incappa nelle mie stesse emozioni, visto che quello che provo io lo provano tutti gli esseri umani o comunque sono tutti potenzialmente in grado di provarlo. Si continua, dunque, ma credo che cambierà qualcosa. I colori, sicuramente, quando avrò tempo. I commenti, forse. Sto meditando di abolirli e di lasciare a disposizione solo l’indirizzo email. Per il resto si vedrà.

11 febbraio 2010

Divagazioni culinarie

L’ho realizzato lo scorso ottobre, quando, di ritorno dall’Egitto, ci siamo fermati al supermercato vicino casa per comprare qualcosa per la cena: i pomodori dell’Egitto sono eccezionali. Lo pensavo mentre, tastandoli con la mano protetta dal guanto, ne constatavo con un certo sconforto la durezza e lo scialbore. E, una volta a casa, il mio già labile entusiasmo si è abbandonato alla nostalgia di quei pomodori rossi e maturi in ogni momento dell’anno, invitanti nel loro profumo e nel loro colore deciso. I pomodori dell’Egitto odorano di terra e di sole come quelli dell’orto di mio padre.
Li compri nei suq, sui banchetti stretti e affollati, non ci sono guanti, né bilance elettroniche. Si pesa come una volta, adagiando su un piatto la verdura e sull’altro i pesetti da aggiungere e togliere. Nelle città arrivano in cassettine di legno a bordo di camion più o meno grandi, spesso pickup. Se ne incontrano a centinaia in autostrada. Le mani operose dei contadini, i fellahin, li hanno raccolti anche per chi come ad Alessandria, non abita in campagna.
Puoi scegliere quelli sodi per farci l’insalata o quelli più cedevoli al tatto - e normalmente più economici - per farci il sugo. Con quei pomodori sempre deliziosi chi si sognerebbe mai di usare le bottiglie di passata? Fare il sugo è un’arte: ad un trito finissimo di aglio e cipolla fatto imbiondire in pentola con olio o burro si aggiunge il succo del pomodoro, senza semi né bucce. Poi si aggiungono il sale, le spezie, un po’ di acqua o brodo e verdure, volendo. E anche ricavare questo succo è un’arte. Si può fare con il passaverdura, ma in tanti lo fanno ancora usando una specie di scolapasta che somiglia ad un recipiente per la cottura a vapore, con i buchi radi, noto come masfa, la stessa parola che si usa per designare lo scolapasta, appunto. I pomodori, cedevoli e ben maturi, vanno lavati, tagliati e sistemati all’interno del masfa con sotto una ciotola. Con le mani bisogna pressarli contro il fondo del masfa. Ci vuole pazienza e un po’ di forza. L’odore pieno e acidulo dei pomodori si sprigiona deciso: li lavori con i palmi delle mani, poi con le nocche, spremendoli e comprimendoli come se volessi impastarli. Di sotto cola la loro anima sfatta e liscia finché non restano solo le bucce e i semi, poi si ricomincia: altri pomodori da aggiungere e magari un pizzico di sale che aiuta a liberare i liquidi. Le mani si impregnano degli umori dei pomodori: è un gesto antico, quasi atavico, che porta con sé un che di erotico e penso alle donne che nelle nostre campagne lavorano i pomodori con le loro mani bianche e i fazzoletti in testa.
Viene da chiedersi a cosa servano le nostre iperscrupolose norme igieniche se poi i pomodori che mangiamo in questa parte di mondo sono pallidi e insapori. Dubito che abbiano visto un raggio di sole. Nei confronti dell’esaltazione del made in Italy in ambito alimentare mi sorge lo stesso scetticismo: perché mai dovrei preferire ai pomodori veri quelli esangui ma superigienici e italianissimi della nostra grande distribuzione? Se te lo stai chiedendo, sono appena tornata dall’Egitto, sì.

