Non ho mai sofferto così tanto a scrivere un post. Se lo faccio è solo perché ritengo che tutti debbano sapere.
Ho sempre pensato che se le forze dell’ordine sospettano di qualcuno per qualsiasi motivo, lo fanno a ragion veduta. Ho sempre pensato, poi, di non poter essere oggetto di sospetto da parte delle forze dell’ordine per via della mia vita ordinata e ordinaria, insieme a mio marito nella nostra casa a Perugia. Ma oggi in quella che se non fosse stato Ramadan sarebbe stata l’ora poco dopo il pranzo, ho dovuto ricredermi.
Hanno suonato alla porta e quando abbiamo aperto ci sono letteralmente piombati in casa cinque agenti in borghese, credo si sia trattato di carabinieri. Gli abbiamo chiesto di identificarsi, uno di loro mi ha mostrato un distintivo; ricordo un vago colore arancio e “tenente”. Non salutano né chiedono permesso, sono senza mandato di perquisizione, ma varcano spavaldi e incuranti la soglia del nostro appartamento. Dicono che non serve nessun mandato. Chiedono ad Ali il permesso di soggiorno e a me se sono italiana. Uno di loro corre a perlustrare il bagno, un altro bracca Ali che era andato in camera da letto a prendere la sua valigetta con i documenti. Io, sbalordita, cerco di capire cosa sta succedendo ma mi viene espressamente chiesto di non fare domande. L’agente rimasto con me mi scruta e mi chiede ripetutamente se sono incinta. E’ convinto che lo sia, mi fa anche gli auguri. Ma non sono incinta, non c’è verso di farglielo capire. Per interminabili minuti mi chiedo cosa pensano di trovare in casa nostra, da due come noi che vivono onestamente e tranquillamente senza disturbare nessuno.
La porta di casa è rimasta aperta, qualcuno esce con i nostri documenti in mano. Io cerco nuovamente di ragionare con gli agenti, tutti ragazzi sulla trentina, ma niente da fare. Entra un altro uomo, chiede di nuovo i documenti e un pezzo di carta. Mi chiede se ho qualcosa in contrario alla loro visita e quando rispondo di sì dice che gli sto facendo perdere la pazienza. Vado nella cameretta che usiamo come ripostiglio a prendere un blocco di fogli e uno degli uomini mi segue. Io continuo a ripetere che tutta la situazione è assurda e surreale e che non hanno il diritto di stare in casa nostra. Ha la faccia grossa e tonda e con in bocca un sigaro spento mi dice di stare tranquilla. Cercano droga in casa nostra. Io gli dico che non c’è droga nella nostra casa e che stanno sprecando il loro tempo, lui dice che invece c’è. Ci trasferiamo in salotto mentre qualcuno gironzola ancora per casa. Mi viene intimato di calmarmi, mentre io cerco di raccogliere tutta la mia pazienza per non esplodere. Anche ad Ali hanno detto che c’è droga in casa e quando lui gli ha detto che si stavano sbagliando gliel’hanno ribadito puntando ripetutamente il dito sul tavolo.
Appuntano le nostre generalità, la nostra occupazione, dicono che dobbiamo pazientare una decina di minuti e che se riteniamo opportuno di doverci difendere, possiamo chiamare un avvocato che può presenziare alla perquisizione. La perquisizione, sì. Ali gli dice di perquisire quel che vogliono e poiché non troveranno niente dovranno rimettere tutto a posto. Uno precisa che loro non sono donne delle pulizie e io sbotto educatamente: gli dico che dalle forze dell’ordine mi aspetto tutela e protezione, non accuse infamanti. Gli dico che se avessi sposato Mario Rossi non si sarebbero neppure sognati di entrarmi in casa. Gli ripeto che stanno perdendo tempo e che mi sento umiliata e violata. Nessuno cercherebbe mai droga in casa loro, quindi non vedo perché dovrebbero farlo in casa mia. Loro minimizzano, dicono che se continuo ad agitarmi do loro modo di pensare che ho qualcosa da nascondere. Provate voi a stare tranquilli in quella situazione. Rassegnata, mi siedo e li invito ad arrestarmi. Non vedo via d’uscita.
