1985. Millenovecentottantacinque, come quando si scrivono gli assegni.
Cosa succede nel 1985?
In Russia "l'uomo nuovo" Gorbaciov diventa segretario del PCUS (e subito ecco che arriva Rocky a prendere a pugni Ivan Drago). In Italia ci becchiamo il "grande vecchio" Cossiga come Presidente della Repubblica. Prima di lui, al Quirinale, c'era Sandro Pertini... e ho detto tutto. Enzo Tortora, condannato a 10 anni di carcere per non aver commesso nulla, inaugura un nuovo reato di matrice Orwelliana: il crimine d'immaginazione. Quella di chi, semplicemente dicendo che vendi droga per conto della camorra, può farti finire in carcere per 10 anni. Nel 1985 esce nei cinema Brazil di Terry Gilliam che è un bello sguardo sul nostro futuro (date un'occhiata alla faccia di Donatella Versace oggi e ditemi se sbaglio), Doc Brown inventa il viaggio nel tempo a bordo di una DeLorean e dall'ultimo piano del palazzo davanti al mio, case popolari di seconda generazione (la prima generazione, quella dove nel 1985 abito io, è di 3 piani; i palazzi della seconda, invece, di piani ne hanno oltre 10), qualcuno di cui non scoprirò mai l'identità spalanca la finestra, ci piazza davanti le casse delle stereo, mette il volume a palla e con il riff di chitarra iniziale su rullo di tamburi di Money For Nothing sveglia tutto il quartiere. Money for Nothing è il brano trainante di Brothers in arms, il quinto album dei Dire Straits che, alla fine, ha venduto 30 milioni di copie. Fatevi due risate guardando questa classifica degli album più venduti di sempre: scoprirete che al top, tra quelli da 40 e più milioni di copie, non ci sono i Beatles, Elvis o gli U2 ma... quella MILFissima di Shania Twain e quel tuberone di Meat Loaf.
Ho sempre trovato divertente la polemica attorno alla "checca milionaria col trucco e gli orecchini che ha un jet tutto suo" di cui si parla nel testo della canzone. Mi fa ridere pensare che la canzone circolasse in una versione rimaneggiata per i negozi e i ristoranti, e che quel "faggot" venisse distorto quando il brano andava in onda sulle radio americane e spesso rimpiazzato da termini alternativi più morbidi (tipo "queenie" o "motherfucker") nelle esecuzioni della band dal vivo.
Roba da "puttana, puttana, puttana la maestra..." "Suoni la chitarra su MTV. Quello mica è lavorare. Ti danno soldi per non fare nulla e la figa è gratis"canta Mark Knopfler (con sottofondo di Sting in falsetto). È qualcosa di irreale, di sintetico (come il video che accompagna il brano, per la cronaca il primo trasmesso da MTV in Inghilterra), qualcosa che invidi e desideri con la forza che è propria dei desideri irraggiungibili, qualcosa che ti logora giorno dopo giorno mentre, nelle nostre vite sature di normalità, "installiamo forni a microonde, consegniamo cucine, spostiamo frigoriferi e televisori a colori". Ecco, ti dici, "avessi imparato a suonare la chitarra o la batteria" ora sarei anche io su uno schermo ben pagato per non fare un cazzo.
In una sola parola (però tedesca, quindi non vale): è la weltanschauung del futuro che, anche se nel 1985 ancora non lo sappiamo, ci attende tutti pochi anni più avanti.
Per questo se mi chiedete dove per me inizia il presente vi rispondo "lì", nel 1985, affacciato alla finestra con il resto del mio quartiere a cercare di capire chi è il vicino invisibile che sta facendo suonare la sigla d'inizio della mia vita da adulto.
Riflettevo oggi su questa mia capacità innata di ricordarmi le cazzate, pezzettini di memoria che rimangono immobili esattamente lì dove si sono piantati decenni prima e che, ogni volta che riemergono in una qualche conversazione, fanno esclamare al mio interlocutore sempre la stessa frase: "Ma come fai a ricordarti 'ste cazzate?".
Probabilmente la mia è solo la manifestazione più evidente di quella cultura del rimbalzo cognitivo che permea tutta la mia generazione, propria quella che il sor Baricco ha perfettamente descritto nel suo I barbari.
O forse, davvero, io riesco a ricordarmi solo le cazzate...
Fatto sta che, se mi si dice San Valentino, a me, che evidentemente sono un uomo dal cuore arido, automaticamente viene in mente la canzone di Massimo Priviero, ma soprattutto – "ma come fai a ricordarti 'ste cazzate?", appunto – mi ricordo come un faro dritto nella memoria di me diciassettenne la frase di lancio con cui, nel 1988, il geniale marketing di Warner decise di mettere un bel piombo alla carriera del giovane rocker: "Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo Priviero".
La frase, che mi dicono campeggiasse allora sui manifesti che tappezzavano mezza Milano, era una riproposizione di quella usata 15 anni prima dal critico musicale Jon Landau in un suo celebre pezzo, quello che sancì la nascita dell'astro di un signor nessuno come Bruce Springsteen.
Roba che spezzerebbe le ginocchia a chiunque, dico io.