25 dicembre 2009

Post sconclusionato di Natale

Ho scritto questo post la sera del 21 novembre scorso.
La casa della mia infanzia non ha odore, se non il mio ed io non sono in grado di isolarlo.
La casa della mia infanzia profuma di affetto, di mamma, di tempi andati, di persone che non ci sono più. Qui ritrovo i miei paesaggi, certe foto....avverto con stupore l'odore dei vestiti che indosso, sono miei ma sanno di altrove.
Tornare è dolce e amaro allo stesso tempo. Cambiano i visi e cambiano i luoghi, qualcuno è morto, qualcuno è nato, una nuova rotatoria, la cioccolateria...
Torno sempre più di rado e il tempo non basta mai. Mi chiedo se riuscirò mai ad abituarmi a questo sdoppiamento di luoghi, di affetti, di volti....
I volti, già........il tempo solca i visi con il suo scorrere incessante e tornare di tanto in tanto rende i giorni di assenza leggibili sui volti.
C'è ogni volta un pezzo di me che ritrovo, qui. Nonostante la mia ritrosia, tornare è terapeutico. Certi posti non mi appartengono più eppure sono incastonati nella mia identità, sono parte di me, che mi piaccia o no.
Oggi è stato un giorno speciale, ho rincontrato lei dopo anni di lontananza. Anche lei vive fuori, le nostre vite per certi versi si somigliano molto. Il nostro pomeriggio insieme è volato in un soffio, sento che non ci siamo raccontate che un millesimo di noi eppure abbiamo parlato per ore. E' come se dovendo riempire un pozzo profondissimo, io abbia iniziato a gettarci dentro minuscoli sassolini di ghiaia, uno alla volta....non so quando finirò e se riuscirò a chiuderlo, quel pozzo. Abbiamo condiviso tanto e mi piace pensare a tutto quello che ci sarà concesso di dividere ancora. Era tanto che non abbracciavo un'amica con tanto affetto, ritrovarsi è stato intenso. Ho riavuto per qualche ora i miei quindici anni, i miei diciotto anni, anche i miei vent'anni....ma il bello è stato soprattutto averne 25. Sono tornata a casa illudendomi di rincasare per cena come tanti anni fa e di poter replicare domani, e dopodomani, come ai vecchi tempi, come quando sarei andata a dormire per svegliarmi l'indomani e andare a scuola con il motorino, con una certa sollecitudine ché era sempre tardi. Invece no, domani saluto tutti, i miei vestiti perderanno di nuovo il loro odore per ritrovarlo chissà quando....ma oggi è stato speciale per il significato che quest'incontro ha sulla mia vita attuale, per l'oggi, per il qui e ora. Il passato mi è scivolato tra le dita mentre pensavo ad altro, il presente è qui sotto i miei piedi: se mi giro, vedo le mie impronte ancora fresche. Voglio vivere questo presente e non lasciarmi sfuggire le cose che contano.
E rieccomi qui, oggi. Di nuovo odore di casa, di mamma. Di nuovo i miei vestiti che ritrovano il loro odore. La mia identità recupera un pezzo smarrito. Siamo arrivati per pranzo, proprio oggi che è Natale e la famiglia non può che riunirsi. C'era una punta di amarezza nella voce di mia madre, ieri sera. E anche nella mia: magari le sarebbero piaciute le mie seppie in zimino con il riso all'egiziana. Quelle con i pomodori maturi e senza funghi, che profumano di mare e di cumino...