Poi per grazia di Dio un loro collega irrompe e li chiama tutti fuori perché hanno scoperto che di fronte a noi abita un tunisino. Rimaniamo in salotto con un agente che continua a farci domande. Io ho bisogno d’aria e vado verso il finestrone del retrocucina, ma mi viene intimato di rimanere lì in salotto. Non mi è dato muovermi.
Il tunisino abita al primo piano come noi, al suo appartamento si accede tramite una porta a vetri e un ballatoio esterno appena oltre il pianerottolo del piano. Vedo la sua porta e la sua finestra dal mio salotto. Al nostro interno invece si accede da un’altra porta proprio di fronte alle scale del piano. Veniamo finalmente lasciati soli, proprio quando io, sopraffatta dall’umiliazione, mi abbandono alle lacrime tra le braccia benevole di mio marito, nello stupore generale.
Soli, ci spostiamo sul balcone, ho bisogno d’aria e ne ha bisogno anche Ali che cerca di consolarmi con i suoi modi discreti. Sembra tutto un maledetto incubo, ma le loro voci che ancora mi giungono confermano che è tutto vero. Non so cosa sia successo di preciso lì dentro, ma ho sentito volare parolacce e a quanto pare la droga doveva trovarsi lì.
Qualcuno è rimasto sul ballatoio antistante, qualcuno è sceso in strada, qualcun altro torna con le macchine, parcheggiate tutt’intorno allo stabile. Uno alza lo sguardo, abbozza un sorriso, mi chiede se sono un po’ più tranquilla ma la risposta è fin troppo scontata. Quello rimasto sul ballatoio mi chiede di uscire dalla porta di casa sul corridoio interno, credo che si chiamasse Leonardo. Com’è che ti chiami? Silvia? Era stato l’unico con cui si era potuto cercare di ragionare un minimo. Dice che devo calmarmi, cercavano un arabo con la moglie italiana, c’erano alte probabilità che fossimo noi. Non si scusa, è tutto normale, dice, non abbiamo più niente da temere, ora. Dice che sono entrati in quel modo perché sono abituati a trovarsi davanti gente armata e senza scrupoli. Poi ci saluta, il tizio che stavo per far spazientire lo ha chiamato e quando si è sentito dire che Silvia aveva bisogno di due parole non deve aver reagito bene. Poi le macchine si sono allontanate e io sono rimasta inebetita e svuotata, in preda al disgusto e all’umiliazione. Eppure il mio domicilio dovrebbe essere inviolabile. E l’Italia uno stato garantista. Ma per quelli come me ci sono i metodi della Gestapo, a quanto pare. E sposare un egiziano è quanto basta per farsi perquisire l'abitazione.
Ho ancora un forte senso di umiliazione addosso, mi sento violata e credo di avere tutte le ragioni per pensare di esserlo stata. Chi mi conosce sa che non mi drogo, né mi sono mai drogata, né ho intenzione di farlo. E lo stesso dicasi per mio marito. Ecco perché mi sento umiliata.
Penso a tutte le volte che qualcuno mi ha detto di pensarci due volte prima di trasferirmi in Egitto per via della “sicurezza”: secondo molti qui sarei libera e tutelata, vivrei in un mondo moderno, avanzato, pulito e accogliente. Il migliore dei mondi possibili, insomma. Il prossimo che si azzarda a dirmelo, scoppio a ridere e se insiste gli mollo una sberla. Io qui non voglio starci un minuto più del dovuto, non riesco a pensare neanche lontanamente di crescerci i miei figli e piantarci le mie radici. Piuttosto preferisco morire di fame.