Nonché una roba che, aldilà delle qualità musicali del cantante (un mix tra Ligabue e Luca Carboni, viene da pensare riascoltando oggi il pezzo), lo pone di diritto nel mio olimpo personale del PARFAC!,etichetta che i miei 5 lettori e 1/2 conoscono già da tempo.
Già, Ligabue...
Nel 1988 la Warner lancia anche il Lucianino nazionale che, con il suo album d'esordio, automaticamente, va a collocarsi in quella nicchia rock'n'rolla dal sapore cantautorale (al tempo era una nicchia) dentro cui c'era anche l'imberbe Priviero.
Lucianino che, senza il piombo di qualcuno che lo presentasse come il nuovo Springsteen, ha tutta l'agilità per sbattere fuori da quella nicchia chiunque avesse ambizioni al trono di rocker italiano.
Luciano che, a dirla tutta, al tempo condivideva con Priviero non solo il genere musicale ma anche un taglio di capelli ugualmente improponibile.
Insomma, una storia questa di Priviero che, riflettendoci a posteriori, la dice lunga sulla capacità di fare sistema che ha la nostra industria dell'intrattenimento (argomento su cui tornerò in uno dei miei prossimi post).
Scopro oggi, scrivendo questo pezzo, che Massimo Priviero non è scomparso e che, in culo a quel marketing capace solo di ragionare in termini di "se non sei una star, non ci servi" (come se un catalogo, musicale, cinematografico o letterario che sia, avesse bisogno solo di star...) , ha continuato a scrivere, suonare e cantare, mettendo in piedi una carriera musicale di tutto rispetto e avendo poi come produttore di uno dei suoi album nientepopodimeno che l'amichetto con la bandana di Springsteen "Little" Steven Van Zandt.
E questo senza contare che, una volta all'anno, chi a San Valentino cerca su Youtube una canzone a tema da linkare, molto probabilmente trova la sua.
Ora, premesso che diffido a priori della qualità musicale di qualunque italiano che si definisca rocker, quella di Priviero mi sembra una parabola interessante (forse soprattutto perché, come già detto, le personalità PARFAC esercitano su di me un grande fascino).
Ecco, diciamo che una biografia di Luciano Ligabue farei una certa fatica a leggermela, mentre su questa qua di Priviero potrei farci un pensierino (dopo il trasloco, però).
Intanto però, visto che oggi è San Valentino, beccatevi il video (e, come dice Jacopo Masini, "fate rosicare i cinici: amatevi tantissimo").
Fossati mio, che gran brutto commiato dalla scena musicale che ti sei scelto.
Certo, se con questo album ci volevi comunicare che è l'ultimo perché in questa forma non hai più nulla da esprimere, tranquillo: il messaggio è arrivato chiarissimo.
Basti dire che la migliore tra le dieci tracce è quella scureggetta a zampa d'elefante che più o meno da il titolo all'album (e che qui sotto potete ammirare nella solita, squallida, marchetta da Fabio Fazio che vale la pena guardare solo per domandarsi: "ma che cazzo ha tanto da agitarsi quel tarantolato del bassista panzuto?"):
Se questo fine settimana (sabato 10 e domenica 11 settembre) capitate dalla parti di Reggio Emilia e vi va di passare a farmi un saluto, fate un salto a NOTES 2011, manifestazione presso la quale mi troverete con lo stand della salda-casa editrice.
(se vi sto le balle e non vi va di farmi un saluto, non mi sembra un buon motivo per perdersi NOTES 2011 perché... lo spiego dopo la parentesi. Su, uscite che devo chiuderla)
NOTES 2011 è una 2 giorni creata e organizzata dalla cooperativa sociale "Bottega del Lavoro".
Si svolge a Reggio Emilia, presso il parco "Legnolandia" di Via Cecati (quello di fianco al cimitero monumentale, anche se tutti i reggiani – superstiziosi – preferiscono dire "quello dietro il negozio Reggio Gas". Comunque sia, con i lavori in corso di via Cecati, è comodo parcheggiare nel parcheggione di fianco... al cimitero monumentale. E poi si raggiunge il parco tramite un viottolo. Occhio agli zombie).
La bella immagine di NOTES 2001 è dell'esimio Roberto "el peonza" Zambelloni.
Dato che il sottotitolo della due giorni di NOTES è "parole e jazz: improvvisazione letteraria e musicale", sabato (dalle 15,00 fino a sera) si parlerà di EDITORIA, con letture e presentazioni di libri (un po' per i bambini e un po' per gli adulti).
Alla sera ci sarà una cosa particolare di Aldo Gianolio a metà tra la lettura e il concerto che farà un po' da ponte tra il programma di sabato e quello del giorno successivo.
Domenica, infatti, è la giornata dedicata alla MUSICA: dalle 11,00 di mattina fino a sera, si terranno nel parco un sacco di concerti jazz di vario tipo (swing & jive, be bop, bossa nova, modale etc.), con una jam session finale aperta al pubblico in serata.
Completano il programma della due giorni, qualche laboratorio dedicato ai bambini e la presenza di una decina di stand di varie case editrici (non solo a fumetti).
L'entrata è gratuita (concerti compresi) e mi sembra di avere capito che sarà in funzione anche un punto ristoro.