03 dicembre 2009

Essere o non essere

Sarà che si avvicinano il Natale, la fine dell'anno, le lucine, l'allegria forzata, i magnamagna e i compracompra. Sarà che le succitate cose da un po' di tempo a questa parte mi mettono addosso una malinconia indescrivibile.
E un senso di vuoto. Sarà che in questi giorni trovo infinitamente entusiasmante la mia torta di mele che profuma di cannella e la corsetta al parco con i merli che sfruscano mentre tutt'intorno l'autunno avvampa in mille sfumature di colore. E il corso di arabo, ovviamente. Leggiucchio, scribacchio e mi sembra di essere tornata bambina.
Sarà che ancora non mi riprendo completamente, che passo ore a fissare la porta, che non mi sento più al sicuro in casa mia, che non so più cosa siano l'inviolabilità e l'intimità garantite da quattro mura, un tetto e una stramaledetta porta.
Sarà per tutto questo e pure per la telefonata di oggi. Una tizia che mi chiama tremila volte dottoressa, che cerca di adularmi lodando eccessivamente la mia carriera universitaria e che mi invita alla presentazione dei master dell'azienda per la quale lavora. Tace sulla trafila di stage inconcludenti che mi si profila davanti, vuole vendermi la solita aria fritta. E a caro prezzo, certo.
Sarà per tutto questo che sentendo l'appello di Napolitano a non andar via mi sono detta, vabbè vediamo cos'ha da dire il Presidente. Non ho trovato che la solita retorica vuota, però. Il perché io dovrei restare non è noto. Possiamo far crescere l'Italia.....forse se avesse detto dobbiamo, mi sarei fermata a riflettere. Dobbiamo significa che io devo rimanere qui a mettere le mie conoscenze e le mie capacità al servizio del mio Paese, perché io valgo qualcosa e qualcuno è pronto a riconoscerlo. Ammesso che io abbia capacità e conoscenze, certo. E significa soprattutto che io devo farlo per la mia patria, per il suolo su cui sono nata e la gente che ci abita. Ma possiamo è diverso. Datemi una leva e solleverò il mondo. Senza leva non sollevo un bel niente.
Inutile dire che invece mi fermo a riflettere sulla lettera di Pier Luigi Celli. Mi ci ritrovo, tristemente e senza sforzi:
[...]Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.[...]
[...]il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.[...]

06 novembre 2009

Era venerdì

Si capisce già dall’alba che è venerdì. L’adhan risuona nell’aria con più vigore.
L’insolito silenzio del traffico lascia udire la loquacità del mare più degli altri giorni.
Tarda mattinata, tempo di dohr, l’adhan risuona di nuovo, stavolta scoppiando nell’aria in mille voci.
In pochi minuti le strade si svuotano, scompaiono anche i pescatori con le loro strane reti da maneggiare stando immersi fino alla vita. Si fermano anche le ruspe poco più in là. Nella quiete si avverte distintamente l’eco dei sermoni mentre dalle case circostanti arriva profumo di cibo e di panni stesi al vento del mare.
Poi d’un tratto la vita riprende a fluire, ma più pacatamente e più ordinatamente del solito. Fino a quando si odono, sempre più vicini, grida festanti e clacson impazziti: il venerdì si portano i mobili nella casa degli sposi. Cuscini, coperte, divani, pentole, armadi, peluche, tavoli, specchi, pouf, armadi, cassettiere….tutto sistemato in bella mostra su grossi camion che procedono festanti fino all’abitazione degli sposi, con decine e decine di persone sopra, festanti anch’esse. E’ quasi impossibile contarli, ne passano a centinaia, fino all’imbrunire.
Di venerdì capita che ti serve un idraulico. E lui viene, nel giro di venti minuti, malgrado Alessandria abbia nove milioni di abitanti e il venerdì è un giorno festivo. Da queste parti fare l’idraulico è un mestiere come tutti gli altri, gli idraulici sono operosi ed esperti, lontani anni luce dai nostri inafferrabili nababbi. Lavorano un pomeriggio sano per pochi euro e poi baciano i soldi. Si ha voglia di lavorare, qui.

18 ottobre 2009

Ordinaria follia

A te.
Ordinaria follia è l’oggetto che hai scelto per riaffacciarti nella mia vita proprio quando ne avevo più bisogno, Dio solo sa quanto. Ed è il titolo di questo post che si scrive da solo, dettato dal turbinìo indomabile della memoria.
Forse ordinaria follia è solo tutto il tempo che sono rimasta a languire nella nostalgia di te, di noi, come paralizzata dalla paura di un tuo rifiuto. Sono stata sciocca a pensare che la mia nostalgia non potesse essere anche tua. Ho preferito aggrapparmi ai ricordi, a quello che riuscivo a captare di te dalle pieghe della mia memoria, per conservare qualcosa di te e non perdere almeno quello.