Io sono stato invitato per fare 4 chiacchiere con Massimo Bonfatti (sul suo lavoro, da "Cattivik" a "Capelli Lunghi" passando per l'appena ristampato "Leo Pulp") e per partecipare con altre case editrici (Lateral Studio, Vincent Books, Comix Comunity) ad un incontro con il pubblico in cui si parlerà di come si scelgono e si pubblicano i libri a fumetti (o, meglio, di come ognuno di noi lo fa).
Entrambi gli incontri sono sabato, quello con Bonfatti alle 17,00 e l'altro con le case editrici alle 19,00.
Il resto del programma (più qualche altra info) lo trovate QUI (o cliccando sull'immagine in basso per ingrandirla).
Secondo me, se il tempo tiene, sarà una cosa divertente.
Solo per consigliare "Torno a casa a piedi", il nuovo album di Cristina Donà, una delle voce più interessanti e originali della canzone d'autore italiana.
Anche se è pressoché certo che il terzo capitolo di Manuale d'amore sarà la solita commedia insipida e sciacquetta per tempi insipidi e sciacquetti – cioè, esattamente come gli altri due capitoli che l'hanno preceduto – la canzone di Morgan che hanno utilizzato per il trailer (Altrove) è proprio bella, sia come musica, sia come testi (ma in realtà è tutto l'album La canzoni dell'appartamento ad essere bello).
Quel canuto ragazzo ci aveva fatto sperare bene, ma poi lo sappiamo tutti com'è finita...
L'altro giorno 1/2 mi fa notare che per Italia, la nuova entità politica che dovrebbe andare a sostituire il Pdl/Forza Italia dopo il fallimento dell'asse con Fini e i finiani, sembra che non sia stato ancora scelto il jingle tormentone (e sembra anche che il nome l'abbiano preferito alla prima idea che l'inconscio gli aveva fatto venire in mente: Viva l'Italia. Peccato, l'acrostico VILI sarebbe stato perfetto.)
Di più: secondo 1/2 è incredibile che nessuno, nonostante quello che si sta leggendo nelle ultime settimane a proposito delle abitudini serali del Prez, abbia ancora segnalato per l'inno questo intramontabile classico. Ci starebbe come il proverbiale cacio sui maccheroni:
ps: accidenti, sembra solo ieri che si scherzava a raccogliere ortiche e si parlava tutti fittifitti delle sedute dell'uomo della Provvidenza Guido Bertolaso con la procace Francesca del Salaria Sport Village (gentilmente messa a disposizione dal grato Diego Anemone). È proprio vero che l'obiettivo di questa gente è cancellarci la memoria storica... combinandone ogni giorno una nuova.
C'è un uomo magro, biondiccio, con la barba lunga che vaga per le strade vuote di una grande città apocalitticamente deserta.
Ad un certo punto si scontra con alcune persone, presumibilmente sopravvissute.
Entra in un edificio vuoto, sale sul tetto di un palazzo, escono fuori delle armi da fuoco e, alla fine, c'è un'esplosione.
Le cose sono due: o è il riassunto schematico della prima stagione di The Walking Dead o l'ultimo video di Jovanotti.
Basta continuare a sbertucciarsi il cervello su Obama, Rolling Stone e la sinistra italiana che tanto non c'è più.
Una bella canzone d'antàn del maestro Tony Tammaro, dedicata a tutti quelli che si amano di tanto amore. Mentre vi scorrono nelle orecchie le note, ognuno pensa al suo di amore tutto per intero che io penso al mio 1/2.
Il 10 agosto del 1981, alle ore 12, MTV inizia la sua programmazione.
A mo' di manifesto, il primo video che l'emittente manda in onda è quello del brano del 1979 dei The Buggles, Video killed the radio star, girato da quel Russell Mulcahy che le generazioni a venire ricorderanno giustamente solo per questo e per la regia di Highlander.
(ve lo appiccicherei qua sotto ma, essendo da queste parti agosto il mese dedicato all'opacità, non posso. Ve lo potete comunque vedere QUI)
Ventinove anni dopo, esattamente alla stessa ora, seduto sul punto d'impatto di quella che sembrava che fosse una rivoluzione e invece, come spesso accade, era solo l'ennesima tappa di una colonizzazione, mando in onda questo post.
Taver – al secolo Fabrizio Tavernelli – è un visionario.
E, come tale, lo mette già in conto che, qualunque cosa farà, prenderà sempre delle gran sberle dalla realtà.
Ma, negli anni, ad ogni sberla, Taver ha restituito con grande generosità al mondo un pezzetto di poesia – qualunque cosa voglia dire questa fin troppo abusata parola – lo ha inoculato con il virus della sua visione trasversale sulle cose e le persone e, con un sorriso, l'ha consegnato al suo sventurato avvitarsi sulle proprie miserie.
E quindi, oltre che visionario, Taver è anche un pericoloso untore del pensiero. Ovvero un terrorista.
E come tutti i veri terroristi, lui lo sa bene che l'invisibilità è un bene prezioso.
L'invisibile Taver.
Prometto all'universo che, prima di morire, ce la farò a mettere in piedi una space opera (sì, lo so: ho obiettivi altissimi). E quando sarà, a parte una rotoballa in locandina/copertina che mi garantirà l'amore eterno di 1/2, dentro ci vorrò Taver con la sua musica a cavallo tra l'agrospace e lo splatterfolk, fatta di mondine, onirici pesci siluro, vendicativi partigiani zombie, sciamani padani, saponificatrici danzanti e tecnovillani onanisti (e ci scommetto che quel giorno entrambi i F.lli Nazzaro, Sergio e Giona, saranno entusiasti di essere della partita).
Che poi, ora che ci penso, un piccolissimo passo in questa direzione l'ho anche già fatto.
Per i lettori dei libri saldaPress in ascolto, avete presente l'introduzione (pardon, proemio) in stile Omerico all'Oudeis di Carmine Di Giandomenico?
Ecco, quella è tutta farina del sacco di Taver.
Taver ha fotografato come pochi altri con la sua musica questa zona depressa che di nome fa Pianura Padana e, con una precisione che ancora oggi ad ogni ascolto lascia sgomenti, l'ha proiettata in un altrove fantastico dove ogni singolo aspetto dell'afoso loco ameno ha trovato la sua esatta collocazione.
Per capirci, se fate un salto da queste parti e vi date un'occhiata in giro, è più probabile che troviate segni della Provincia Exotica teorizzata da Taver ai gloriosi tempi degli AFA (musica ben scritta e suonata e che quindi, in quasi ventanni, non è invecchiata di un giorno) che non la poetica light del fosso cantata per ogni autogrill da Ligabue.
A Taver invidio un sacco la capacità di saper fotografare la realtà che lo circonda e di riproporla con intelligenza e ironia in musica.
Come nel caso di questo brano, Pachistano Reggiano, affidato al nuovo progetto trasversalissimo a cui Taver partecipa (Babel) e che, con quell'inizio folgorante in mazurka che sfocia in bangra, ci riporta ai tempi di Core Selvatico, brano del 1993 che partiva come struggente ballata melodica e finiva in un delirante speed metal in dialetto correggese. Pakistano Reggiano, nel giro di tre minuti, mentre ti fa ridere e battere il ritmo con il piedino, centra l'argomento di mille polemiche sull'integrazione (e la contaminazione) in terra reggiana che i giornali faticano a raccontare.
Ascoltatelo (insieme a un altro paio di brani dei Babel) QUI.
L'altra sera, dopo il concerto dei Babel a Modena, saluto Taver e gli faccio i miei complimenti per la serata: "Grande Taver! Pachistano Reggiano è un grande pezzo, un bel ritorno allo stile divertente degli Afa."
E lui "Però è una canzone seria."
E io "Lo so bene. È proprio quello il suo bello."
Musica d'avanguardia quella di Taver che, purtroppo per lui, suona in un paese che da pochissimo spazio alle idee serie espresse con un sorriso.
PACHISTANO REGGIANO ======================== Sono un casaro con il turbante original furmai from Mumbai parmigiano reggiano e spezie d'oriente ho un caseificio in Bollywood style vengo dal Panjab, vengo dal Kashmir sono il più bravo a raccoglier pom e pir sono tamil, son del Rajasthan ascolto Nusrat Fateh Ali Khan voglio una moschea in ogni latteria voglio un tempio sick vicino a casa tua voglio andare a Bangalore con un trattore a Islamabad con la motofalciatrice uso la forca e la vanga al ritmo di bangra se entri nella mia stalla ti dico inshallah
Pakistan reggiano pakistan
Il fieno essiccato come the verde con la mungitrice ho fatto un narghilè con un drone di tanpura cresce meglio la verdura devoto sufi alla potatura sitar e tabla cun i pe sota la tevla qawwali music from Peshawar organizzo la vendemmia con un corso d'informatica con la sharia reggo la tua economia ballo la mazurka con il burka la danza kathak e la polka buddha, shiva e visnù e i tortelli col ragù cardamomo, coriandolo e cumino nel ripieno del tortellino se la montagna non va da maometto ecco un po' di gnocco fritto te lo canto con un raga dammi la busta paga
Pakistan reggiano pakistan
Cricket : se non sai giocare tachet tigre: balsamo di tigre bengala ci unisce la risaia tarana come un canto di mondina dhol drum bidibidibidibadan are krishna are krishna krishna are pastun l'italiano è più ladrun la croce, la foce, il delta del Gange che inonda quello che ci piace Dal Po alla Via Emilia, mi sembra il Pakistan, l'India
Ok, tagliamo la testa al tonno: avevo abbozzato una recensione piena piena di cose argute e saputelle per questo nuovo album dei Gotan Projectma ho deciso di buttarla nel cestino.
Perché la verità è che io, al brano 2 di questo tanto atteso Tango 3.0, quando iniziano a cantare i bimbetti, salto al brano 3.
Così il brano 1 lo vivo con l'ansia che ogni secondo di musica (che pure è bella, ma non certo bellabella come quella del precedente Lunatico) ci avvicina sempre più al brano 2 e, con esso, ai cinni che cantano.
E io, lì, c'è poco da fare: salto al brano 3.
Gotan Project, che c'azzeccano i cinni con il tango?
Ve lo dico io: un cazzo!