Ordinaria follia è stato rileggere i miei diari tutti d’un fiato, pensare a tutto quello che abbiamo condiviso, sentirmi come se fosse ancora tutto in quel modo, percorrere le tue parole con il dito, sopraffatta dalla malinconia ed accettare che tu non fossi più partecipe della mia vita.
Ordinaria follia è stata quando ho messo il tuo nome su Google, ho trovato il tuo profilo su Facebook e guardando quella foto sull’erba mi sono chiesta chi te l’avesse scattata.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che mi sono addormentata pensandoti e poi ti ho sognata. E’ stata quando ho desiderato di farti gli auguri al compleanno e quando, pur avendo la certezza che stessi soffrendo, non sono riuscita a fare nulla per manifestarti la mia vicinanza.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che avrei voluto chiamare casa tua per chiedere un tuo recapito o semplicemente tue notizie. E non ho avuto il coraggio di farlo.

Ordinaria follia è desiderare di abbracciarti forte, rispondere con le mani e il cuore che tremano alle tue email, avere mille cose da dirti e non sapere mai da dove incominciare…

Ordinaria follia sarebbe perderti ancora, lasciarti scivolare via di nuovo. Fa cose strane il tempo. Cose spesso inspiegabili. E ordinaria follia è stato anche lasciarlo agire indisturbato.
Parlare con te è sempre un camminare piacevolmente in bilico tra la memoria di un passato che non ci appartiene più - ma che è stato nostro - e un futuro che forse non pensavamo potesse prendere questa piega, ma che sarà parimenti nostro, in qualche modo strano.
Ordinaria follia è quel nodo che mi blocca ogni volta...forse ci sono cose che si possono solo sentire nell'anima. E questa è la stessa sensazione che provavo quando avevo fretta di inviarti quell'email per farti sapere che c'ero e non riuscivo a scriverti nient'altro...

04 ottobre 2009

Chiedo venia, ma scrivo dalla postazione internet della biblioteca di Alessandria e non trovo gli accenti, gli apostrofi e le lettere accentate.
Questo post e per me, per quando dovro tornare a vivere in apnea. Sara sconclusionato e scritto di fretta, e come un frullato dei miei pensieri e sa di buono.
Voglio ricordare questi giorni pieni di luce, di calore umano, di assenza assoluta di nuvole e pregiudizi. I miei genitori sono a dir poco strabiliati dal grado di civilta degli egiziani, dalla loro educazione, gentilezza e disponibilita. Giorni di tepore umano e atmosferico. Di cielo luminoso che brilla negli occhi felici della gente, paga di un poco che rasenta il niente.
Giorni in casa mia, finalmente tutta arredata e finita, di mobili di legno pesante decorati il giusto. Giorni profumati di mare, di adhan che va a rompersi nel cielo e nel mio cuore accarezzandolo come se fosse miele.
Giorni di famiglia, bambini cresciuti, posti vecchi e posti nuovi, stupore, meraviglia, ma anche rammarico e certe volte disappunto.
Giorni di traffico impazzito, di gabbiani e barchette di pescatori. Di taxi gialli e neri, di voglia di andare al mercato, di voglia di mimetizzarmi tra la folla e di consapevolezza di non riuscirci mai pienamente. Ieri al ristorante, con tutto il velo, il cameriere mi ha chiesto se fossi italiana...
Giorni di velo, si. Giorni di colori belli, di abiti comodi, miei eppure nuovi. Spillette, fascia e il vento malandrino che si infila sotto il velo.
Sento come se fossi qui da sempre. Tutto mi sembra naturale. Parlo e mi rispondono, nessuno ride dei miei errori. Mi muovo in casa come se abitassi qui da sempre. Il pensiero di tornare mi addolora profondamente. Nonostante il master, nonostante il corso di arabo. L unica cosa che mi manca sono solo alcune persone, ci vuole poco a contarle e il conto lo tieni facilmente.
A loro va tutto il mio affetto, e le mie scuse per non aver avuto il tempo di salutare...ci si risente al mio ritorno!
Concedetemi di sguazzare ancora un po nel mio ambiente naturale, pero. Per non morire asfissiati bisogna far scorta di ossigeno.
Ciao Aletta mia