Chi balla il tango (e ha dei cinni), i cinni li lascia a casa quando va a ballare, mica se li porta dietro. Chi ha dei cinni (e balla il tango), almeno per quelle duetrecinque ore di milonga non vuole saperne un cazzo di essere padre o madre di uno o più cinni: vuole ballare su una bella musica tanguera e non pensare ad altro che all'abbraccio che quando ingrana è tutto un altro andare.
Tutto questo per dire che mi sa che Tango 3.0 segnerà il definitivo divorzio tra GP e popolo tanguero (a cui anche io appartenevo, attualmente non appartengo e, chissà?, magari un giorno riapparterrò).
Che se parliamo dei GP – e qui recupero una parte saputella della già citata bozza di post eliminata – si deve parlare anche del fatto che il rapporto tra GP e popolo tanguero non è mai stato dei migliori.
Mi spiego: chi balla il tango magari trova anche piacevole da ascoltare la musica dei GP ma poi, quando si tratta di ballare, non la sceglie. La considera ascoltabile ma non ballabile (e questo vale soprattutto per Lunatico). Andando poi più nello specifico, tra chi sapeva che di là dell'Oceano esisteva una nuova scena tanguera molto prima che si imponesse a livello planetario il fenomeno GP, c'è sempre stata la consapevolezza che la loro musica fosse la vulgata di tanta altra musica a cui probabilmente mancava un buon ufficio stampa per emergere.
Comunque sia, questa è la scaletta dell'album:
1 - Tango Square
2 - Rayuela
3 - Desilusión
4 - Peligro
5 - La Gloria (feat. Víctor Hugo Morales)
6 - Mil Millones
7 - Tu Misterio (feat. Melingo)
8 - De Hombre A Hombre
9 - El Mensajero
10 - Panamericana
11 - Érase una Vez
Ora, cinni cantori a parte (che sono abbastanza orridi), il brano 1 è costruito sui fiati (che la fanno da padrone in tutto l'album) in modo interessante, il 2 (coi cinni) non si caccia giù, il 3 è bello, il 4 così così, il 5 sembra una strana marchetta per gli imminenti mondiali di calcio (e probabilmente lo è pure), il 6 è un mezzo dub che sembra già un remix, il 7 c'ha dentro Melingo che canta e suona il clarinetto (e Melingo sì che è qualcosa di interessante nel tango contemporaneo), l'8 è una curiosa colonna sonora tanguera per una spy story anni 60 (tipo, che so?, che il titolo si riferisca a James Bond che incontra Carlos Gardel e, passeggiando tra le vie di Palermo e gli scorci di Sant'Elmo, lo coinvolge in una trama crepascoliana. Che così Crepascolo travalica dal narraverso dei "commenti" a quello dei "post"…), il 9 non è male, il 10 mi sembra il più bello dell'intero album con questo strano incontro immaginario tra il tango e i Bee Gees che ti mette addosso una voglia bestiale di pantaloni a zampa d'elefante (su scarpa rigorosamente con suola in bufalina) e, infine, l'11 che chiude l'album è una delle cose più brutte e melense (ma melenso brutto) che i GP abbiano mai prodotto (ma che probabilmente sarà l'unico brano che quei provoloni dei tangueri riusciranno a ballare).
Risultato?
Tango 3.0 è un album che, pur partendo bene, inciampa quasi subito (sui cinni), si riprende, un po' annaspa, qualche botta d'orgoglio qua e là ce l'ha ma poi, alla fine, si sgonfia come una torta in forno che mamma t'aveva detto di non aprire ma tu apri lo stesso e lei (la torta, non la mamma), pufff, retrocessa da dolce di fine pranzo domenicale a colazione di fretta dal lunedì al venerdì.
(QUI, cliccando sui singoli titoli, potete ascoltare i brani dell'album e toccare con mano se dico o meno cazzate. Cioè, più del solito intendo…)
Tipo che sono usciti dal cilindro i primi nomi degli autori che quest'anno parteciperanno alla terza edizione del Picnic! Festival (li trovate QUI) o che probabilmente durante la prossima Napoli Comicon si incontreranno su uno stesso ring il sottoscritto, tovarischRuggiero, Alessandro Bilotta e Carmine Di Giandomenico per parlare del traguardo raggiunto con l'essere tutti sopravvissuti alla pubblicazione del quarto volume de La Dottrina (ma siamo ancora in attesa che Don King confermi luogo, data e ora dell'evento).
Oppure che, con l'arrivo della Disney in casa Marvel, sembra che la nostrana Panini abbia appena perso lo ius primae noctis che aveva da tempo sul licensing internazionale di Spidey & co. (e che, come è stato rivelato con sgùp dal Botterone nazionale QUI, avrebbe pure taglieggiato la Marvel – alla canna del gas ai tempi della stipula del contratto di esclusiva – strappandogli la possibilità di non pagare una roba da due lire come i diritti di esclusiva).
O anche che Marco Rizzo (già padroncino di Comicus e impiegato a mezzo servizio in casa BD) ora siede sulla panchina lunga degli editor Panini (che poi, che il vero significato della parola "editor" in un casa editrice e il ruolo che a Modena intendono con questa parola siano due cose completamente diverse, sarebbe di scarsa importanza ai fini del racconto).
Ma è una così bella giornata di sole fuori dalla finestra e, quindi, a chi volete che interessino queste facezie? Non di certo a me.
Vi racconto allora che dentro di me si nasconde un traduttore inespresso (in buona compagnia di tante altre cose inespresse).
È quello che fa sì che, come editor (oh sì, che bello! Anche io editor, anche io!), scassi le balle fino all'inverosimile al buon Tosco quando traduce Liberty Meadows o PvP. Ma mica perché lo traduce male. Anzi. E solo che il Tosco è uno che sta al gioco, forse perché anche lui si diverte a cercare il virtuosismo di traduzione. O forse perché sa che lo devo ancora pagare… Anche il Maestro Voglino credo che ne sappia qualcosa della mia puntigliosità per le traduzioni (però la bella cavalcata che abbiamo fatto insieme per Casanova, anche se il pubblico italiano quel libro non l'ha capito per un cazzo, è qualcosa di cui, come editore, sono davvero orgoglioso).
È sempre il traduttore inespresso che c'ho nascosto dentro quello che ci gode un sacco quando, a una parola inglese che non conoscevo, riesco ad associarne una di quelle poco usate dall'italiano medio e che invece fanno così bella la nostra lingua.
Tipo, l'altro giorno "ammennicoli" (o "gingilli") per "trinkets".
Tutto questo per dire che cosa?
Due cose.
La prima è che se, per caso, aprendo L'annuario 2010 di Fumo di china vi imbatteste in questo "premio Oscar alla minchiata in un'intervista" (di non mi ricordo chi a Giacomo Bevilacqua, autore di "A Panda piace…"):
(domanda): A Panda piace. E a Giacomo Bevilacqua? (risposta): Pure.
e decideste di lasciare in edicola la rivista, fareste male perché così facendo vi perdereste un bel pezzo di Leonardo Rizzi sul… problema dei traduttori (che mi ha fatto pensare che, in giro, ce ne dovrebbero essere di più di pezzi così).
La seconda invece è che, come forse buona parte di voi miei attentissimi 5 lettori e 1/2 si è già accorta, questo mese mi sono preso la balla per gli Eels.
Così l'altro giorno, guidando verso casa, stavo traducendo mentalmente il testo di una loro canzone, "Fresh feeling" (molto bella, sia perché inizia con una banalità gratuita di archi, sia perché finisce con un gioioso e liberatorio pestare sui piatti della batteria).
Ero lì che ascoltavo e mi dicevo: "Mmm, sentimento fresco sa di pubblicità per mentine. Nuovo sentimento? Bah, c'ha la stessa forza del pugno di Vicky il Vichingo. E poi c'è già il sentimento nuevo di Battiato. No no, qui un bravo traduttore per renderlo dovrebbe avere una botta di pensiero laterale".
E allora mi è venuto in mente che "fresh" può essere la caratteristica di qualcosa che è nuovo, qualcosa di vivo e appena spuntato.
Qualcosa di fresco sì, ma come un frutto (o una verdura).
Qualcosa di pieno di vita come… un germoglio.
E così l'aggettivo difficilmente traducibile (non tanto per il senso quanto per… il sapore) diventa sostantivo. Fresh feeling. Un germoglio di sentimento, appunto.
E, mentre pensavo a questa cosa del germoglio, mi è venuta anche in mente la cipolla che la settimana scorsa mi è germogliata nella dispensa: il giorno prima stava lì senza particolari entusiasmi e quello dopo, zac!, sembrava la Pianta de La Piccola Bottega degli Orrori che allungava i suoi tentacoli per conquistare il mondo.
Fateci caso: quando aprite la dispensa e trovate una cipolla germogliata (o anche una patata), avete sempre la sensazione che i tentacoli verdi si siano bloccati nell'esatto momento in cui avete aperto lo sportello della dispensa e che l'alliacea (o il tubero) se ne stiano immobili solo perché sperano che, così facendo, voi non vi accorgiate di loro e dei loro subdoli piani di invasione.
Una cipolla o una patata germogliate ci chiariscono definitivamente la natura aliena delle verdure.
Come i funghi o i broccoli, quelli standard o, pure peggio, quelli advanced – tipo quello che avete trovato in apertura di articolo e che vi domandavate cosa cacchio c'entrasse con ciò che stavate leggendo – che possono solo essere usciti da un sogno bagnato partorito dalla mente di Benoit Mandelbrot).
Detto ciò, ecco qua il testo della canzone degli Eels:
You don't have a clue / What it is like / To be next to you
I'm here to tell you / That it is good / That it is true
Birds singing a song / Old paint is peeling / This is that fresh / That fresh feeling
Words can't be that strong / My heart is realing / This is that fresh / That fresh feeling
Try / Try to forget / What's in the past / Tomorrow is here
Love / Orange sky above / Lighting your way/ There's nothing to fear
Birds singing a song / Old paint is peeling / This is that fresh / That fresh feeling
Words can't be that strong / My heart is realing / This is that fresh / That fresh feeling
Some people are good / Babe in the 'hood / So pure and so free
I make a safe bet / You're gonna get / Whatever you need
Birds singing a song / Old paint is peeling / This is that fresh / That fresh feeling
Words can't be that strong / My heart is realing / This is that fresh / That fresh feeling
That fresh feeling / This is that fresh feeling
Qui sotto invece un video in cui la canzone compare (dedicato al Tosco che dai tempi delle Medie mi sopporta e che, come fan di Scrubbs, conosce tutte le canzoni della serie a memoria):
(comunque, cari i miei 5 lettori e 1/2, "Gingilli inutili" – Useless Trinkets – è il titolo di una corposissima raccolta di b-sides degli Eels che trovate ben recensita QUI).