Non troverai altro luogo
non troverai altro mare
La citta ti verra dietro

19 settembre 2009

Mi vergogno di essere italiana

Non ho mai sofferto così tanto a scrivere un post. Se lo faccio è solo perché ritengo che tutti debbano sapere.
Ho sempre pensato che se le forze dell’ordine sospettano di qualcuno per qualsiasi motivo, lo fanno a ragion veduta. Ho sempre pensato, poi, di non poter essere oggetto di sospetto da parte delle forze dell’ordine per via della mia vita ordinata e ordinaria, insieme a mio marito nella nostra casa a Perugia. Ma oggi in quella che se non fosse stato Ramadan sarebbe stata l’ora poco dopo il pranzo, ho dovuto ricredermi.
Hanno suonato alla porta e quando abbiamo aperto ci sono letteralmente piombati in casa cinque agenti in borghese, credo si sia trattato di carabinieri. Gli abbiamo chiesto di identificarsi, uno di loro mi ha mostrato un distintivo; ricordo un vago colore arancio e “tenente”. Non salutano né chiedono permesso, sono senza mandato di perquisizione, ma varcano spavaldi e incuranti la soglia del nostro appartamento. Dicono che non serve nessun mandato. Chiedono ad Ali il permesso di soggiorno e a me se sono italiana. Uno di loro corre a perlustrare il bagno, un altro bracca Ali che era andato in camera da letto a prendere la sua valigetta con i documenti. Io, sbalordita, cerco di capire cosa sta succedendo ma mi viene espressamente chiesto di non fare domande. L’agente rimasto con me mi scruta e mi chiede ripetutamente se sono incinta. E’ convinto che lo sia, mi fa anche gli auguri. Ma non sono incinta, non c’è verso di farglielo capire. Per interminabili minuti mi chiedo cosa pensano di trovare in casa nostra, da due come noi che vivono onestamente e tranquillamente senza disturbare nessuno.
La porta di casa è rimasta aperta, qualcuno esce con i nostri documenti in mano. Io cerco nuovamente di ragionare con gli agenti, tutti ragazzi sulla trentina, ma niente da fare. Entra un altro uomo, chiede di nuovo i documenti e un pezzo di carta. Mi chiede se ho qualcosa in contrario alla loro visita e quando rispondo di sì dice che gli sto facendo perdere la pazienza. Vado nella cameretta che usiamo come ripostiglio a prendere un blocco di fogli e uno degli uomini mi segue. Io continuo a ripetere che tutta la situazione è assurda e surreale e che non hanno il diritto di stare in casa nostra. Ha la faccia grossa e tonda e con in bocca un sigaro spento mi dice di stare tranquilla. Cercano droga in casa nostra. Io gli dico che non c’è droga nella nostra casa e che stanno sprecando il loro tempo, lui dice che invece c’è. Ci trasferiamo in salotto mentre qualcuno gironzola ancora per casa. Mi viene intimato di calmarmi, mentre io cerco di raccogliere tutta la mia pazienza per non esplodere. Anche ad Ali hanno detto che c’è droga in casa e quando lui gli ha detto che si stavano sbagliando gliel’hanno ribadito puntando ripetutamente il dito sul tavolo.
Appuntano le nostre generalità, la nostra occupazione, dicono che dobbiamo pazientare una decina di minuti e che se riteniamo opportuno di doverci difendere, possiamo chiamare un avvocato che può presenziare alla perquisizione. La perquisizione, sì. Ali gli dice di perquisire quel che vogliono e poiché non troveranno niente dovranno rimettere tutto a posto. Uno precisa che loro non sono donne delle pulizie e io sbotto educatamente: gli dico che dalle forze dell’ordine mi aspetto tutela e protezione, non accuse infamanti. Gli dico che se avessi sposato Mario Rossi non si sarebbero neppure sognati di entrarmi in casa. Gli ripeto che stanno perdendo tempo e che mi sento umiliata e violata. Nessuno cercherebbe mai droga in casa loro, quindi non vedo perché dovrebbero farlo in casa mia. Loro minimizzano, dicono che se continuo ad agitarmi do loro modo di pensare che ho qualcosa da nascondere. Provate voi a stare tranquilli in quella situazione. Rassegnata, mi siedo e li invito ad arrestarmi. Non vedo via d’uscita.