"Ah, la pianola Hohner suonata attraverso un doppio amplificatore Fender giocattolo. Ci può essere una gioia più grande nella vita?" dice E.
Una canzone che mi fa venire voglia di camminare per strada con i pollici infilati nelle tasche davanti (e che mi ricorda che devo ancora finire di leggere Loveless di Azzarello).
Love of the loveless. Da Shoothenanny (1993)
Non ho molto tempo / E non me ne frega niente / Non dirmi cosa fare / L'uomo sono io / Se c'è un dio lassù / Qualcosa là sopra / Dio fai brillare la tua luce quaggiù / Fai brillare l'amore / L'amore del senzamore
Non ho molti amici / Non mi sono mai sentito a casa / Sempre per conto mio / Più o meno da solo / So come cavarmela / E quando ti senti alle strette / Ce l'ho io qualcosa che ti serve / Ho l'amore / L'amore del senzamore
Tutt'intorno a te / Gente che cammina / Cuori vuoti e voci che parlano / Che cercano / E non trovano / Niente
Non ho molto tempo / E in fondo non me ne importa / Non vendo nulla / I clienti sono avvertiti / Se c'è un dio lassù / Qualcosa là sopra / Dio fai brillare la tua luce quaggiù / Fai brillare l'amore / L'amore del senzamore
Non ho molto tempo / E non me ne frega niente / Non dirmi cosa fare / L'uomo sono io / L'amore del senzamore
"È una lunga storia, ma questa canzone è stata composta dopo tutto il resto dell'album Daisies of the Galaxy ed è stata la compagnia discografica a insistere perché nell'album ci fosse. Il problema era che io non riuscivo a inserirla da qualche parte senza che le sequenza dei brani venisse fatta a pezzi e così, alla fine, ci siamo accordati perché comparisse come bonus track. Quando ho detto al produttore Lenny Waronker qual era il titolo del brano lui ha mimato con le dita una pistola e me l'ha puntata in faccia. E dopo di ciò la mia idea di farne una traccia nascosta dell'album è sembrato a tutti che non fosse poi così male. Credo che Lenny volesse che il titolo fosse Beautiful day ma io sapevo che un paio d'anni dopo gli U2 avrebbero avuto bisogno di quel titolo". (Eparlando di"Mr. E's Beautiful Blues")
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The smokestack is spitting black soot into the sunny sky
The load on the road brings a tear to the Indian's eye
The Elephant won't forget what it's like inside his cage
The Ringmaster's Telecaster sings on an empty stage
God damn right it's a beautiful day Ahah
God damn right it's a beautiful day Ahah
The girl with the curls and the sweet big ribbon in her hair
She's crawled out the window 'cause her daddy just don't care
(Come on!)
God damn right it's a beautiful day Ahah
God damn right it's a beautiful day Ahah
The clown with the frown driving down to the sidewalk fair
Finger on the trigger I tell you he is quite a scare
God damn right it's a beautiful day Ahah
God damn right it's a beautiful day Ahah
The kids fit their lids when their heads hear that crazy sound
Their neighbour digs the flavour still he's moving to another town
(and i don't believe he'll come back)
God damn right it's a beautiful day Ahah
God damn right it's a beautiful day Ahah
And I don't know how you're taking all the shit you see
You don't believe anyone but most of all openly agree
God damn right it's a beautiful day Ahah
God damn right it's a beautiful day Ahah
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PS: Con grande giubilo del Tosco, il pezzo, come si evince dal video qui sotto, compare nella colonna sonora del film Road Trip(o era Euro Trip?)
Ma quanto mi piacciono gli Eels?
Eoni fa mi imbattei in un loro video (Novocaine for the soul) che proveniva dritto dritto dal loro primo album (Beautiful Freak). Lo trasmetteva a manetta Carlo Massarini quando, in un'Italia assai diversa da questa, tornavi da scuola e, a pranzo, accendendo la tv ci trovavi Massarini che ti parlava di nuove tecnologie.
Bei tempi. Il programma tv era Mediamente (cliccate sul link per vedere chi ci bazzicava dentro e ditemi se oggi, all'ora di pranzo, qualcuno trasmette un'offerta simile).
Il video era questo:
Un po' l'apertura con gracchiare di vinile e batteria sciocca, un po' quegli archi che piombano all'inizio e ti fanno capire subito che si prenderà una strada insolita, un po' la band che vola (e il perfetto momento dello stop) e un po', ovviamente, l'intuizione che l'anima a volte abbia bisogno di un analgesico…beh, gli Eels da quel momento mi si sono ficcati in testa senza più cavarsene.