Poi per grazia di Dio un loro collega irrompe e li chiama tutti fuori perché hanno scoperto che di fronte a noi abita un tunisino. Rimaniamo in salotto con un agente che continua a farci domande. Io ho bisogno d’aria e vado verso il finestrone del retrocucina, ma mi viene intimato di rimanere lì in salotto. Non mi è dato muovermi.
Il tunisino abita al primo piano come noi, al suo appartamento si accede tramite una porta a vetri e un ballatoio esterno appena oltre il pianerottolo del piano. Vedo la sua porta e la sua finestra dal mio salotto. Al nostro interno invece si accede da un’altra porta proprio di fronte alle scale del piano. Veniamo finalmente lasciati soli, proprio quando io, sopraffatta dall’umiliazione, mi abbandono alle lacrime tra le braccia benevole di mio marito, nello stupore generale.
Soli, ci spostiamo sul balcone, ho bisogno d’aria e ne ha bisogno anche Ali che cerca di consolarmi con i suoi modi discreti. Sembra tutto un maledetto incubo, ma le loro voci che ancora mi giungono confermano che è tutto vero. Non so cosa sia successo di preciso lì dentro, ma ho sentito volare parolacce e a quanto pare la droga doveva trovarsi lì.
Qualcuno è rimasto sul ballatoio antistante, qualcuno è sceso in strada, qualcun altro torna con le macchine, parcheggiate tutt’intorno allo stabile. Uno alza lo sguardo, abbozza un sorriso, mi chiede se sono un po’ più tranquilla ma la risposta è fin troppo scontata. Quello rimasto sul ballatoio mi chiede di uscire dalla porta di casa sul corridoio interno, credo che si chiamasse Leonardo. Com’è che ti chiami? Silvia? Era stato l’unico con cui si era potuto cercare di ragionare un minimo. Dice che devo calmarmi, cercavano un arabo con la moglie italiana, c’erano alte probabilità che fossimo noi. Non si scusa, è tutto normale, dice, non abbiamo più niente da temere, ora. Dice che sono entrati in quel modo perché sono abituati a trovarsi davanti gente armata e senza scrupoli. Poi ci saluta, il tizio che stavo per far spazientire lo ha chiamato e quando si è sentito dire che Silvia aveva bisogno di due parole non deve aver reagito bene. Poi le macchine si sono allontanate e io sono rimasta inebetita e svuotata, in preda al disgusto e all’umiliazione. Eppure il mio domicilio dovrebbe essere inviolabile. E l’Italia uno stato garantista. Ma per quelli come me ci sono i metodi della Gestapo, a quanto pare. E sposare un egiziano è quanto basta per farsi perquisire l'abitazione.
Ho ancora un forte senso di umiliazione addosso, mi sento violata e credo di avere tutte le ragioni per pensare di esserlo stata. Chi mi conosce sa che non mi drogo, né mi sono mai drogata, né ho intenzione di farlo. E lo stesso dicasi per mio marito. Ecco perché mi sento umiliata.
Penso a tutte le volte che qualcuno mi ha detto di pensarci due volte prima di trasferirmi in Egitto per via della “sicurezza”: secondo molti qui sarei libera e tutelata, vivrei in un mondo moderno, avanzato, pulito e accogliente. Il migliore dei mondi possibili, insomma. Il prossimo che si azzarda a dirmelo, scoppio a ridere e se insiste gli mollo una sberla. Io qui non voglio starci un minuto più del dovuto, non riesco a pensare neanche lontanamente di crescerci i miei figli e piantarci le mie radici. Piuttosto preferisco morire di fame.