Pochi mesi dopo, sempre Mediamente, propone il video di Last stop: this town (dal secondo album Electro-shock Blues) in cui il cantante dona la sua faccia a una carota (e in cui, per la prima volta, ho pensato che Mark Everett, il cantante, assomigliasse in modo impressionante al mio amico dell'Isia Daniele Pampanelli, che tra parentesi, gli Eels li amava un sacco).
Questo video:
Non ho problemi ad ammettere che, se non ci fosse stato Novocaine for the soul, questo brano mi sarebbe comodamente scivolato addosso (somiglianza con Pampanelli a parte).
E invece sta dentro un album pieno di bellezza (e tristissimo nei suoi retroscena) che avrei apprezzato solo molti anni dopo (cioè oggi).
Sì, perché a parte Beautiful Freak, io di album degli Eels non ne avevo sentiti altri.
Avevo letto ovunque che Blinking Lights and other revelations era una capolavoro da ascoltare as-so-lu-ta-men-te, che gli Eels per la grafica dei loro album collaboravano più o meno con tutti i fumettisti USA che contano (tipo Seth, Daniel Clowes, Chester Brown e Adrian Tomine), che il cantante ora si faceva chiamare solo E e che si era fatto crescere una barba imperiale (la mia, in fondo, è un omaggio alla sua anche se credo che ora E la sua se la sia tagliata).
Però non avevo sentito altro degli Eels.
Perché? Credo che fosse una di quelle cose tipo i romanzi di Salinger o i film di Kieslowki: ti dici sempre che prima o poi, nella vita, arriverà quel momento in cui prenderai, ti metterai lì con la pazienza con cui i maschi annaffiano un'ossessione e li leggerai/vedrai tutti.
Non so a voi, ma a me funziona così.
E infatti, complice un lungo articolo di Pulp Libri che, recensendo l'autobiografia di E (Rock, amore, morte, follia e un paio d'altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere), elencava (e raccontava) la discografia degli Eels, ho deciso che quel momento era arrivato.
Così il mese scorso, in coincidenza con il mio compleanno, mi sono regalato la discografia degli Eels con cui ora sto martoriando il povero Martino qui in studio (Martino che già teme la metà di Aprile, quando, come già detto un paio di post fa, uscirà il nuovo album dei Gotan Project).
E com'è questa discografia?
Bella, molto bella.
Per adesso ho capito che c'è un primo periodo electro-blues che corrisponde più o meno ai primi tre album, poi un secondo più rock che gira intorno a Soul Jacker(che è un gioiello) e un terzo che più o meno arriva a oggi con End Times e che però non ho ancora affrontato seriamente (per adesso, tra lo studio e gli spostamenti in auto, sto metabolizzando i primi due).
Magari vi dico/scrivo meglio ad ascolto completato.
Per adesso vi rendo partecipi solo di questo pensiero che mi rendo conto che è bizzarro (e in buona parte suggerito dal titolo del loro terzo album, Daises of the galaxy): vorrei vedere un film di fantascienza con la colonna sonora degli Eeels. Fantascienza come quella del fumetto Lupus (e dico Lupus tanto per non intenderci visto che Lupus lo abbiamo letto in tre e, di quei tre, io non l'ho nemmeno finito).
Nel frattempo, se vi va, ascoltatevi la title track dal loro ultimo album.
Il vero scandalo è che l'insieme di suoni e parole messo in piedi dai 3 tizi di cui sopra non sia arrivato primo a Sanremo, altroché buttare al vento gli spartiti e fischiare (che però salvo in quanto raffinatissima citazione di "Prova d'orchestra" di Fellini).
Cioè, a parte che mi stupisco ancora che qualcuno si stupisca di qualcosa che accade in tv come se accadesse veramente, ma davvero nell'insieme di canzoni che stavano intorno a questa a comporre il Festival, ce n'era davvero qualcuna che andasse appena oltre l'inutile e lo scontato?
Lamentarsi di Pupo e gli altri due cosi e come andare a comprare le scarpe da Pittarello e non accettare che porterai a casa la qualità che stai pagando (cioè, nessuna).
Ma se il tenore imbarazza, di questo che vogliamo dire?
No, vogliamo parlare della pregnanza semantica del Premio della Critica?
O della futilità espressiva che sfornano mesi e mesi di reality musicaroli?
O della preponderanza critica di chi la vita lui la guarda negli occhi?
No, dai, seriamente.
Quella roba lì e chi la guarda (e chi prende su il cellulare e paga per votare le canzoni in gara, aggiungerei) è perfettamente in linea con la colossale opera demenziale firmata dai 3 marmittoni: è in linea con tutto, compresi i 3 marmittoni.
Talmente in linea che, a preservare chissà che, non ha avuto nemmeno il coraggio di farle vincere la gara (ma in realtà, come l'ormai celebre "terra dei cachi", non ha vinto: ha già trionfato).
Se davvero vi devo parlare di qualcosa è il dopo festival della tv del PD ("se la RAI non vuol più dare questo servizio agli italiani, allora lo diamo noi") e del suo segretario che deve esserci a Sanremo perché bisogna essere vicino alla gente.
Bersani, domani passa a casa mia che c'è da raccogliere il bucato.