18 agosto 2009

Non fare l'indiano....

Questo articolo, che risale allo scorso giugno, descrive Il Cairo nell'attesa di Obama e popola uno dei mille post smozzicati che ho accumulato nel periodo precedente la discussione della tesi.
Peccato che nessuna testata abbia pensato ad inviare un giornalista per rendere conto dell'attività di certi buffi colleghi, quei tizi che immagino aggirarsi per il Cairo in punta di piedi, schifati e guardinghi desiderando di essere astronauti con tanto di tuta.
Già dalle prime righe ho avuto il sospetto che l'autore facesse troppo riferimento all'India, poi la menzione esplicita di Calcutta ha fugato ogni dubbio. Non ho idea di come sia Calcutta, di come sia l'India in generale, ma mi sembra alquanto riduttivo paragonare Il Cairo a Calcutta. E comunque non mi sembra una buona idea parlare di un posto avendone in mente un altro. Il Cairo, poi, sembra che sfugga a qualsiasi tentativo di categorizzazione. Il Cairo è il Cairo.
Che sia un pianeta, un microcosmo, è verissimo, che il Nilo al tramonto diventi di rame fuso mentre tutt'intorno l'atmosfera si tinga di un rosa metallico per la sabbia e lo smog è altrettanto vero e suggestivo...ciò su cui non concordo affatto è che al Cairo il tanfo del cibo si mischia a quello dei fiori in disfacimento e del sudore umano: normalmente al Cairo non associo né il tanfo del sudore umano né quello dei fiori in disfacimento; semmai associo l'odore del cibo, che a meno che non provenga dal fegato fritto o dalla bresaola è un profumo. Ci sarebbe tanto da dire a proposito delle sfumature odore/profumo/tanfo, ma non ho tempo e mi sono appena resa conto di aver usato un punto e virgola, per giunta.

Se poi c'è un posto in cui gli artigiani sono tutt'altro che impareggiabili e i mercanti tutto meno che estremamente seri, quel posto è il tanto decantato Khan Al Khalili, più che il bazar più favoloso del Medio Oriente, quello più made in China. Sono in disaccordo anche sul fatto che El Fishawy sia un posto irrinunciabile...a parte la clientela elitaria non offre alcunché in più a qualsiasi altra caffetteria del Cairo e dell'Egitto tutto. Ed è pure caro e striminzito. E affollatissimo di ragazzetti con costosi cellulari in una mano e il narghilè nell'altra.
Non posso pretendere che Il Cairo piaccia a tutti, anzi, forse piace poco anche a me. Quando arrivo dall'Italia ho sempre fretta di rimettermi in viaggio ed arrivare ad Alessandria, invece al ritorno mi ci aggrappo perché è l'ultimo scampolo d'Egitto, nonostante in ogni angolo ci siano cose che mi ricordano quanto è lontana Alessandria. Spesso mi incute timore ma ne rispetto lo spirito e l'atmosfera. Quello mi piace e mi manca. E' la madre del mondo, dopotutto. E mi lascio avvolgere senza resistenze dal fascino del tempo e dalla spiritualità che qui sembrano avere un gusto e un odore definiti.
No, ditemi, mi ci vedreste a scrivere un articolo su Amsterdam?
19/08/2009: ho appena aggiunto il link, l'avevo dimenticato e me ne scuso. Rileggendo l'articolo, non mi trovo d'accordo neanche sul fatto che i versi del Corano siano, in ordine di importanza, secondi alla Divina Commedia. Un altro paragone inappropriato...e per la cronaca io preferisco il Corano, 33 milioni di volte. Sì, sì, decisamente.